Bevilacqua Daniela

Devadasi. Serva del dio al servizio degli uomini

Pubblicato il: 19 febbraio 2017

Crediamo che anche un lettore poco informato sulle culture orientali potrà apprezzare il piccolo libro dell’indianista Daniela Bevilacqua: la capacità di sintesi e la comprensibilità – dobbiamo riconoscerlo – non sono qualità molto frequenti in opere che hanno un’origine accademica. Requisiti che però sono assolutamente necessari per poter  divulgare al grande pubblico un argomento come quello delle devadasi, le “serve del dio”: ovvero gli strumenti utili per circoscrivere, in poco più di cento pagine, vicende particolarmente complesse e contraddittorie. Più precisamente la storia di riti e di uno status sociale che mostra come, nel continente indiano e a partire dai secoli più remoti, siano stati interpretati e vissuti alcuni particolarissimi legami tra sesso e religione.

Volendo essere più precisi possiamo dire che la devadasi era definita “nityasumangali”, la donna sempre propizia: “sposate a un dio hanno uno status particolare poiché contraendo matrimonio con un immortale, non posso mai diventare vedove” (pp.27). Un elemento quindi indispensabile, nel tempio innanzitutto, per il benessere, la soddisfazione della divinità come per la longevità del sovrano. Anche l’etimologia della parola ci ricorda la particolare funzione che fu assegnata a queste donne,  forse anche a partire da un’età pre- vedica (3000 a. C. circa): “letteralmente ‘serva (dasi) del dio (deva)’ e indica quella bambine che vengono dedicate al culto e al servizio di una divinità o di un tempio per il resto della vita.

Daniela Bevilacqua ripercorre quindi i vari sviluppi storici e regionali della religione induista, sempre molteplici, che nelle, varie regioni del subcontinente indiano, hanno concretamente  interpretato la millenaria tradizione della devadasi; non prima di averci fornito un quadro storico generale quale, ad esempio, la diversa considerazione del tempio: “nei primi secoli d. C. il culto iniziò ad essere eseguito in templi pubblici a cui potevano accedere le genti del villaggio” (pp.35). E poi l’ulteriore evoluzione per cui il culto divenne più personale, tanto da includere “rituali volti a servire il dio come se fosse un sovrano o un nobile” (pp.37).

In altri termini, sempre citando alcune pagine del libro di Daniela Bevilacqua, possiamo dire che “le devadasi non erano solo delle ritualiste-artiste indispensabili alla buona riuscita dei samskara, ma anche simboli terreni della presenza divina. La funzione di nityasumangali e l’attività di benefattrici determinarono l’alta considerazione che la popolazione aveva di loro” (pp.80). Questo lo possiamo scrivere in merito alle devadasi che svolgevano la loro funzione secoli fa. Poi il colonialismo e anche le tradizioni millenarie sono cambiate. Leggiamo che “vari provvedimenti legislativi hanno portato al cambiamento di status e a una rivisitazione del loro ruolo”; tanto che oggi “la tradizione persiste soprattutto nelle regioni più povere come forma di prostituzione e in aree dove la dedicazione è frutto di ignoranza e superstizione”. Avvenimenti di cui, a torto o a ragione, abbiamo colto la paradossalità:  ovvero come una cultura vittoriana, profondamente bigotta e moralista, abbia poi dato il via libera ad un vero e proprio incentivo al “peccato”, sfruttamento della donna compreso.

Fu proprio il colonialismo britannico che “destabilizzando il potere politico indiano, determinò dapprima il decadimento e poi la caduta delle monarchie regionali. Questo evento è di massima importanza se consideriamo la stretta relazione tra il tempio e il re e, di conseguenza, tra devadasi e il re. Il tempio e le danze erano patrocinati dai sovrani: senza i re a finanziarli, i templi e l’arte persero i loro principali mecenati e molte attività iniziarono a decadere” (pp.83).

Attualmente lo status di devadasi dà quindi luogo ad una forma di prostituzione legittimata dalle famiglie e, ufficialmente, non da parte del governo. Anche volendo considerare le antiche devadasi come prostitute sacre, l’autrice ha sottolineato come queste spose del dio “non provenivano da una sola classe sociale [ndr: non, come oggi, soltanto dagli strati più poveri della popolazione], e anche donne di un certo rango potevano decidere di dedicarsi alla divinità come mezzo di espressione devozionale personale” (pp.101). Nell’India contemporanea, invece, niente di tutto questo. Le ragazze che riescono faticosamente a liberarsi dal sistema non hanno davanti delle prospettive particolarmente felici: “il passato diventa un peso di vergogna e umiliazione”; ed anzi “è proprio l’assenza del ruolo e del valore religioso che  determina il degrado attuale della loro condizione” (pp. 104).

Il libro di Daniela Bevilacqua, analizzando lo status delle devadasi contemporanee, non poteva che concludersi con una visione più positiva, ovvero con i tentativi di recupero di queste ragazze messi in atto da organizzazioni internazionali ed indiane. Da questo punto di vista molto ragionevole e razionale c’è sembrato il parere degli esponenti dell’associazione MASS, secondo i quali “l’unico modo per abbattere il sistema economico che si nasconde dietro il rituale sacro è l’istruzione” (pp.99).

Edizione esaminata e brevi note

Daniela Bevilacqua, è indianista e si occupa prevalentemente di tematiche religiose della cultura indiana. Ha conseguito un PhD in “Civiltà, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa” presso La Sapienza di Roma e in “Antropologia” presso l’Università Paris X Nanterre. Attualmente fa parte dello Hata Yoga Project della SOAS University di Londra. Di prossima pubblicazione la sua tesi di dottorato per i tipi dell’editore inglese Routledge.

Daniela Bevilacqua, “Devadasi. Serva del dio al servizio degli uomini”, Armillaria, 2016, pag. 110.

Luca Menichetti. Lankenauta, febbraio 2017