Cristofari Alessandra

Free Pussy Riot!

Pubblicato il: 21 luglio 2013

Putin” come sottotitolo di “Free Pussy Riot!” potrebbe apparire eccessivo: piuttosto un viaggetto (poco più di cento pagine), ma non del tutto inutile. Quando si toccano temi inquietanti – e la Russia di Putin è inquietante – ogni occasione per ricordare le porcherie imbastite dai regimi, anche se travestiti da democrazie, è benvenuta. Il crollo dell’Unione Sovietica ha illuso molti occidentali, facendo pensare alla vittoria di un modello liberale, parlamentare, alla stregua di quelli che conosciamo dalle nostre parti. E invece, a parte un breve interregno pieno di speranze e di tanta corruzione, il passaggio da un totalitarismo a economia pianificata ad una forma più subdola, e poi sempre più conclamata, di autoritarismo a trazione turbocapitalista, è stato veloce; spesso grazie a uomini che nella loro prima vita servivano il partito e l’eredità leninista. Per meglio capire questa grande mistificazione, come un ex agente del Kgb sia diventato uno zar del terzo millennio (e sodale di chi altrove grida al pericolo comunista), è probabile sia più utile immergersi in altre letture, corpose e approfondite. Malgrado i media generalisti italiani (tv e quotidiani) siano sempre molto distratti, in questi anni sono stati pubblicati libri, con tanto di crisma accademico, molto eloquenti su cosa sia avvenutoå in Russia e di come in questo contesto si siano create delle alleanze politiche ed ideali, non del tutto inedite, tra nazionalisti nazistoidi e nostalgici dell’impero e dello stalinismo.

Tra l’atro di fronte alla fine di Anna Politkovskaja e di tutti gli altri martiri eliminati senza troppe proteste dei partner commerciali della Russia, la repressione subita dal trio delle Free Pussy Riot, punk band moscovita, non sono sicuro possa apparire così grave ai nostri occhi di occidentali disinformati. In realtà la condanna al carcere duro per due delle tre ragazze, comunque esagerata e grottesca, è specchio di un regime che non può tollerare nei confronti del nuovo zar un dissenso disarmato, conclamato e provocatorio come quello messo in atto dalle Pussy Riot, Maria Alyokhina, Yekaterina Samutsevich, Nadezhda Tolokonnikova: la messa in scena, nella Cattedrale di Cristo Salvatore, di un’esibizione non autorizzata contro la rielezione di Vladimir Putin; con tanto di canzone dedicata al nuovo presidente della federazione russa: “Madre di Dio, Vergine, caccia via Putin! [.. .] Tutti i parrocchiani strisciano inchinandosi. Il fantasma della libertà è nel cielo…[..]”. Il fatto che poi le condanne siano state comminate per “teppismo e istigazione all’odio religioso” non cambia la sostanza, malgrado il “perdono” e la minimizzazione di diversi esponenti ortodossi e malgrado l’OSCE abbia dichiarato la sentenza lesiva dei diritti fondamentali dell’uomo. La stessa autrice del libro, Alessandra Cristofari, si chiede retoricamente se la performance delle Pussy Riot sia stata motivata da autentico desiderio di contestare il regime di Putin oppure come una mossa furba per acquisire notorietà, pur pagando il pedaggio della galera. La conclusione è che il passato del gruppo punk, non nuovo ad iniziative antigovernative, e la prospettiva di anni di carcere duro in Mordovia, proprio com’è avvenuto, faccia pensare ad un’azione autentica e sincera.  Ma al di là della considerazione che si possa avere di certe provocazioni, della loro efficacia e della buona fede di chi comunque sta scontando la galera per reati d’opinione, “Free Pussy Riot!” racconta un episodio che ha trovato un grande riscontro mediatico grazie al tipo di protesta e alle giovani protagoniste, ma che, in un regime a pieno titolo, in realtà rappresenta un momento di ordinaria repressione. In qualche modo anche un pretesto per allargare poi lo sguardo ad altre prevaricazioni di una politica che, dagli zar, passando per il regime sovietico, per arrivare all’ex kgb Putin, nei decenni sembra mostrare una tetra continuità nel controllo dell’informazione, del dissenso e nell’insofferenza per i diritti delle minoranze. Se pensiamo poi che nel nostro paese molti media generalisti ancora insistono nel rappresentare il regime putiniano come esempio fulgido di libertà, vuoi anche per la presenza di un ex premier italiano dedito ad affari con la Russia e destinatario di lettone – troie incluse – non c’è dubbio che anche il breve “Free Pussy Riot”, mostrando le contraddizioni di un regime autoritario che forse non vorrebbe apparire tale, ha il suo perché.

Libro, non privo di sarcasmo, che racconta la storia della punk band, in particolare delle ragazze coinvolte nella contestazione anti-Putin, ma che poi, proprio come hanno fatto le stesse Pussy Riot nelle loro canzoni e scritti, cogliendo una continuità con quanto accaduto alla dissidenza del periodo sovietico, allarga lo sguardo al pervasivo contesto di repressione del regime, non sempre palese e noto: da qui i nomi di Anna Politkovskaja, Alexander Litvinenko, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova, Leonid Razvozzhayev e di tutti coloro che, a volte pagando con la vita, coinvolti in misteriosi e letali incidenti, hanno testimoniato il loro impegno contro la censura e il sistema putiniano. Repressione e censura a tutto campo che, come viene sottolineato nel libro di Alessandra Cristofari, spesso viene introdotta col pretesto della tutela dei minori; rispolverando di frequente progetti per ammanettare il web. Iniziative oltretutto non confinate nel lontano impero russo: visti certi precedenti a volte viene da pensare che un po’ di Russia putiniana esista anche da noi.

Edizione esaminata e brevi note

Alessandra Cristofari, vive a Roma dove lavora come redattrice presso “Giornalettismo”. Laureata in Lettere e Filosofia, ha vinto il Repubblica Roma Rock nel 2008 e ha collaborato con diverse testate musicali, radiofoniche e di informazione.

Alessandra Cristofari, “Free Pussy Riot!”, prefazione di Sabina Guzzanti, Editori Riuniti (collana Report), Roma 2013, pag. 108.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2013

Recensione già pubblicata il 21 luglio 2013 su ciao.it e qui parzialmente modificata.