Casadio Nevio

Polesine ’51. Voci e suoni del fiume

Pubblicato il: 8 aprile 2012

“Polesine ’51. Voci e suoni del fiume” è un’opera (con videocassetta allegata), edita nel 2002 e presto scomparsa dagli scaffali delle librerie. Un caso? Non credo proprio, non fosse altro che è difficile contestare la qualità sia del libro sia della relativa inchiesta televisiva. Però quando ci sono contenuti che disturbano qualche personaggio con responsabilità pubbliche e l’editore si chiama Eri-Rai, allora – saremo pure malfidati – qualcosa si spiega. In occasione del cinquantesimo dell’alluvione più catastrofica che colpì il Polesine, quella del 1951, la Rai trasmise su “Frontiere” un documentario firmato da Nevio Casadio, dove, con l’ausilio dei cinegiornali e di estratti da trasmissioni radio dell’epoca, si raccontava cosa avvenne in quei luoghi oltre sessant’anni fa; e poi si passava ad investigare cos’è il Polesine dei giorni nostri.

Il libro nasce così: contiene sia le interviste ad alcuni dei personaggi presenti in voce e in video nel servizio trasmesso dalla Rai, sia la storia della catastrofe ed appunto quanto successo negli ultimi decenni in quei luoghi tra l’Adige e il Po. Nel novembre del 1951 nel Polesine le acque del più grande fiume italiano tracimarono devastando 100.000 ettari di terreno, distruggendo 9000 case, provocando 160.000 sfollati ed un centinaio di morti. Seguì una complicata ricostruzione, oltretutto in un clima di forte contrapposizione tra i partiti di governo e il PCI che, insieme ad altre forze di sinistra, governava il Polesine e la maggioranza dei Comuni rivieraschi del Po. Il libro di Casadio, coerente alla sua origine “televisiva”, si caratterizza appunto per le interviste ai protagonisti dell’epoca e a coloro che nel 2002 avevano responsabilità di governo o comunque, grazie alla loro professione, erano consapevoli dei problemi che si erano accumulati a partire da quel 1951. L’ex sindaco di Rovigo, quel Giancarlo Morelli che nel ’51 fu in prima fila ad organizzare i soccorsi, ipotizzando che le radici di una tangentopoli polesana possa essere fatta risalire al dopo alluvione, così si esprime: “ricostruzione che vede trafficanti e faccendieri di ogni tipo valore come avvoltoi affamati, a caccia di quei soldi stanziati e ora a portata di mano” (pag. 15).

Corsi e ricorsi storici: le stesse parole potrebbero essere riferite ad altre catastrofi naturali più recenti e nessuno si accorgerebbe della differenza. “Polesine ‘51” (e – ricordiamolo – relativa videocassetta) evidenzia come le speculazioni industriali, cave e discariche abusive, il fenomeno della subsidenza, l’inquinamento delle acque, le estrazioni di metano siano state oggetto di denuncia dei cittadini più combattivi e più sensibili alle ragioni della propria salute e dell’integrità del loro territorio. Inchiesta condotta formalmente con toni pacati, possiamo dire pure con “toni lirici”  quando vengono raccontati gli uomini alle prese col fiume, la natura del tutto peculiare della foce del Po’, ma quanto ai contenuti di pacato non c’è nulla. Diciamo semmai che ne esce un quadro piuttosto micidiale quando l’intervistatore chiede conto del comportamento della Stato italiano, delle scelte compiute in merito alla ricostituzione del latifondo, delle escavazioni, degli insediamenti industriali, della navigazione del Po’. Queste le parole di Mario Bianchedi, che un tempo faceva il veterinario a Bologna e poi ha abbandonato la professione per rifugiarsi sul delta del grande fiume alla ricerca “di un mondo sconosciuto, di una realtà quotidiana dove trovare spazi e tempi allungati”: ..[…] molti individui, che non hanno esitato a speculare e a rapinare selvaggiamente le risorse e l’ambiente in generale” (pag. 120).

