Dotti Vittorio, Sceresini Andrea

L’avvocato del diavolo

Pubblicato il: 3 agosto 2014

“‘Perché non facciamo qualche trasmissione educativa?’ Lui mi guardò stupefatto, come se avessi detto chissà quale assurdità: ‘Ma ce le abbiamo già – esclamò, – non hai mai visto i programmi di quiz di Mike Buongiorno?’” (pag.48). Nel libro di memorie di Vittorio Dotti, una delle prime “colombe” di Forza Italia ad essere state impallinate, ne troviamo parecchi di questi siparietti tra l’attuale padre costituente Silvio Berlusconi e il suo ex avvocato e stretto collaboratore. Scritto in collaborazione con Andrea Sceresini, è la storia di un lungo rapporto professionale ed umano, dal 1980 al 1996, l’anno delle dimissioni di Dotti da capogruppo di Forza Italia alla Camera. Praticamente il dietro le quinte di operazioni imprenditoriali e politiche (le due cose già prima del 1994 tendevano a confondersi) che hanno visto Silvio Berlusconi “forte e positivo sul lavoro, fantasioso e incontenibile in politica, ma anche fragile e impaurito di fronte ai ricatti”. Una scalata al successo, spregiudicata e avventurosa, che viene raccontata a partire da Milano 2, per passare alle acquisizioni della Standa, di Mediolanum e del Milan (dopo aver tentato di comprare l’Inter), al boom televisivo in Italia e Spagna e gli insuccessi in Francia e in Germania, l’esportazione della pubblicità televisiva in Russia negli anni della Perestrojka. E poi l’avventura politica alla quale inizialmente Dotti avrebbe aderito con convinzione, visto il settarismo della sinistra di Occhetto; e pur consapevole della presenza nella nascente Forza Italia di tanti “falchi” e di personaggi come Previti, descritto sempre come antagonista sia dal lato professionale, umano e politico:”Previti, che si professava craxiano, spesso accalorandosi, inneggiava ad Augusto Pinochet, il sanguinario dittatore cileno, che lui aveva affettuosamente ribattezzato Pinocchietto” (pag.15). Ma al di là dei singoli episodi il succo del discorso è che Dotti – e non si vede come potesse dire altrimenti – rivendica ripetutamente il suo ruolo di avvocato della Fininvest visibile, quella legale, pur con tutta l’attività di lobbing che ne conseguiva, mentre Previti, avvocato relegato a Roma e non di primo piano, evidentemente avrebbe avuto il ruolo di gestire gli affari sporchi e illegali. Attività, secondo Dotti, conosciuta soltanto in seguito alle inchieste e alle successive condanne per corruzione: “Io non avrei mai potuto immaginare che Berlusconi potesse finire implicato in un processo penale. Figuriamoci: prima che arrivasse l’avviso di garanzia nel 1994 avevo detto ai giornalisti se ne avesse ricevuto uno avrebbe dovuto dimettersi”.

Non è un caso quindi che una delle parole più presenti nel libro sia “moderato”, l’orizzonte politico che secondo l’ex capogruppo di Forza Italia avrebbe dovuto essere del nuovo partito, isolando progressivamente i trinariciuti e nel contempo, ormai fatta la scelta della “discesa in campo”, affrontando una volta per tutte il problema del conflitto d’interesse e del duopolio televisivo. Poi ricordiamo cosa accadde: il caso Ariosto, la pretesa che smentisse pubblicamente la “teste Omega”, allora sua fidanzata, e poi la successiva macchina del fango, le dimissioni. Un addio che, sempre secondo Dotti, sarebbe stato comunque inevitabile visto la piega presa da Forza Italia e nonostante le ambizioni che sentiva di avere. Malgrado questo epilogo non possiamo nemmeno affermare che Dotti nel suo memoriale sia stato sempre feroce e vendicativo con l’ex amico Silvio. Ne ha riconosciuto l’intraprendenza, la simpatia, la fantasia, ma poi ha dovuto ammettere che la “discesa in campo” non ha fatto altro che enfatizzare quei difetti che fin tanto faceva l’imprenditore potevano risultare veniali agli stessi occhi dei suoi collaboratori più fidati. E qui iniziano le stoccate: “Il suo universo era composto da due sole categorie: gli amici fedeli e i nemici giurati. Ogni creatura umana era giudicata in rapporto al suo ego” (pag. 29). Ammissioni quelle di Dotti che hanno investito anche la macchina organizzativa di Forza Italia, di fatto la Publitalia di Dell’Utri, evidentemente partita con uno spirito non proprio da liberali doc: “In molti devono ancora convincersene, la politica per Silvio Berlusconi altro non è che l’ennesimo business. Non il più sentito e nemmeno il più importante […] Me lo fece capire chiaramente Marcello Dell’Utri, quando mancavano poche settimane all’ora X […] ‘Ma gli elementi migliori ce li teniamo in azienda’ […] Poi mi confidò: ‘Mica siamo scemi: in politica ci mandiamo quelli di cui in azienda possiamo fare a meno. Che si facciano eleggere. Che vadano pure in Parlamento!’” (pag. 108). Da qui i candidati scelti con casting e prove televisive (un successone quello di Meluzzi): tanti yes man, e alcuni nomi illustri che poi si dileguarono. Il racconto di Dotti prosegue rivelando diversi momenti della vita di Berlusconi e della sua banda, se non del tutto inediti, sicuramente spesso ignoti anche ai lettori che conoscono a menadito i libri inchiesta di Travaglio, Gomez e compagnia. Ad esempio sull’arruolamento di Bonaiuti, nel 1993 ferocemente critico sulla scelta di Berlusconi di fare un partito e poi, una volta trovatosi in difficoltà col direttore del Messaggero, pronto a chiedere udienza al cavaliere e a diventarne un fedelissimo portavoce (salvo abbandonare FI nell’aprile 2014). Oppure possiamo ricordare “L’antennista Galliani”, Armando Minna, il vecchio ragioniere dell’Edilnord, che, sempre secondo Dotti, fu il vero ideatore – e non un team di esperti internazionali – del complicato sistema di scatole cinesi poi descritto nel libro “L’odore dei soldi”. Leggiamo anche di Marco Pannella “che nel 1994 fu arruolato come formatore politico personale del futuro leader” (pag.111): il tutto per la modica cifra di 800 milioni di lire.

