Davigo Piercamillo, Sisti Leo

Processo all’italiana

Pubblicato il: 16 aprile 2012

C’era bisogno di un libro come “Processo all’italiana”, che spiegasse davvero come funziona – male – la giustizia in Italia. Gli argomenti trattati da Piercamillo Davigo e Leo Sisti erano già stati affrontati in altre pubblicazioni tipo quelle dedicate alle intercettazioni, alle leggi ad personam; ma qui la visuale è forse più ampia e viene spiegato  cosa vogliono dire concretamente parole come patteggiamento, rito abbreviato, udienza preliminare, depenalizzazione, prescrizione e via dicendo. In teoria nulla che un normale laureato in giurisprudenza già non sappia, salvo poi rendersi conto come la realtà presente nelle aule di giustizia sia qualcosa di ben diverso rispetto quanto si studia sui codici; e che il cosiddetto “giusto processo”, costituzionalizzato dal Parlamento per motivi non proprio nobili, non è poi così “giusto”. Mentre un accenno alla facoltà di giurisprudenza fa pensare che gli autori non abbiano il polso di cosa avvenga nelle aule universitarie, risulta evidente invece la competenza di Davigo riguardo il concreto svolgersi della macchina della giustizia in Italia: è chiaramente il pamphlet di un “pratico” e non di un teorico.

Partiamo però da alcuni dati che nel libro vengono subito messi in primo piano: alla data del 30 giugno 2011 la massa dell’arretrato nei tribunali italiani era pari quasi a 9 milioni di processi; i tempi medi necessari per la definizione di una causa sono arrivati a più di 7 anni nel civile e a quasi 5 anni nel penale; nella classifica della Banca Mondiale l’Italia è al 158° posto, su 183, per la durata dei procedimenti e per l’inefficienza della giustizia: un dato che ci vede preceduti anche da Togo, Isole Comore, Indonesia e Kosovo. Pochi dati che fanno capire come il processo in Italia sia non solo complicato ma proprio schizofrenico, affetto da una logica perversa ed incentivata da norme che rendono conveniente non osservare la legge. La situazione in fondo è coerente con i comportamenti di una classe politica che trova difficoltà ad assimilare concetti come legalità, uguaglianza di fronte alla legge. Con un occhio più attento al processo penale, gli autori più volte richiamano i guasti causati dal cosiddetto “giusto processo” dell’art. 111 C., incardinato intorno al principio che la prova deve essere formata in contraddittorio davanti al giudice. Non viene ricordato come mai fu imbastita in tutta fretta questa norma, quale esempio di grande inciucio dopo la bocciatura dell’art. 513 cpp da parte della Corte Costituzionale, ma quello che importa è coglierne gli effetti negativi; e da questo lato Davigo e Sisti ci offrono una panoramica esauriente.

I titoli di alcuni paragrafi ci potranno dare un’idea degli argomenti più controversi e che maggiormente hanno dato adito a mistificazioni da parte dei media e dei politici (apprezzabili i passaggi del libro dove si replica punto punto alle sciocchezze di Sergio Romano, uno dei tuttologi del Corriere, sull’appello): “I guasti dell’oralizzazione e dell’immutabilità del giudice”; “Il pubblico ministero e l’obbligatorietà dell’azione penale”; “I correttivi all’obbligatorietà dell’azione penale”; “La separazione delle carriere”; Gli archivi della polizia giudiziaria e l’inversione dei flussi informativi”; “Operazioni sotto copertura”; “La commissione di disciplina”; “Le indagini difensive”; “Il cottimo nelle decisioni: ingiustizia pura”; “Intercettazioni e tabulati”; “Non disturbate il manovratore”; “Tutti gli italiani sono intercettati?”; “Il caso Italia a confronto con Francia, Regno Unito, Stati Uniti”. Va detto che “Processo all’italiana” non si propone come una sorta di manuale sul processo penale, ma semmai come guida ragionata sui “temi che da vent’anni sono dibattuti tra j’accuse, grida d’allarme. Affronta, denunciandoli dall’interno, i ritardi che attanagliano l’Italia dei tribunali. Propone anche una cura radicale per uscire dal girone infernale nel quale la giustizia è entrata, spesso a causa di leggi ad hoc che tendono ad allungarne ulteriormente i temi. Una cura che suggerisce rimedi a costo zero (o che consentirebbero risparmi) e impegnerebbe il Parlamento in poche sedute, senza defatiganti e interminabili dispute” (pag. 16). Cura che consisterebbe in pochi accorgimenti volti a rivedere il patteggiamento e il rito abbreviato, i due riti alternativi che non hanno dato i risultati attesi; per consentire gli appelli solo dopo una loro selezione; per rendere effettive le depenalizzazioni, mai adeguatamente realizzate, per ovviare a continui rinvii; per eliminare quintali di carte. E infine parole chiare e ferme per svelare le mistificazioni che hanno alimentato la polemica sulle intercettazioni. Un libro che per forza di cose non risparmia gli Alfano, i Violante e combriccola.In relazione allo sciagurato progetto di separazione tra P.M. e polizia giudiziaria leggiamo: “chi, tra gli altri, ha aperto la strada a questa “rivoluzione” è stato un componente della sinistra, autore di un formidabile assist ad Alfano: l’ex deputato PD Luciano Violante, ex giudice. E’ stato lui a dichiarare che non ci dovrebbe più essere una iniziativa duale pm-polizia giudiziaria nelle indagini […]”.