Le parole “speculazione” e “rapina”  nel libro sono ricorrenti. Così Elder Campion, amministratore locale: “per molto tempo, a partire dal 1951, abbiamo avuto una mentalità legata all’assistenzialismo e questo aspetto ci ha differenziati dal nord-est. In definitiva se qualcuno ha avuto la possibilità di rapinarci un po’ di colpa l’abbiamo anche noi”. E alla domanda sugli interessi colossali attorno al Polesine per le questioni energetiche: “gli esempi della Centrale termoelettrica di Polesine Camerini e la rapina legata all’estrazione del metano, sono lampanti” (pag. 88). Così Don Luigi Coradin, parroco di Mesola: “questa è una zona dimenticata anche per quanto riguarda l’offerta dei servizi più essenziali”; “Lo considero senza mezzi termini un territorio rapinato ..[…]l’inquinamento è visibile anche sulla carne delle persone: l’aumento dei tumorida queste parti non è un’ipotesi ma una realtà” (pag. 103-105). Nel capitolo dedicato ai “Veleni di Villanova Marchesina” l’Avvocato dello Stato, ex magistrato, Giampaolo Schiesaro: “..[…] qui si esprimono ancora iniziative imprenditoriali di dubbia solidità e forte rapacità ambientale; è una terra in cui continuiamo a pagare il prezzo di un’emarginazione storica che di portiamo dietro”(pag 147). Angelo Mancone di Legambiente, sempre riguardo le “rapine” e gli effetti deleteri per l’ambiente: “E’ la rottura dell’equilibrio tra il fiume e il mare che continua a spezzarsi in misura sempre maggiore” (pag. 156). E poi l’ingegnere Mario Zambon: “L’uomo non ha grandi responsabilità sull’alluvione del 1951, considerando quell’evento alquanto naturale. Mentre le altre alluvioni che si sono verificate dal 1951 al 1966, circa una trentina, sono tutte da ricollegarsi al fenomeno della subsidenza, cioè l’abbassamento del suolo causato dall’estrazione di gas e acqua dal sottosuolo. Questo sfruttamento del sottosuolo selvaggio ha rappresentato un capitolo molto triste, per il Polesine, se non drammatico. Ed è stato perpetrato nel silenzio, anche omertoso” (pag. 188).

Queste solo alcune delle voci che esprimono una denuncia, anche circostanziata, dei disastri perpetrati in un luogo che paradossalmente ospita, peraltro con problemi di coordinamento, tre parchi (il Parco regionale del Delta del Po dell’Emilia-Romagna, il Parco regionale del Delta del Po Veneto, il Parco naturale interregionale del Delta del Po), è stato dichiarato “Patrimonio dell’umanità” dall’Unesco, ma poi è anche un territorio condizionato da forti interessi economici: la pesca, la piscicoltura, l’agricoltura, la caccia;  ed è sede della Centrale termoelettrica di Porto Tolle.  Il libro e l’inchiesta televisiva risalgono al 2002 e col senno di poi ci si rende conto che forse c’era proprio ben poco di allarmistico. E’ del 7 febbraio del 2012 la seguente notizia, ripresa dall’Ansa: «Gli Amministratori Enel ed ex direttori della Centrale di Porto Tolle sono stati rinviati a giudizio dal gup di Rovigo per omissione dolosa di cautele contro disastri e infortuni sul lavoro, in concorso, dal ’98 al 2009. Dieci gli imputati. Tra questi, l’attuale amministratore delegato di Enel Fulvio Conti e i suoi predecessori, Franco Tatò, dal 1996 al 2002 e Paolo Scaroni, fino al 2005. Rinviati a giudizio anche i manager di Enel Produzione Alfredo Inesi, Antonino Craparotta, Giuseppe Antonio Potestio e Sandro Fontecedro; Leonardo Arrighi, che successivamente ha siglato il progetto di riconversione a carbone per conto di Enel Produzione; Renzo Busatto e Carlo Zanatta, ex direttori della centrale. Secondo la Procura rodigina gli imputati, «ciascuno limitatamente ai periodi di rispettiva competenza», avrebbero omesso di collocare e far collocare impianti e apparecchi destinati a prevenire disastri ambientali e infortuni sul lavoro. In particolare, l’insorgenza o l’accentuarsi di malattie respiratorie, asma e rinite allergica e malattie cardivascolari, legate all’inalazione e ingestione di sostanze inquinanti emesse in atmosfera dal 1998 al 2004 dalla centrale di Porto Tolle.

