Dorfles Gillo

Pittura e filosofia

Pubblicato il: 30 maggio 2015

Probabilmente il titolo “Pittura e filosofia” del piccolo libro edito dalla Campanotto poteva essere sostituito senza troppi problemi anche con “Pittura e poesia” o “Pittura e scienza”. Difatti la lettura dei due articoli giovanili di Gillo Dorfles e le riflessioni contenute negli scritti di Luca Cesari e Luigi Sansone evidenziano una personalità multiforme che intendeva valorizzare la connessione tra forme artistiche e ricerca scientifica. Sappiamo che Gillo Dorfles, partendo da un’approfondita e precoce conoscenza dell’antroposofia steineriana, fu protagonista di un percorso culturale che lo portò anni dopo a fondare il MAC (Movimento Arte Concreta) e a mettere nero su bianco i principi della propria estetica nel “Discorso tecnico delle arti” (1952). Una corrispondenza tra le arti che, come in maniera diversa sottolineano Cesari e Sansone, parte appunto da lontano e trova conferma anche nelle opere pittoriche più recenti. Se l’attenzione dell’artista e intellettuale triestino era ed è volta a riconoscere la totalità dell’espressione artistica, allora diventa più chiaro il significato degli articoli pubblicati da Dorfles su “Le arti plastiche” del 1933, che anticipano le riflessioni teoriche compiute degli anni ’50. Con “Raffello, un pittore fuori moda” Dorfles ha proposto un articolo in qualche modo controcorrente, almeno in un tempo in cui il grande Urbinate veniva sottovalutato dalla critica di Longhi e Venturi: la proposta di accostare Raffaello “con completa comprensione”, e perciò i riferimenti alla “bellissima donna vista di spalle e al “ragazzo invasato” (pp.23), secondo Luca Cesari, mostrano una consonanza con quanto dichiarò Steiner sempre sulla “Trasfigurazione”: “vi compare una straordinaria premonizione delle difficoltà che la natura artistica del Bello e la sua Idea, esaltati da Raffaello avrebbero incontrato nell’avvento di un’epoca misurata sul mito del Bello per il Bello e per l’Arte per l’Arte che, a discapito del concetto fattosene dal Venturi non è quella predominante in Raffaello” (pp.16). Così Steiner citato dalla sua “Storia dell’arte, specchio di impulsi spirituali”: “Solo ora viene il tempo in cui si comincerà sempre più a non comprendere Raffaello, a comprenderlo di meno perché l’epoca stessa è diventata più vecchia di quanto Raffaello potesse dare al suo tempo” (pp.16).

L’orientamento di Dorfles nei confronti della corrispondenza delle arti lo possiamo cogliere ancora più esplicito nell’articolo “Goethe, grande disegnatore”: una sorta di premessa a quanto poi l’artista triestino andrà definendo in futuro, ovvero l’espressione artistica come “globalità di attività gnoseologica” e quindi “inclusiva d’arte, filosofia, critica, chiamate a integrarsi”. Coerentemente gli studi di Dorfles sull’arte contemporanea – ricordiamolo – si sono sempre caratterizzati per una rivendicata attenzione agli aspetti sociali, antropologici, linguistici dei fenomeni estetici e culturali. In questo senso possiamo comprendere l’importanza della figura di Goethe, genio della “totalità”, nella formazione culturale del giovane Dorfles. L’articolo del 1933 merita quindi una citazione: “Nella sua Farbenlehre, la dottrina dei colori, Goethe parla per il primo di colori caldi e freddi: il richiamo a questa sensazione profonda del colore da parte di tutto l’organismo e non solo degli occhi, ricorre spesso nella sua opera […] Questa intima percezione delle cose e della natura è uno dei caratteri fondamentali della mente goethiana […] comprese come all’osservazione della cose fosse legata la loro essenza artistica […] Questo nesso estetico e spirituale che lega fra di loro gli organi del corpo umano per farne un tutto armonico e non un semplice accumulo di cellule e di fibre, sfugge all’occhio miope del naturalista attuale che ha sepolto in sé ogni interesse estetico, e non interessa l’artista di oggi che vive in una completa ignoranza d’ogni fenomeno naturale” (pp.24).

Il libro della Campanotto contiene poi delle illustrazioni di alcune opere pittoriche recenti di Dorfles, efficacemente precedute dalle osservazioni di Luigi Sansone: “Mi trovavo al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto […] decine di occhi mi fissavano in ogni direzione, erano gli occhi delle creazioni di Dorfles: inedite creature, organismi indefinibili, nati da contaminazioni tra mondo umano, animale e vegetale, fluttuanti e dinamici in un perenne processo di evoluzione” (pp.29). Un percorso creativo lunghissimo e che lo stesso Dorfles, citato da un’intervista del 2001, ha inteso esprimere con parole ancora una volta molto esplicite e che si richiamano ad una visione dell’arte che già si poteva cogliere nei suoi scritti giovanili:  “Ciò che a me interessava nelle ricerche che ho fatto era sopratutto di identificare quello che è il nostro modo di esprimere la realtà del mondo interno e del mondo esterno […] Comunque non è dal macro che dobbiamo partire bensì dal micro, dalle nostre percezioni, dal nostro modo di creare, dal nostro modo di porci di fronte all’opera d’arte e non solo di fronte alla stessa, ma anche di fronte a tutto quello che fa parte della nostra vita” (pp. 32)

Edizione esaminata e brevi note

Gillo Dorfles, (Trieste, 12 aprile 1910), è un critico d’arte, pittore e filosofo italiano. Laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria, è stato professore universitario di estetica e a partire dall’immediato dopoguerra si è imposto in Europa e nelle Americhe come una delle personalità più attente agli sviluppi dell’arte e dell’estetica contemporanee. Tra le sue opere più note ricordiamo: Simbolo comunicazione consumo (1962), Nuovi riti, nuovi miti (1965), Artificio e natura (1968), Il Kitsch (1968), Le oscillazioni del gusto (1970), Introduzione al disegno industriale (1972), Dal significato alle scelte (1973), Mode & Modi (1979), Elogio della disarmonia (1986), L’intervallo perduto (1988), Il feticcio quotidiano (1990), Preferenze critiche (1993).

Gillo Dorfles, “Pittura e filosofia”, Campanotto Editore (collana “Zeta Rifili”), Pasian di Prato  2014, pp. 48. Testi di Luca Cesari e Luigi Sansone.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015