Cicconi Ivan

Il libro nero dell’alta velocità

Pubblicato il: 21 ottobre 2011

Nel 1997  fu pubblicato “La storia del futuro di Tangentopoli” di Ivan Cicconi, libro che a quanto pare divenne un cult tra gli stessi magistrati al tempo impegnati a scovare quei corrotti e corruttori che ancora proliferano senza freni nell’Italia delle P3 e delle P4. Così potevamo leggere quasi quindici anni fa: «Tangentopoli era un sistema, come tale aveva caratteri e meccanismi propri che consentivano la celebrazione di alcuni riti tangentizi, tre soprattutto: il Rito Ambrosiano e il Rito Emiliano. Nell’era di Mani Pulite si è colpito solo il Rito Ambrosiano [ndr: la tangente propriamente detta]»; ed inoltre: «La caratteristica del Rito Emiliano è data dal fatto che i soggetti imprenditoriali che ne sono protagonisti vedono al proprio interno un ruolo determinante di componenti partitiche. È il caso soprattutto delle imprese cooperative che lavorano nel settore delle costruzioni e in particolare negli appalti pubblici. Il rito mafioso [è quello] della tangente allargata  e del condizionamento della sub-contrattazione in un contesto nel quale la criminalità organizzata esercita un controllo militare sul territorio».

Nel 2011 Cicconi è tornato sull’argomento constatando che i corrotti e i corruttori, avendo preso atto dell’esperienza di tangentopoli, si sono organizzati diversamente, e proprio con l’architettura finanziaria della cosiddetta Alta velocità e delle “grandi opere”, hanno trovato il modo per celebrare altri riti di fatto tangentizi, ma difficilmente raggiungibili col solo reato di corruzione. Era tutto scritto in quell’opera del 1997: il “Libro nero dell’Alta velocità” rappresenta un aggiornamento di quel lavoro e mostra come la previsione si sia realizzata con contorni ancora più perversi e pervasivi rispetto a quanto immaginato. Lo possiamo anche considerare il secondo capitolo del precedente “Le grandi opere del Cavaliere”, dove Cicconi, sintetizzando in maniera estremamente efficace le complesse vicende che hanno visto complici boiardi di Stato, imprenditori furbastri e politici disinvolti, ha reso ancor più intelligibili ai non addetti ai lavori cosa realmente è avvenuto e avviene per gestione e per la costruzione delle grandi infrastrutture. Leggiamo a pag. 168, forse il brano che meglio spiega il trappolone che questi signori hanno regalato ai cittadini, tra un appello al progresso e un “ce lo chiede l’Europa” (salvo dimenticarsi di ricordare che magari è la stessa Italia che chiede alla Ue – truffandola – di dare corso a certi progetti): «La catena perversa, l’abbiamo visto, è sempre la stessa: il committente pubblico affida in “concessione” la progettazione, costruzione e gestione dell’opera pubblica ad una società di diritto privato (SpA), ma con capitale tutto pubblico (TAV SpA appunto, ma pure Stretto di Messina SpA o Quadrilatero SpA, per restare nell’ambito delle grandi opere). Ma è proprio a carico di questo concessionario di diritto privato, il cui capitale è tutto pubblico, che rimane il rischio della “gestione” e dunque del project financing (debiti a babbo morto) adottato per la realizzazione dell’opera. La SpA pubblica serve solo per millantare il  finanziamento privato (prestiti o prodotti finanziari garantiti dai soci pubblici della SpA) e per garantire al contraente generale, che è il soggetto privato vero e proprio, il pagamento per intero e subito del costo della progettazione e della costruzione, mentre mantiene per sé (e cioè al pubblico) il rischio della gestione (ovvero i debiti futuri). Siamo dunque all’esatto ribaltamento delle politiche keynesiane del secolo scorso. Col modello TAV infatti, prima si consegnano i solidi e affari alle imprese, e poi si chiede ai cittadini di ripianare il debito: un Keynes alla rovescia, si dà ai ricchi e si fa pagare ai poveri».