In pratica, la Procura attribuisce la responsabilità agli imputati del mancato adeguamento degli impianti durante il funzionamento della centrale ad olio combustibile per ridurre le sue emissioni; adeguamento che sarebbe stato un obbligo in base alle direttive emesse dalla Unione Europea. A patire le conseguenze di questo mancato adeguamento e dell’esposizione alle emissioni inquinanti della centrale, secondo la Procura che attinge ad uno studio epidemiologico effettuato dalle Asl di Rovigo ed Adria per il periodo che va dal 1998 al 2006, sarebbero stati soprattutto i bambini, da zero a 14 anni, residenti nei comuni di Porto Tolle, Porto Viro, Ariano nel Polesine, Taglio di Po, Rosolina, Mesola. Questi, secondo lo studio, hanno mostrato patologie legate a malattie respiratorie. In particolare – scrive la Procura rodigina – per il periodo ’98-2002 è stato calcolato nella misura dell’11% di tutti i ricoveri la percentuale legata alle patologie respiratorie». Questo nel 2012. Nel 2002, come anticipato, il servizio di Casadio su ferocemente contestato dall’allora governatore della Regione Veneto e dai suoi compagni di partito. Leggiamo dalle cronache del tempo: “Questa videocassetta è un vero e proprio oltraggio al polesine e ai polesani – tuona Renzo Marangon, capogruppo degli azzurri in Regione – intendiamo organizzare una proiezione pubblica per far vedere a tutti l’ennesimo danno perpetrato ai danni di questo territorio e dalla sua gente. Dal filmato – prosegue Marangon – si evince soltanto che qui si va al night e che qualcuno si rivolge, in crisi di identità, a santoni e a sette che praticano riti più o meno satanici. Che c’entra con il Polesine? E poi, perché non parlare del buono che è stato fatto in tutti questi anni?”.

E poi: “un video pilotato”; “il lavoro di Nevio Casadio , bollato come porcheria dal consigliere di FI in Provincia Simone Meneghini, e che ha provocato a Marangon, parole sue, un’incazzatura crescente”. Queste le reazioni ad una bella prova di giornalismo d’inchiesta, che molto ci dice delle difficoltà che in Italia si incontrano quando si fa il proprio dovere, si toccano temi scomodi e si sfiorano le responsabilità di  amministratori fino ad oggi  abituati ad innocui giornalisti velinari. La vicenda, una vera e propria fatwa nei confronti di Casadio, ricorda – con le dovute proporzioni – gli anatemi che alcuni personaggi, anche con responsabilità di governo, hanno riservato a scrittori, sceneggiatori, registi riguardo le loro opere di argomento mafia: parlarne sarebbe stata un’offesa al buon nome della Sicilia. L’illogicità e la coda di paglia sono le stesse. Motivo in più per riscoprire “Polesine ‘51” ed auspicarne una nuova edizione.

Edizione esaminata e brevi note

Nevio Casadio, giornalista, autore televisivo. In Rai ha lavorato con Biagi e con Zavoli. A Montanelli ha dedicato il programma per Rai Sat di otto puntate “Montanelli tv”; per RSC “Gli anni della televisione”, un progetto editoriale di 8 DVD. Ha vinto il Premio Guidarello per il Giornalismo d’autore tre volte il premio giornalistico Ilaria Alpi. Ha curato “Per Venezia” di Indro Montanelli, edito da Marsilio nel 2010. Alcune sue opere: “Sergio ti mando il fax! Un reporter romagnolo per Il Mattino di Napoli” (1997),”Tramonti, dal periodo veneziano ai primi anni 50″ (2006), “Informazione e Lavoro” (2007), “Nel silenzio un canto” (2010).

Nevio Casadio, Polesine ’51. Voci e suoni del fiume. Con videocassetta, prefazione di Stefano Tomassini, Rai-Eri (collana Libri & Video), Roma 2002, pag. 223

Recensione già pubblicata l’8 aprile 2012 su ciao.it e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 2012