Katai Tayama

Il futon

Pubblicato il: 6 settembre 2015

Qualche anno fa Maria Teresa Orsi scriveva che “Il Futon” di Tayama Katai “creava un modello di scandalo ma allo stesso tempo fissava le convenzioni che per lungo tempo avrebbero dominato la narrativa del Novecento: da una parte il naturalismo come descrizione obiettiva della realtà più direttamente sperimentabile dallo scrittore, ossia se stesso e l’ambiente circostante, dall’altra l’insistenza sull’elemento confessionale e privato, dove l’autore non esitava a rivelare particolari anche insignificanti della propria vita”. Concetti che abbiamo ritrovato leggendo l’ampia introduzione di Luisa Bienati al più recente “Futon”, pubblicato quest’anno per i tipi della Marsilio. In particolare si ricorda che Katai ha costellato la sua opera di numerose citazioni tratte da autori occidentali ed in particolare di Hauptmann, Turgenev, Sudermann, Ibsen, Maupassant. In altri termini un realismo letterario che è stato sicuramente influenzato da coloro che, nel XIX secolo, hanno “abbandonato lo stile dorato del romanticismo in favore di una scrittura naturale e vera” (pp.17). Se poi è vero che al romanzo sono state spesso associate le parole “scalpore” e “crudezza”, è probabile che il lettore contemporaneo, piuttosto del presunto scandalo, potrà cogliere semmai la particolarità del linguaggio di Tayama Katai, del tutto coerente con un’opera “centrata sul soggetto” e finalizzata ad una rappresentazione realistica: viene abbandonato lo stile aulico fino ad allora imperante e vengono abbracciate le tesi del movimento genbun’itchi (unificazione della lingua parlata e scritta). Così la professoressa Bienati: “Esempio più evidente di questo stile in ‘Futon’ è l’uso dei pronomi personali (kare, egli; kanojo, ella): il protagonista già nella prima frase è rappresentato non con il suo nome proprio ma con il pronome di terza persona maschile. Questo suona come una dichiarazione esplicita dell’autore di voler seguire, anche grammaticalmente, la lezione dell’Occidente” (pp.28). La curatrice del volume, pur ricordando il rifiuto della morale tradizionale da parte di Tayama Katai, ha giustamente evidenziato il contesto storico letterario che ha visto nascere lo “shishōsetsu”, ovvero il “romanzo dell’io” o romanzo confessionale, per cui un’opera letteraria può essere considerata degna di questo nome nel momento in cui dipinge in modo fedele ed autentico la vita personale dell’autore. Un realismo che appare in stretta relazione con l’aspirazione alla modernità. Da questo punto di vista la figura di Yoshiko appare paradigmatica: “aveva assunto ormai tutti i pregi e difetti delle studentesse della sua epoca” (pp. 64). Pregi e difetti, contraddizioni apparenti che turbano profondamente il protagonista della vicenda (o, per meglio dire, della confessione), Takenata Tokio. Questi è un professore di letteratura che accoglie nella sua famiglia la giovane Yoshiko, aspirante scrittrice, e che ormai trascorre l’esistenza con disagio e frustrazione: “quando la moglie era rimasta incinta del terzo figlio tre anni prima, il piacere della vita coniugale per lui era già svanito da tempo […] Si sentiva disperatamente solo” (pp.55).

Le pagine che seguono rappresentano ancora i turbamenti di Tokio, la sua autocommiserazione, i momenti di sconforto che lo portano a ubriacarsi, l’insoddisfazione per una moglie incapace di abbandonare le più tristi e banali convenzioni sociali, del tutto estranea alle passioni letterarie del marito e così diversa dalla giovane Yoshiko, moderna e audace. Tokio, sempre più attratto dall’allieva, per evitare sospetti e pettegolezzi la affida alla cognata. Un distacco parziale che però non riuscirà a placare l’inquieto professore, che oltretutto viene a sapere di un fidanzato della giovane e probabilmente di un loro rapporto non propriamente casto e puro. La rappresentazione della gelosia si accompagna alle parole ipocrite e alle ridicole pruderie di una società repressa e repressiva; tanto da risultare evidente che la fama di audacia del romanzo, del tutto relativa, debba essere valutata in rapporto alla realtà giapponese del tempo. Così lo stesso Tokio che, come si suol dire, predica bene e razzola male, influenzato dalle sue letture occidentali e nel contempo ossessionato dalle sue fantasie: “Voi gente all’antica non potete capire quello che fa Yoshiko. Se un ragazzo e una ragazza camminano da soli o si parlano, subito a pensare male […] Ormai anche le donne devono prendere coscienza. Non possono più avere un atteggiamento di dipendenza come in passato. Come dice la Magda di Sudermann, non si può essere talmente insignificanti da passare direttamente dalle mani del padre a quelle del marito. Come nuova donna giapponese devi pensare da sola e agire da sola!” (pp.62). Se il rifiuto della morale tradizionale, l’esplicita ricerca della felicità al di fuori delle convenzioni sociali (matrimonio), al tempo poteva apparire un’audace rottura della tradizione, oggi la lettura del “Futon” potrà ancora suscitare interesse per lo stile colloquiale del romanzo, per la capacità di approfondimento psicologico dei personaggi e per il coraggio dell’autore – è evidente che in Tokio ci sia molto di Tayama Katai – di non nascondere le proprie debolezze e frustrazioni di fronte ad un pubblico presumibilmente ancora impreparato ad affrontare argomenti così “scandalosi”.

Edizione esaminata e brevi note

Tayama Katai, (1872-1930), appartenente a una famiglia di samurai decaduti, si dedica in gioventù agli studi classici, per poi appassionarsi alla letteratura europea. Grazie alla frequentazione di intellettuali come Kunikida Doppo e Yanagita Kunio, espande ulteriormente i propri orizzonti e approfondisce la conoscenza del naturalismo, in particolare tedesco. E’ autore di “Juemon no saigo” (La fine di Juemon, 1902) e “Shojobyo”(La passione per le ragazzine, 1907), ma è Futon(Il futon, 1907) a consacrarlo in Giappone come “padre del naturalismo”. Quest’opera è considerata anche il primo esempio di shishosetsu, romanzo confessione o romanzo dell’io. Tra le opere più significative si ricordano anche “Sei”(Vita, 1908) e “Inaka kyoshi” (L’insegnante di campagna, 1909).

Luisa Bienati, insegna Letteratura giapponese classica e Letteratura moderna e contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si occupa in particolare di letteratura del Novecento e ha tradotto testi quali “Al giardino delle peonie” (Marsilio 1999); “La morte d’oro” (Marsilio 1995), “Ave Maria” (Marsilio 1995), “Adolescenti” (Bompiani 2000), “La pioggia nera” di Ibuse Masuji Ha inoltre curato i volumi: “Una trama senza fine. Il dibattito critico degli anni Venti in Giappone” (Cafoscarina 2003), “Letteratura giapponese. Dalla fine dell’Ottocento all’inizio del terzo millennio” (Einaudi, PBE, 2005), “The Grand Old Man and the Great Tradition. Essays on Tanizaki Jun’ichiro- in Honor of Adriana Boscaro” (Michigan University Press 2009).

Tayama Katai, “Il futon”, Marsilio (collana Letteratura universale. Mille gru), Venezia 2015, pp. 136. Traduzione di Ilaria Ingegneri. A cura di Luisa Bienati.

Luca Menichetti. Lankelot, settembre 2015