Questa architettura finanziaria, tutta italiana, ha preso le mosse prima da Cirino Pomicino e da Necci, ancora in periodo pre-tangentopoli, e poi perfezionata da Lunardi con la Legge obiettivo. Lo specchio di un paese dove abbiamo avuto la privatizzazione delle aziende pubbliche senza i privati e senza liberalizzazioni, dove i faccendieri al servizio di interessi privati impazzano con l’avvallo trasversale della politica e degli amministratori locali, e dove proliferano grandi gruppi imprenditoriali che si caratterizzano per fare gli imprenditori senza rischi. Un’architettura truffaldina che fin dagli ’90 fu denunciata da Luigi Preti e Beniamino Andretta ed ai quali Cicconi dedica diverse pagine, non fosse altro per mostrare la diversità di rigore morale rispetto ai nostri attuali amministratori di destra e sinistra. Significativo, ed indiretta risposta a coloro che ancora magnificano l’indotto delle cosiddette grandi opere, un brano della lettera che nel 1993 Preti inviò allarmato ad Andreatta, in previsione di quanto si voleva imbastire per spolpare l’erario: “L’industria non si sviluppa con questi lavori di costruzione, ma con imprese destinate a durare. D’altro lato, dieci o quindicimila persone eventualmente impegnate per alcuni anni nei lavori dell’Alta velocità sono ben piccola cosa sul fronte dell’occupazione. Senza contare che altri lavori, intesi a mettere a posto tante linee ferroviarie in pessime condizioni già esistenti, darebbero almeno lo stesso risultato” (pag. 37).

Qui è inevitabile ricordarmi un brano dal recente libro di Simona Baldanzi, “Mugello sottosopra”, quando i sindacalisti in quel di Pagliarelle promettevano così di risolvere la precarietà del sud Italia: “Più buchi, più gallerie per tutti”. Il tutto – mi cito – ricorda molto “Cchiù pilu pi tutti” di Cetto La qualunque, che prometteva di “costruire un pilastro di cemento armato per ogni bambino che nasce”. Quello raccontato da Cicconi è un sistema in perfetta sintonia con l’espressione “gelatinoso” riservata alla P4, che vede complici nel saccheggio amministratori locali di destra e sinistra, leader nazionali, imprenditori che finalmente possono fare soldi senza rischiare nulla (si vedano le recenti proposte della Confindustria per “rilanciare” l’Italia), ben protetti da un’informazione omissiva, giornalisti ed editorialisti non si sa quanto in malafede o semplicemente disinformati, che ripetono come un mantra le consuete parole d’ordine di progresso, sviluppo e via e via. E’ quindi probabile che discutere di questi argomenti dividendosi tra liberali amanti del progresso, gretti residenti affetti da sindrome nimby, radicali massimalisti con pulsioni silvo-pastorali e cavernicoli, non sia del tutto giustificato. La verità è che questi signori, nel loro ruolo di intermediazione parassitaria, se la sono studiata proprio bene, fin dalla scelta del modello Tav francese, rispetto a quello svizzero e tedesco, al fine di spendere il più possibile in opere superflue (e spesso devastanti per l’ambiente), per arrivare poi a rimuovere i tratti più evidenti di illegalità, prima nel riformare i reati di abuso d’ufficio e falso in bilancio, e poi rendendo più difficile perseguire la corruzione col venire meno le qualifiche di pubblico ufficiale e di incaricato di pubblico servizio nel mare magnum di società di diritto privato e nel “sistema di istituti contrattuali con i quali si privatizzano anche le funzioni della committenza pubblica”.

