Angelini Sut Adriano

Mary Shelley e la maledizione del lago

Pubblicato il: 30 marzo 2016

Non è il caso di equivocare le frasi presenti in quarta di copertina, tipo: “biografia, qui narrata come un romanzo”. Adriano Angelici Sut, nel narrare la vita di Mary Shelley e di coloro che hanno accompagnato la sua solitudine (il paradosso di un’esistenza vissuta circondata da numerosi familiari ed artisti ma sempre priva di affetti duraturi e fedeli), non mi pare proprio abbia scelto di proporci una biografia romanzata alla stregua di Irving Stone oppure, per rimanere dalle nostre parti, alla stregua di Massimo Grillandi. Per una vita inquieta come quella di Mary Shelley meno di duecento pagine non sarebbero bastate se, ad un racconto già molto romanzesco di suo, niente niente fossero stati aggiunti abbondanza di dialoghi e chissà quali altre divagazioni o invenzioni. Qualche dialogo inventato e quindi “romanzesco” lo leggiamo pure ma sempre con l’autore che interviene e ci ricorda la loro plausibilità.

La fatica di Angelini è stata semmai quella di proporci una sintesi virtuosa tra le opere e i testi biografici dedicati alla scrittrice britannica e ad altri importanti personaggi vissuti nel periodo della cosiddetta rivoluzione industriale precedente all’epoca vittoriana: ovvero rendere vivo e interessante quello che altrimenti wikipedia in primis, ed anche i testi accademici, riportano in maniera schematica e poco appetibile. La versione romanzata nel caso specifico quindi non mi pare proprio voglia dire libera invenzione applicata a una biografia, ma semmai narrare la vita della scrittrice, sempre ben inquadrata nel suo complicato contesto familiare e sociale. In questo senso si comprende perché il racconto prenda le mosse da altre vite complicate e poco felici, ovvero quelle dei genitori di Mary Shelley: Mary Woollstonecraft, prototipo di intellettuale e femminista, e di William Godwin, filosofo pionere del pensiero anarchico (ma poi, come potremo leggere di pagina in pagina, progressivamente imborghesito e sempre pieno di problemi economici).

Una biografia che quindi concentra la propria attenzione sulle vicende personali di una famiglia che oggi diremmo “allargata”, tra fratellastri, matrigne, ambigui spasimanti, e dove la presenza di alcuni intellettuali dal piglio antagonista creava scandalo nella bigotta società britannica. Ci riferiamo chiaramente a Lord Byron ma soprattutto al giovane poeta Percy Shelley, compagno di vita e, probabilmente, di trasgressioni della “madre” di Frankestein.

Inevitabile poi che parte dell’opera sia concentrata sull’opera più famosa di Mary Shelley, al di là del suo discutibile valore artistico. Da qui sia il racconto della notte di Villa Diotati nel 1816, sul lago di Ginevra, quando si dice che la diciannovenne aspirante scrittrice, in compagnia di Percy Shelley, Lord Byron e John Polidori, suggestionati dal contesto spettrale e da una sorta di sfida letteraria, abbia concepito l’idea del Prometeo moderno. La realtà, in questo caso, probabilmente fu meno romanzesca non fosse altro che da quell’episodio all’effettiva stesura e pubblicazione passò molto tempo; e comunque il racconto, come si coglie dalle pagine di Angelini, non nacque dal nulla e da un’improvvisa ispirazione ma rappresenta semmai l’esito di progressive suggestioni ed esperienze nate nell’ambiente intellettuale della famiglia: “Le spiate di Mary fuori allo studio di Godwin a sentir parlare di Galvani e degli esperimenti sui cadaveri, e dei trafugatori di tombe (chiamati Resurrection men), i soliloqui esaltati di Shelley nel cimitero di St Pancreas che evocava la magia, gli spettri e il potere dell’elettricità; il castello di Burg Frankestein a Darmstadt e le ipotesi sulle strane gesta del teologo Dippel; i libri letti sugli Illuminati, le discussioni in quella notte di Villa Diodati; i fulmini e il loro potere, E poi, il ghiaccio. La Scozia con i suoi monti innevati, la baleniere che salpavano dal porto vicino alla casa dei Baxter. Le Alpi, il primo viaggio in Svizzera […]” (pag.86).

Angelini non ci propone un’analisi propriamente letteraria dell’opera più famosa di Mary Shelley, ma dalla biografia ci fa intendere sia la sua reale genesi, sia, tra la novità del genere – non semplicemente espressione di una letteratura gotica –  e l’identità e le esperienze della giovanissima autrice, i motivi del successo di un racconto che ai nostri tempi forse passerebbe inosservato: “Mary scriveva e soffriva man mano che si rendeva conto di come non era tanto la disarmonia delle forme fisiche a generare il suo mostro quanto l’amore e l’affetto incompresi e non ricambiati” (pag. 97). Un mostro, non si sa bene se davvero frutto di un’idea totalmente materialista ed atea della vita, diventato pericoloso ed assassino a causa del disprezzo del prossimo e che possiamo anche leggere come esito letterario di un’esistenza, quella di Mary Shelley, inquieta ed appunto priva di autentici affetti. Dove la “maledizione del lago” fa pensare piuttosto, come scrisse la stessa scrittrice, alle costanti della sua vita privata: solitudine e incomprensione.

Edizione esaminata e brevi note

Adriano Angelini Sut, romano, scrittore e traduttore. Tra i suoi romanzi: Da soli in mezzo al campo (Azimut 2005), Le giornate bianche (Azimut 2007). Ha pubblicato inoltre 101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita e 101 gol che hanno cambiato la storia del calcio italiano (Newton Compton, 2010). Ha collaborato con Il Foglio, Radioradicale.it, Il paradiso degli orchi e Radio Manà Manà e ha tradotto per XL edizioni le opere di Luis Alberto Urrea.

Adriano Angelini Sut, “Mary Shelley e la maledizione del lago Mary Shelley e la maledizione del lago”, XL edizioni (collana Cromosoma X), Roma 2013, pag. 192.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2013