Una delle tante manovre volte a mettere la mordacchia ai pubblici ministeri e così affermare una particolare interpretazione del “primato della politica” da parte di Violante e dei suoi compagni di merende. Proprio a riguardo è opportuno riportare un passaggio del libro: “tempo fa un magistrato italiano, in visita a un carcere federale Usa del North Carolina, si è trovato di fronte a molti detenuti, condannati a pene tra i cinque e i quindici anni, metà per fatti di droga e metà per i crimini dei colletti bianchi, per lo più evasione fiscale. Il direttore, scorgendo un certo stupore negli occhi dell’ospite, durissimo, ha spiegato: «Hanno mentito al popolo americano». Un nostro presidente del Consiglio ripeteva che era normale non pagare le tasse. La differenza tra un paese seriamente capitalista e un paese tardo feudale è tutta qui”. E poi ancora: “Oggi viviamo in un’epoca in cui alcuni principi fondamentali dello Stato occidentale (tutti sono soggetti alla legge) sono messi in discussione. Da noi, addirittura, la classe politica è riluttante ad accettarli”.

Queste ovviamente rappresentano soltanto le premesse polemiche e i motivi più profondi che impediscono il varo di riforme efficaci e non infestate dalla propaganda. Scendendo nel dettaglio Davigo e Sisti, ad esempio, archiviano come mere sciocchezze, e con dati incontestabili, le affermazioni dell’ex ministro Alfano riguardo le intercettazioni telefoniche (“Il paese è sotto controllo. Ogni anno 100.000 intercettati”).Niente di cui meravigliarsi in un paese dove un presidente del consiglio ha affermato: “Mi accusano di non avere il senso dello Stato, ma io ho il senso dei cittadini”. Sicuramente il senso di come prenderli per i fondelli. In un’Italia ammorbata da un’illegalità diffusa, al di là delle l’analisi sulle magagne della giustizia, e delle possibili riforme a costo zero, appare opportuna la chiusa dei due autori: “Il rimedio principale non sta tanto nella modifica di questa o quella norma, quanto nel tornare, noi, a essere un popolo serio”.

Edizione esaminata e brevi note

Piercamillo Davigo è consigliere della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda Sezione penale dal 2005. Entrato in Magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dal dicembre del 2000 è stato consigliere della Corte d’Appello di Milano.

Leo Sisti, giornalista, già inviato speciale de “L’Espresso”, è collaboratore dello stesso settimanale, del “Venerdì” di “Repubblica” e del “Fatto Quotidiano”. Ha vinto quattro premi giornalistici: uno in Italia, nel 1996, “Il Premiolino”; tre negli Stati Uniti, assegnati nel 2009, 2010 e 2011 da “Investigative Reporters and Editors” per inchieste realizzate con il network “The International Consortium of Investigative Journalists” (ICIJ), di cui è membro dal 2000. Ha scritto otto libri.

Piercamillo Davigo e Leo Sisti, Processo all’italiana, Laterza, Bari 2012, pag. 183

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 2012

Recensione già pubblicata il 16 aprile 2012 su ciao.it e qui parzialmente modificata.