Cicconi ha scritto un libro di poco più di 180 pagine ed ognuna di queste è una storia di banditi e di saccheggio, a partire dall’incredibile vicenda della Val di Susa per arrivare ai progetti monstre nella rossa Emilia e nella rossa Firenze, alle cooperative, alle società partecipate dove, malgrado i vani tentativi della magistratura amministrativa e contabile di mettere un freno al banchetto,  il magna magna non si ferma mai. Vicende paradossali, dove a fronte di un presunto sviluppo e progresso, si sono persi invece l’ETR 500 ed abbiamo ottenuto un’offerta squilibrata, un servizio locale – che poi rappresenta la maggior parte della domanda –  privo di investimenti in quanto meno sfruttabile per mangiarci sopra, un debito pubblico nascosto che si prospetta sempre più devastante, con buona pace dei presunti investimenti per il progresso e lo sviluppo: “gli investimenti privati saranno banali prestiti, tutti garantiti dallo Stato, che stiamo pagando e pagheremo per molti anni”. Due sono le considerazioni che credo sorgano spontanee alla fine delle centoottanta pagine. Assodato che la nostra informazione, fatta più che altro di editoriali che non fanno i conti con la realtà, e carente dal lato della pura e semplice cronaca, dei fatti, coloro che proliferano in questo sistema gelatinoso hanno tutto l’interesse a non replicare a quanto così chiaramente esposto da Cicconi. Se il nostro autore avesse scritto baggianate avremmo almeno dovuto aspettarci smentite, querele e quant’altro. Repliche punto su punto, sulla base dei dati e delle cifre riportate qui e altrove. Invece nulla di nulla. Al più si ripete il consueto mantra dello sviluppo, delle opere indispensabili, sorvolando sul perché si  scelgono i progetti più impattanti per l’ambiente e le casse dello Stato, si replica sbrigativamente tacciando di massimalismo, di cavernicoli coloro che contestano certe scelte. Provate a leggervi un po’ di normativa, poi a fare una verifica delle dichiarazioni, soprattutto delle argomentazioni giuridiche e tecniche di questi signori e ne riparliamo.

Abbiamo inoltre capito che Cetto La Qualunque ha una famiglia molto numerosa. Lui abita in Calabria, ma i suoi parenti parlano con tutti gli accenti italiani: alcuni torinese, altri fiorentino – magari li chiamano pure  rottamatori – , altri ancora milanese, altri laziale. E comunque è una famiglia molto variegata anche riguardo altri aspetti: alcuni dei La Qualunque si dicono berlusconiani, altri sono democratici, altri si dicono riformisti, altri liberali, altri progressisti. Tutti però uniti da evidenti interessi in comune, ovvero da quella gelatina così ben raccontata da Ivan Cicconi nel suo libro. Un’opera indispensabile per capire i meccanismi che, tra mille millanterie e falsità, ben supportate da quei media che hanno abdicato da tempo al loro ruolo, hanno reso i partiti “strutturalmente catalizzatori di illegalità e ladri di risorse, ladri di democrazia e ladri di futuro, ladri di tutto”.

Edizione esaminata e brevi note

Ivan Cicconi si è laureato in ingegneria a Bologna dove vive e lavora. E’ autore di saggi e ricerche sul settore delle costruzioni e sul tema degli appalti. Ha lavorato in diverse società di ricerca ed è stato professore a contratto nelle facoltà di Architettura delle Università La Sapienza di Roma e de Il Politecnico di Torino. E’ stato capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Lavori Pubblici Nerio Nesi nella XIII legislatura. Fino al 2007 è stato è direttore generale di NuovaQuasco, una importante società di ricerca per la “Qualità degli appalti e la sostenibilità del costruire”. Attualmente è Presidente del Comitato di Sorveglianza della Stazione Unica Appaltante della Regione Calabria, e di Direttore dell’Associazione Nazionale ITACA, Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale. Il suo libro più noto è “La storia del futuro di tangentopoli” (1998), al quale è seguito “Le grandi opere del Cavaliere” (2003).

Ivan Cicconi, Il libro nero dell’Alta velocità, ovvero il futuro di tangentopoli diventato storia. Koinè nuove edizioni, Roma 2011, € 14,00

Recensione già pubblicata il 21 ottobre 2011 su ciao.it e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti, per Lankelot, ottobre 2011