Gigante Valerio, Kocci Luca, Tanzarella Sergio

La grande menzogna

Pubblicato il: 9 maggio 2015

Sul portale “centenario1914-1918.it”, progetto governativo che si dice ispirato al “recupero della memoria storica”, possiamo leggere le parole di Napolitano: “ricordare la Grande Guerra, l’eroismo e il sacrificio dei soldati e della cittadinanza, e tutte le vicende – politiche, culturali, civili – ad essa legate come episodio di fondamentale importanza nel processo di costruzione dell’identità europea, della nostra storia nazionale, e di coesione tra gli italiani di ogni regione”. E poi a seguire tutta una serie di affermazioni che sanno appunto di celebrazione e poco altro. Proprio quale antidoto agli inevitabili fiumi di retorica che scaturiscono dai centenari – poi dipende sempre di che centenari si parla – Valerio Gigante, Luca Kocci e Sergio Tanzarella hanno voluto pubblicare “La Grande Menzogna”, opera divulgativa che intende “demistificare la narrazione celebrativa della I guerra mondiale e creare una solida coscienza critica del perché fu orrore quella guerra, come e più di altre guerre” (pp. 7). Intendiamoci, il libro non rappresenta qualcosa di completamente inedito ma recupera le ricerche di Mario Isnenghi, Antonio Ghibelli, Gregory Matthew Thomas, Alberto Monticone, Enzo Forcella, ed altri storici che hanno affrontato il tema della “grande guerra” cogliendone gli aspetti che la retorica patriottarda aveva censurato (per prevenire “il rischio del disgusto e dello scandalo che la realtà di orrori, violenze ed errori avrebbe potuto provocare nel fronte interno”- pp. 42) e che anche la pubblicistica divulgativa ha sempre trascurato, vuoi nel ridimensionare le tragedie, vuoi nell’evidenziare soltanto gli eroismi. Gli autori oltretutto ricordano come in questi ultimi anni si sia affermata una storiografia interdisciplinare, con studi dedicati all’analisi dell’esperienza del soldato al fronte “attraverso la lente della psicologia, della psichiatria e della medicina in generale” (pp. 161); e soprattutto come si sia sviluppata una nuova stagione di studi “meno incentrata sulle cause e sulla genesi del conflitto, più attenta ai processi che la guerra ha prodotto sulla cultura e sulla memoria dei popoli” (pp. 159).

La caratteristica della “grande menzogna” è semmai quella di aver voluto raccontare gli aspetti infami della “grande guerra” e l’uso politico della memoria mediante “microsaggi autonomi”, probabilmente di più facile lettura anche per chi non fosse uno specialista e non troppo avvezzo alle letture di argomento storico. Gigante, Kocci e Tanzarella ricordano quindi le motivazioni finanziarie che convertirono all’interventismo molte delle grandi industrie italiane, i cosiddetti “intellettuali con l’elmetto”, per lo più combattenti sulle piazze e sui giornali; e poi, capitolo per capitolo, molto di quello che invece accadeva al fronte e che per lunghi anni non è stato raccontato, pena essere accusati di disfattismo. Ed allora ecco gli innumerevoli casi di corruzione e truffa, occultati e riscoperti dagli studiosi in anni recenti: “contemporaneamente l’Ansaldo, certo per ‘pura distrazione’, la stessa partita l’aveva venduta anche alla Direzione artiglieria e genio del Sottosegretariato armi e munizioni con un prezzo superiore del 400%” (pp. 32). Un breve capitolo è dedicato anche a papa Benedetto XV che, con la sua denuncia della guerra, irritando oltre misura Wilson e i leader europei, costruì “le premesse per la sua totale cancellazione dai libri di scuola e nella memoria degli italiani” (pp. 81). Una cancellazione della memoria coerente con quanto invece predicato e praticato dai cappellani militari in pieno accordo con gli stati maggiori: la benedizione delle armi e della guerra, il ruolo di padre Agostino Gemelli nell’offrire alle masse dei fanti le motivazioni religiose per morire senza rimpianti. Ed inoltre, pagina dopo pagina, un repertorio di meschinità e cinismo, da parte innanzitutto degli alti ufficiali e dei politici romani, che fa a pugni con l’esaltazione dell’eroismo dei soldati, in realtà per lo più analfabeti ignari di cosa aspettava loro. Da qui il racconto impietoso dei suicidi, delle automutilazioni, dei disturbi mentali, delle trincee ricettacolo di immensa sporcizia, delle condizioni miserevoli dei fanti, delle prostitute inviate dagli stati maggiori per tenere alto il morale della truppa, delle mazze ferrate in dotazione agli eserciti per finire i nemici, delle spaventose mutilazioni inferte ai militari. Ampio risalto poi viene dato alle lettere ostili alla guerra indirizzate a Vittorio Emanuele III che, secondo gli autori, consentirebbero “di sfatare due miti, qualora ve ne fosse ancora bisogno: che la guerra ebbe il consenso delle masse popolari e che fu occasione di rigenerazione morale e di unificazione del Paese” (pp. 98). Frase che va letta insieme alle già citate parole di Napolitano, presenti nel portale centenario1914-1918.it. Rigenerazione morale che evidentemente i vertici militari, Cadorna e Graziani in primis, intendevano ottenere con metodi a dir poco drastici. Tra questi le famigerate decimazioni di massa – qualcosa di simile avveniva con i carabinieri incaricati di fucilare alle spalle i fanti che esitavano a lanciarsi all’assalto del nemico – e la politica spietata dei tribunali speciali, coerenti con la progressiva sostituzione dei poteri tra livello civile e militare.

