Borsellino Paolo

Oltre il muro dell’omertà

Pubblicato il: 23 settembre 2011

“Se, oltre ad avere un ministro dell’Interno padano, avessimo anche i magistrati padani, probabilmente in Padania la mafia non esisterebbe, perché la nostra magistratura, che è fatta tutta di ragazzi del sud coi loro burocrati del sud, è un autentico groviera di informazioni: come fa uno a denunciare un mafioso se il mafioso, dopo tre minuti, lo sa perché viene informato da qualcuno, dagli amici? Perché questi sono così: qualcuno sarà codardo, qualcuno sarà venduto, qualcuno semplicemente facilone… Poi il magistrato, quando tornerà dalle ferie, quando avrà voglia, quando penserà che, interverrà, perché questa è la loro cultura, il loro modo di fare”.

Questa la dichiarazione di un tal Alberto Torazzi, padano dell’immaginaria Padania, ma soprattutto capogruppo della Lega in commissione Attività produttive. Come replicare a questo fine dicitore e alla sua logica padana? Mi pare sia opportuno lasciare la parola innanzitutto ad uno di questi magistrati meridionali così affettuosamente citati dal bravo legaiolo. Ad esempio a Paolo Borsellino. Palermitano. Morto ammazzato dalla mafia. Inizio citando alcuni passaggi dalle ultime pagine del libro “Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità. giustizia e impegno civile”, una recente pubblicazione di scritti privati e pubblici del magistrato. Per la veglia del 23 giugno 1992 a S. Ernesto, in occasione della commemorazione di Giovanni Falcone, Borsellino scrive: “Giovanni Falcone lavorava con la perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso”. Meno di un mese dopo, il 19 luglio in via d’Amelio, fu assassinato insieme a cinque agenti di scorta. La frase, riferita all’amico e collega ucciso, è lecito pensare quindi l’abbia scritta con la piena consapevolezza di cosa sarebbe accaduto da lì a poco. Certo è che – facile intuirlo – tutte le pagine del libro pubblicato da Rizzoli, senza alcuna presunzione di rappresentare un esercizio letterario, toccano argomenti di stretta attualità e mostrano la sensibilità, la competenza e il coraggio di un grande magistrato e di un grande uomo.

Il magistrato Antonio Ingroia, qui autore della prefazione, scrive che Borsellino non volle mai pubblicare un saggio di diritto o sulla mafia in quanto riteneva di essere un uomo d’azione e non un teorico. Soltanto dopo tanti anni i curatori Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo hanno potuto raccogliere in volume gli scritti che Borsellino aveva redatto in occasione di convegni, manifestazioni, incontri con gli studenti, ed anche gli scritti più personali come le due versioni della commemorazione di Giovanni Falcone. Argomento principe è ovviamente la mafia e tutto quanto nella società e nelle istituzioni la poteva foraggiare creando l’habitat migliore per la sua sopravvivenza ed espansione. Con questa prospettiva Borsellino la descrive non semplicemente come un’aggregazione criminale che fa affari ma piuttosto come un’organizzazione nata col preciso intendimento di porsi in alternativa allo Stato, mutuandone i compiti in tema di sicurezza, ordine pubblico e controllo delle attività economiche. Ne consegue la presa d’atto di una realtà criminale così diffusa che, la mera azione repressiva della magistratura e delle forze dell’ordine, diventa inefficace se a questa lo Stato, inteso come uomini delle istituzioni ed organizzazioni amministrative, non accompagna una coerenza di comportamenti tutti improntati ad una rigorosa etica civile. Negli appunti ed interventi di Borsellino, che pure non è sopravvissuto quel tanto per assistere al “miracolo italiano” del 1994-2011,  le considerazioni più generali riferite all’etica pubblica si accompagnano sempre alla constatazione di problemi e comportamenti che, in periodo di P3, P4, puttane come tangenti e via e via delinquendo, sono all’ordine del giorno.

Quindi, nelle vesti di operatore del diritto, Borsellino ha dovuto raccontarci i difetti del sistema giudiziario, i rapporti tra politica e magistratura, le complicazioni del nuovo codice con rito accusatorio, le sempre presenti proposte di separazione delle carriere tra organi requirenti e giudicanti (il magistrato le ha sempre considerate come tentativo di creare un controllo sui P.M. ed una conseguente impunità della politica), sull’obbligatorietà dell’azione penale (“a nulla rilevando in contrario i dotti richiami di diritto comparato riferibili a sistemi politico-costituzionali profondamente diversi dal nostro”), le controversie sul pentitismo e la conseguente normativa. Col senno di poi, dopo aver letto queste pagine scritte venti anni e più anni fa, possiamo concludere che quelli che allora erano dei problemi, così ben evidenziati e demistificati dal nostro magistrato, adesso sono diventati dei gran problemi: in questo senso Borsellino è stato profetico e la slavina di letame che allora ci sovrastava, ha tracimato del tutto.

Lo stile è pacato ma la sostanza è spesso molto dura, senza mezzi termini: “Tant’è che si è avanzata da taluni dilettanti di criminologia la bislacca idea che la liberalizzazione del consumo di droga comporterebbe, con il venir meno degli enormi profitti che si ricavano dall’illecito, la sicura fine di Cosa Nostra”; e poi: “Non esistono seri controlli interni sull’attività della P.A. perché controllori e controllati rispondono entrambi a logiche lottizzatorie dei partiti politici”. Quando poi Borsellino scrive “storicamente avviene ogni volta che la mafia diviene anche problema di ordine pubblico (più omicidi, più mafia, mentre spesso è vero il contrario)” è come se fossimo in presenza di una profezia, di quello che poi è realmente avvenuto anni dopo, ovvero la nuova strategia della sommersione che ha seguito lo stragismo dei corleonesi. Doverosa però una precisazione. Gli appunti che troviamo nel libro fanno riferimento alla legislazione della metà anni ’80 ed inizio anni ’90, e quindi da quel lato molto va preso con beneficio d’inventario: tanto per capirci ancora non erano state promulgate leggi tipo la n. 241 del 1990, ancora non era nata la normativa che rinnovava profondamente l’ordinamento degli enti locali, non era stato riformato il reato di abuso d’ufficio, l’articolo 111 della Costituzione sul “giusto processo” (la cui genesi truffaldina è stata ottimamente illustrata da Bruno Tinti), e tante altre leggi, anche le cosiddette “ad personam” o “ad castam”.

Appunto, Borsellino non ha fatto in tempo a vedere applicate alcune riforme, quelle poche decenti dell’inizio anni’90, e i frutti del già citato “miracolo italiano”, incubo di ogni giurista con qualche residuo brandello di coscienza civile. Dagli scritti del magistrato cogliamo anche il suo lato umano, oltre quella sua apparente scontrosità e riservatezza. Pensiamo a Sciascia e al suo infelice articolo sui “professionisti dell’antimafia”. Gli strascichi polemici evaporarono presto con Borsellino che si dichiarò ammiratore dello scrittore di Racalmuto: grazie al fatto di essersi chiariti più volte di persona, tra i due nacque pure un’amicizia  alimentata da una comunanza di idee sulla Sicilia e sulla mafia. Idee – vogliamo scommettere ? – parecchio distanti dal pensiero padano del signor Torazzi.

Edizione esaminata e brevi note

Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) magistrato italiano.

Paolo Borsellino, “Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità. giustizia e impegno civile”, Rizzoli, Milano 2011, pp. X-238, € 9,90

Luca Menichetti. Lankelot, settembre 2011