Le ultime pagine, dedicate agli ultimi anni di impegno politico nelle file del Movimento Repubblicani Europei della Sbarbati, risultano sbrigative, con una chiusa amara: quando il partitino dei repubblicani collocati a sinistra decise l’unificazione col Pri, e perciò la sostanziale confluenza nel centrodestra berlusconiano, ancora una volta Dotti fu costretto ad abbandonare. Oggi l’ex capogruppo di Forza Italia si racconta senza una vera e propria collocazione, fuori dai giochi politici. In questo senso non possiamo non citare un’affermazione di stretta attualità: “[ndr: Berlusconi] Dice essere un liberale, ma la verità è ben diversa: se domani, in cambio dell’azzeramento dei suoi processi e delle sue condanne, gli offrissero di arruolarsi nell’odiato Partito comunista, scommetto che accetterebbe di corsa […] l’unico scopo della sua azione è salvare se stesso” (pag. 196). E’ in fondo quello che sta accadendo con il cosiddetto Patto del Nazareno, uno scambio indecente sulla pelle di tutti gli italiani, della maggioranza dei menefreghisti e della minoranza degli indignati. E del resto: “E’ un dato di fatto che tra Berlusconi e Renzi esistano numerose affinità […] Per anni si è ripetuto: ‘C’è bisogno di un Berlusconi di sinistra’. Credo che l’ex sindaco di Firenze sia esattamente questo, salvo, è chiaro, il conflitto d’interessi, che per fortuna tocca solo Silvio e non Matteo” (pag. 198). Dotti ha scritto un memoriale che per stessa definizione è di parte, e quindi criticabile finché si vuole, ma queste ultime considerazioni ci fanno pensare alla profezia di Montanelli: “Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino”. Montanelli si sbagliò e di grosso: gli italiani, dopo vent’anni, ancora non sono  immuni, probabilmente non lo saranno mai. Ed ora che al potere c’è il berluschino siamo alle solite. Ma su Dotti il vaccino pare abbia funzionato.

Edizione esaminata e brevi note

Vittorio Dotti, milanese, studi classici al Liceo Berchet, laurea all’Università Statale, avvocato libero professionista, è stato il legale di Silvio Berlusconi e della Fininvest dal 1980 al 1996, e si è occupato, fra l’altro, della costituzione o acquisizione delle reti televisive italiane ed estere del gruppo, dell’acquisto della Standa, del Milan, della Mediolanum, e dei casi Sme e Mondadori. Eletto al parlamento nel 1994, ha ricoperto le cariche di vicepresidente della Camera dei deputati e di capogruppo di Forza Italia.

Andrea Sceresini, (Sondrio, 1983) giornalista. Si è laureato in Linguaggi dei media all’università Cattolica di Milano. Nel 2003, inizia a scrivere sul quotidiano Il Giorno. Nel 2010, insieme ad Maria Elena Scandagliato e Nicola Palma, ha firmato per l’editore Aliberti “Il Signor Billionaire”, biografia non autorizzata di Flavio Briatore. Altri suoi libri, firmati sempre con Palma e Scandagliato, sono “Le case della libertà” e “Piazza Fontana. Noi sapevamo. Golpe e stragi di Stato. La verità del generale Maletti“

Vittorio Dotti, “L’ avvocato del diavolo. I segreti di Berlusconi e di Forza Italia nel racconto inedito di un testimone d’eccezione”, Chiarelettere (Collana Riverse), Milano 2014, pag. 220

Luca Menichetti. Lankelot, agosto 2014