Sessi Frediano

Elio, l’ultimo dei Giusti

Pubblicato il: 8 ottobre 2017

La cosiddetta “narrazione”, che attualmente viene tradotta –  in virtù del nostro provincialismo – come “storytelling” e messa in cima alle priorità dei politici rampanti, a quanto pare ha fatto danni anche in tempi non sospetti; in particolare nel primo dopoguerra. A farne le spese un mite e coraggioso contadino toscano, Elio Bartolozzi che, nella primavera del 1944, aiutò due partigiani feriti a mettersi in salvo. Quando poi fece ritorno alla sua cascina, i nazifascisti, avvisati probabilmente da un suo vicino, lo arrestarono; e così iniziò un lungo calvario: prima le torture a Villa Triste, poi la reclusione a Fossoli, a Bolzano-Gries, e la deportazione Mauthausen e a Gusen. In questi mesi di privazioni e di sevizie da parte dei nazisti e dei kapò, Bartolozzi riuscì a non rinnegare il suo spirito solidale e ad aiutare i suoi compagni di prigionia. Quando nel giugno del 1945 fece ritorno nella sua Ceppeto, molti di primo acchito non lo riconobbero da tanto era dimagrito e malato. Era un periodo in cui il trasformismo e le vendette si sprecavano, ma in Elio,  ancora una volta, prevalse l’umanità e scelse di non infierire su chi lo aveva tradito e denunciato. Una storia quindi controcorrente, almeno rispetto a quanto possiamo leggere nella più recente memorialistica, e che è stata raccontata con molta partecipazione da Frediano Sessi – da tempo interessato allo lo studio della Shoah e della Resistenza –  sulla base di un  diario redatto dello stesso Bartolozzi, “La mia vita prigioniera”. Controcorrente per diversi motivi. Innanzitutto perché la storia di Elio Bartolozzi non è quella di un partigiano. O meglio: poteva diventare la storia di un partigiano ma il suo nome scomparve dalla commemorazioni della battaglia di Montorsoli e il suo gesto, quello che lo consegnò alla vendetta nazifascista, fu subito dimenticato. Il fatto è che Elio ha vissuto gran parte della sua infanzia e giovinezza all’interno della “grammatica del totalitarismo” (cit. T.Todorov) e, pur avendo in antipatia i nazifascisti, la politica l’ha scoperta dopo la guerra, non è stato un “combattente” in senso letterale. La scelta del mite contadino toscano di rischiare la pelle per salvare dei partigiani – e in seguito anche di aiutare i compagni di prigionia a costo della vita – non fu mai sbandierata; tanto che “il partecipare alla comunità politica del dopoguerra non lo favorisce nell’ottenere un posto di lavoro fisso” (pp.117). Ed è a questo punto che possiamo parlare di “storytelling”: nel “modello di ricostruzione storica prevalente in quegli anni, chi riscatta l’onore dell’Italia offesa e violata dal regime fascista sono i partigiani combattenti […] Le narrazioni che non seguono questo canone rimarranno confinate ad uno stretto ambito privato e determineranno quella che Anna Bravo chiama la solitudine del sopravvissuto nel mondo del ritorno” (pp.118). Una gerarchia di valori che è rimasta intatta negli anni e che, secondo Sessi, ha emarginato i cosiddetti sopravvissuti.

Emarginazione o amnesia che dir si voglia. Tant’è, come ancora ricorda il nostro autore, “alla morte di Elio [ndr: gennaio 2004], i funerali furono seguiti dalla famiglia e da alcuni amici. Nessuna bandiera dell’ANPI, nessun ricordo dell’ANED. Le onorificenze che ricevette in vita (una medaglia del comune di Firenze e una medaglia d’onore della Presidenza del Consiglio dei Ministri) gli furono attribuite insieme a tutti gli altri ex deportati sopravvissuti, senza una motivazione specifica, legata alla sua azione di coraggio e abnegazione” (pp.123). Da qui le domande legittime di Frediano Sessi, che pure non indulge in eccessive polemiche: “Chi sono i veri partigiani? I veri oppositori al nazifascismo? Che tipo di rete di solidarietà si costruisce intorno ai reduci?” (pp.117). Non certo domande retoriche, tanto più alla luce di quanto affermato, anche recentemente, da esponenti (partigiani?) di note associazioni. Non lo dice Sessi, lo diciamo noi: ad esempio, il caso di Giuseppina Ghersi (fucilata a tredici anni forse perché era una “spia”, forse perché aveva scritto una lettera al Duce), recentemente tornato alla ribalta, la dice lunga. Al di là di tutte le manipolazioni da parte dei cosiddetti “beatificatori”, l’esecuzione, a guerra finita, della ragazzina viene ancora una volta “contestualizzata”; al punto da leggere cose tipo “l’Anpi alza le barricate contro la proposta di intitolarle una lapide”, “forse l’uccisione della Ghersi poteva pure essere evitata” del rifondarolo Fabrizio Ferraro. “Forse”. Di tutta evidenza l’estraneità di Elio Bartolozzi rispetto chi non conosce buon senso e nemmeno si pone il problema di cogliere la differenza tra giustizia e vendetta.  Elio Bartolozzi che nemmeno volle vendicarsi su chi l’aveva denunciato. Come scrive Frediano Sessi, è stato un uomo semplice, schivo, altruista e coraggioso, che ha fatto la sua scelta “perché si doveva fare”: la messa in pratica di una virtù quotidiana, soccorrere uomini in pericolo di vita, e – lo possiamo affermare senza remore – che avrebbe meritato molta più attenzione da parte di coloro che continuano a “contestualizzare” anche quando non è proprio il caso.

Edizione esaminata e brevi note

Frediano Sessi, saggista, scrittore, traduttore consulente editoriale italiano. Vive a Mantova. Insegna Sociologia generale nel Corso di Laurea in Educazione professionale della Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia ed è stato Segretario Generale della Fondazione Università di Mantova dal 2003 al 2013. È stato docente incaricato di Etica Ambientale presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pavia, sede di Mantova. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Nome di battaglia: Diavolo (2000), Prigionieri della memoria (2006, due edizioni), Foibe Rosse (2007, due edizioni), Il segreto di Barbiana (2009), Il lungo viaggio di Primo Levi (2013) e con Carlo Saletti Visitare Auschwitz (2011, due edizioni) e Auschwitz . Guida alla visita dell’ex campo di concentramento e del sito memoriale, tutti editi da Marsilio. È autore anche di Ultima fermata: Auschwitz (1996), Sotto il cielo d’Europa (1998) e Il mio nome è Anne Frank (2010), Primo Levi, l’uomo, il testimone, lo scrittore (2013) editi da Einaudi, per cui ha curato Diario di Anne Frank (1993) e il Dizionario della Resistenza (2000) e La vita quotidiana ad Auschwitz (1999, Rizzoli, tredici edizioni).

Frediano Sessi, “Elio, l’ultimo dei Giusti”, Marsilio (collana “Gli Specchi), Venezia 2017, pp. 160.

Luca Menichetti. Lankenauta, ottobre 2017