Ferrarese Lapo

Vecchi amici. Racconti horror

Pubblicato il: 20 luglio 2014

Sono undici i racconti che compongono la nuova opera di Lapo Ferrarese “Vecchi amici”: un libro breve per altrettanto brevi incursioni nell’incubo e nell’insolito, che per lo più non lasciano spazio ad un vero e proprio epilogo. Siamo dalle parti del cosiddetto finale aperto, molto in voga nei romanzi “di genere”: quelli che vengono definiti “squarci improvvisi su mondi ignoti” non si chiudono quindi in maniera compiuta e lasciano il lettore in un limbo di voluta incertezza. Probabilmente il modo migliore per dare forma all’irrazionale che non vuole spiegazioni e che si nutre appunto di incubi. In questo senso viene da pensare che Lapo Ferrarese,“lettore assiduo e appassionato di noir, fantascienza e horror” (citazione da quarta di copertina), abbia fatto tesoro dei migliori insegnamenti dei classici del genere: l’inquietudine, il terrore, non nasce tanto dalla rappresentazione del “mostro”, oppure da una macelleria splatter, quanto dall’elemento insolito che scaturisce improvviso nella quotidianità e da elementi in teoria assolutamente innocui. Se questo era l’intento niente di più naturale trovarsi di fronte a racconti che hanno molto a che fare con l’incubo e, come giustamente è stato scritto, con brividi che “portano con sé i ricordi, le immagini, gli odori di quando eravamo bambini”. Il riferimento ai “bambini” non è casuale, vuoi perché i primi anni di vita hanno a che fare col timore nei confronti dell’ignoto e di quello che potrebbe sembrare insolito, vuoi perché i “Vecchi amici”, titolo della raccolta e dell’ultimo racconto, sono riferiti proprio ai ricordi di un adulto che torna nei luoghi dell’infanzia per scoprire quanto fossero vere certe antiche presenze, se incubi innocui oppure qualcosa di reale da affrontare e da rispedire una volta per tutte nel passato.

Senza voler anticipare i finali aperti degli incubi di Ferrarese, forse “vecchi” ma molto poco “amici”, possiamo citare altri racconti che rientrano in questo filone dove il surreale si confonde con la rappresentazione di paure ancestrali. In “La lettera di Babbo Natale” c’è molto poco di natalizio: la moglie, il figlio del protagonista, e così tutte le persone conosciute, sembrano cambiate nel giro di una notte, tutte in spasmodica attesa dell’arrivo di un Babbo Natale che sembra non aver più nulla di immaginario; e probabilmente neppure nulla di pacifico e natalizio. In “Mucche”, racconto con elementi soprattutto grotteschi, l’incubo ricorda qualcosa degli “Uccelli” di Hitchcock (o forse il romanzo di Daphne du Maurier): cambiano gli animali, da volatili a mammiferi, ma la presenza minacciosa è quella che non si spiega e che manderà nei pazzi il tranquillo villeggiante.

In “Strani sogni” sono gli incubi che si concretizzano in un crescendo che non promette niente di buono. “L’ombra del vento” è costruito in forma di scambio epistolare, adatto per un’ambientazione ottocentesca e per suggerire che dietro alle misteriose sparizioni vi sia un insospettabile licantropo: “non sembra nemmeno la sua voce” (pag. 61). In “Apri gli occhi” la storia della scommessa a trascorrere la notte nella vecchia villa abbandonata non ci potrà non ricordare precedenti come “Danza macabra”. Con “L’armadio”, nella sua semplicità, si fanno del tutto esplicite quelle paure apparentemente infantili che caratterizzano i racconti di Ferrarese e la loro trasformazione da incubi, quelli che per fortuna spariscono al risveglio, in una realtà che non sparisce affatto; ed anzi magari fa sparire nel nulla il disgraziato che ha avuto l’incubo o quello che poteva sembrare tale. Fin qui pagine che alimentano fantasie oniriche e che forse rivelano una realtà molto più concreta e letale. Più originale, decisamente meno legato all’incubo, semmai allo sconcerto e al terrore del protagonista che non ricorda più nulla e si ritrova in una stanza con un cadavere di una donna sconosciuta, è “Amnesia”: un mistero neanche troppo piccolo che verrà svelato in poche battute e che consegna lo smemorato ad una solida tradizione horror. Tutti brevi racconti che confermano il Ferrarese “lettore assiduo” e che, tra monologo e terza persona, richiamano temi tutt’altro che ignoti alla letteratura di genere. Soltanto che in questo caso risultano in qualche modo attualizzati (vedi la webcam in “Apri gli occhi”), con tutte le necessarie variazioni e ricondotti alle dimensioni di poche pagine. Anzi, soprattutto i racconti in prima persona avrebbero meritato un’ulteriore sintesi, qualche frase da limare o proprio da eliminare per un monologo ancor più incalzante. Il fatto poi che Ferrarese non abbia scelto la via facile facile dello splatter, rischiando forse di deludere una larga fascia di pubblico, ci fa ben sperare in prove future ancor più mature e dove la passione per il genere horror prevalga ancora una volta sulle più trite convenzioni mainstream.

Edizione esaminata e brevi note

Lapo Ferrarese, è nato nel 1969 a Firenze, città dove vive e lavora. Laureato in Filosofia e lettore assiduo, è appassionato di fantascienza e horror, generi letterari nei quali ama anche cimentarsi come scrittore. Prima di “Vecchi amici” ha pubblicato: Ombre. Racconti del brivido (Phasar Edizioni, 2008), Incubi. Racconti horror (Galaad Edizioni, 2010), Il complotto e altri racconti (Phasar Edizioni, 2013).

Lapo Ferrarese,”Vecchi amici. Racconti horror”, Galaad Edizioni, Giulianova 2014, pag. 130.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2014