Gli autori raccontano alcune delle vicende più eclatanti, in un contesto dove “la vita di un uomo valeva ormai come quella di una gallina”: “anche lanciare un pezzo di pane verso la trincea del nemico austriaco poteva costare vent’anni di carcere, come accadde a due sottufficali, un carpentiere pisano e un fabbro casertano”(pp.49). Viene ricordata anche l’esecuzione, a Noventa Padovana, dell’artigliere Alessandro Ruffini (3 novembre 1917), reo di essere sfilato al cospetto del generale Andrea Graziani con un sigaro in bocca. Queste le parole compiaciute dello stesso generale: “saltato giù dall’automobile e, di corsa, penetrato entro le file, ho bastonato nella schiena quel soldato. Fermato lo sfilamento, legato il soldato dai carabinieri della mia scorta. L’ho fatto immediatamente fucilare contro il muro della casa vicina: tutto si è svolto nel tempo di quattro o cinque minuti […] Ho operato con la sola visione di far quanto ritenevo indispensabile per il bene della patria in pericolo” (pp. 51). Se questa era l’idea della vita umana da parte di vertici militari che si erano intestarditi ad usare le truppe come carne da macello per assalti frontali, non deve stupire la considerazione riservata ai prigionieri di guerra, visti sostanzialmente come dei traditori. Preceduti dalle parole del Vate (“Sventurato o svergognato il prigioniero perde diritto alla gloria”), da qui la “decisione dei governi italiani che si avvicendavano di non inviare ai prigionieri – se non in minime quantità e solo nell’ultimo anno di guerra – derrate alimentari, abiti e scarpe adeguate alle rigide temperature degli inverni tedeschi e austroungarici, né di accettare scambi di prigionieri” (pp. 88); a differenza di quanto deciso dagli altri Stati belligeranti. Un libro che chiaramente potrà irritare coloro che vedono nella Prima guerra mondiale innanzitutto lo scenario degli eroismi di Cesare Battisti o di Enrico Toti, ma che, secondo noi, è riuscito nell’intento di mostrare il volto più tragico e cattivo di quanto avvenuto tra il 1914 e il 1918.

Edizione esaminata e brevi note

Valerio Gigante, insegnante di lettere nei licei, redattore dell’agenzia di informazioni politico – religiosa Adista e collaboratore di Micromega. Fra le sue pubblicazioni: “Paraventi sacri. Il ventennio della Chiesa cattolica dietro il ritratto dei suoi protagonisti” (Di Girolamo, 2010); insieme a Luca Kocci, “La Chiesa di tutti. L’altra Chiesa: esperienze ecclesiali di frontiera, gruppi di base, movimenti e comunità, preti e laici non allineati” (Altreconomia, 2013)

Luca Kocci, insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori, redattore dell’agenzia Adista e collaboratore del quotidiano Il manifesto. Dal 2001 al 2011 ha curato e collaborato all'”Annuario geopolitico della pace” (Asterios, Terre di Mezzo e Altreconomia edizioni)

Sergio Tanzarella, è ordinario di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, dove dirige l’Istituto di Storia del cristianesimo. E’ inoltre professore invitato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Tra le sue pubblicazioni: “La purificazione della memoria. Il compito della storia tra oblio e revisionismi” (Edb, 2001), “Gli anni difficili. Lorenzo Milani, Tommaso Fiore e le Esperienze pastorali” (Il Pozzo di Giacobbe, 2008). Ha collaborato a “Cristiani di Italia. Chiese. Società. Stato 1861-2011″ (Treccani, 2011).

Valerio Gigante, Sergio Tanzarella, Luca Kocci, “La grande menzogna”, Dissensi Edizioni, Viareggio 2015, pag. 114.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015