Kin Cecilia

Scelta o destino

Pubblicato il: 20 luglio 2013

Probabile che a molti di voi il nome di Cecilia Kin possa dire poco; ma è un dato di fatto che, prima della sua scomparsa nel 1992 questa anziana signora russa, nata bielorussa, per decenni relegata in un minuscolo appartamentino di Mosca, si sia fatta riconoscere come una grande italianista, se non proprio la più efficace italianista della sua generazione. Sergio Romano, che la conobbe in Urss diversi anni fa e che è pure citato nel libro “Scelta o destino”, così ce la ricorda: “Quando la famiglia si trasferì a Ekaterinburg, dopo la rivoluzione d’Ottobre, Cecilia divenne comunista, militò nelle file del Komsomol (l’organizzazione giovanile del partito) e incontrò di lì a poco, non ancora diciottenne, Viktor Kin, giornalista, drammaturgo, romanziere, combattente della guerra civile fra Rossi e Bianchi […]. La loro vita fu stroncata nel 1937 quando Viktor cadde nella trappola delle grandi purghe staliniane e fu condannato a dieci anni di lager. Credo che Cecilia non abbia mai saputo se fosse morto di freddo e stenti nelle regioni siberiane dell’arcipelago Gulag, o se fosse stato «giustiziato» all’inizio della prigionia, come accadeva in molti casi. Uscì dal lager nel 1946 soltanto perché il figlio era morto per la patria a diciassette anni combattendo contro i tedeschi. Cecilia ricominciò a vivere e trovò nella scrittura una consolazione per gli affetti perduti”. E soprattutto ci dà la sua interpretazione sull’ideologia di questa vittima del regime ancora fedele all’idea di un socialismo scientifico e precorritrice del nuovo corso gorbacioviano dell’Urss: una militanza tutta intellettuale la sua, in opposizione ad un regime che, col totalitarismo, si era svuotato di ogni ideale. Cecilia Kin, secondo Romano, definiva la storia sovietica, soprattutto durante il periodo staliniano, “un dramma collettivo” per sfuggire a qualsiasi discussione sulla rivoluzione, sul comunismo, sul regime e le responsabilità dei suoi leader: “Erano argomenti delicati che era meglio non sollevare. Ma dietro questa naturale prudenza vi era anche il desiderio di non rinnegare il suo comunismo. Fu questa forse la ragione della sua amicizia per i comunisti italiani. Sperò di trovare nel partito di Gramsci e Berlinguer la dimostrazione che la sua scelta era stata giusta”. Un’idea, un desiderio di non rinnegarsi che probabilmente, insieme ad altri motivi più strettamente letterari e riferiti ai tanti personaggi ricordati nella sua opera, ha motivato quel titolo: “Scelta o destino”. Non si deve però pensare ad un’opera condizionata dall’ideologia, anche se intesa in senso gorbacioviano, ovvero l’illudersi che socialismo, rivoluzione e libertà potessero andare d’accordo.

Le pagine di “Scelta o destino” ci risultano magari un po’ inorganiche, come una sorta di zibaldone di pensieri, caratterizzate da uno scorrevole stile antiaccademico, molto chiaro anche quando si coglie il suo infantile stupore di fronte ai tanti misteri italiani e ai bizzosi intellettuali del nostro paese. Ma è altrettanto vero che la socialista Cecilia Kin, ad esempio, mostra una particolare attenzione per l’Italia cattolica, oltretutto con argomentazioni talmente “democratiche”, di sicuro più tolleranti di quelle di tanti maîtreàpenser di sinistra, che proprio non verrebbe in mente di avere a che fare con una scrittrice vissuta gran parte della sua vita in piena dittatura sovietica. Per non parlare del capitolo dedicato al destrorso Indro Montanelli, del quale, con toni ammirati e pieni di affetto, oltre all’opera e ai suoi libri, analizzati dal punto di vista più strettamente letterario, racconta con grande lucidità le complicate vicissitudini personali e professionali, almeno quelle note ai più, pur non negando il suo carattere un po’infantile ed egocentrico. In questo senso alcune delle affermazioni di Cecilia Kin su Montanelli (e su Longanesi, Berto Ricci ed altri destrorsi presenti nel libro) si potrebbero riassumere in una celebre frase dello stesso giornalista toscano: “I principi restano e le idee invece cambiano con gli uomini cui vengono date in appalto. L’impegno della coerenza ho imparato a riservarlo soltanto ai valori fondamentali cui un uomo deve ispirare la propria condotta”. Ed ancora: “da tempo ho rinunciato a giudicare gli uomini dalle loro idee. Li giudico dal mondo in cui le servono”.

“Scelta e destino”, col senno di poi, ci appare in qualche modo anche profetico. Pubblicato in edizione italiana ridotta rispetto quella sovietica (siamo ancora nel 1988), come già ricordato, contiene molti giudizi sugli intellettuali italiani, da Piovene a Moravia, molti dei quali furono ospiti del suo minuscolo appartamento moscovita. Giudizi spesso pieni di ammirazione ma a volte molto severi al di là delle posizioni ideologiche di ciascuno. Tra i pochi intellettuali presunti e ferocemente criticati troviamo Piero Ostellino, al tempo in odore di craxismo. Così Cecilia Kin in risposta ad alcune affermazioni azzardate dell’allora direttore del Corriere: “Montanelli, Scalfari e Fattori sono uomini molto diversi per temperamento, opinioni ed esperienze, ma è semplicemente imbarazzante che tutti e tre abbiano i più diretti rapporti col mondo della cultura […] Il suo caso è quasi da antologia: autocompiacimento, pretesa al superintellettualismo, dietro il quale si nasconde sordità morale, il più perfetto aplomb, conoscenze, carriera. Egli è convinto di non aver mai scritto nulla di banale nella sua vita. E noi ci chiediamo: in tal caso, che cos’è banale se non questa prosa?” (pag. 127). Poi in epoca berlusconiana abbiamo conosciuto ancora meglio Ostellino, il falso terzismo dei suoi colleghi del Corriere, gli editoriali surreali e privi di contenuto, la difesa dell’indifendibile con argomenti appunto superintellettuali: e quindi ancora oggi possiamo sottoscrivere le parole di Cecilia Kin, pubblicate nell’ormai lontano 1988.

Chiude il volume un lungo capitolo dedicato all’opera di Leonardo Sciascia, probabilmente lo scrittore italiano col quale condivideva le maggiori affinità, anche dal punto di vista ideale e politico. Non è un caso se la prefazione all’edizione italiana del libro sia opera dello stesso Sciascia: “Ogni tanto ci sentiamo per telefono: non colgo per mia incipiente sordità, tutte le parole che dice; ma ne ho un senso di conforto, di bellezza: la bellezza di una grande amicizia, di un affetto che abolisce la lontananza , di un reciproco e continuo pensarci” (pag. 6).

Edizione esaminata e brevi note

Cecilia Kin (1906, Mogiliov – Mosca, 1992), nata Cecilia Rubinstein, giornalista e scrittrice russa, ha vissuto a Mosca e si è occupata esclusivamente, per oltre trent’anni, della cultura e della politica italiana. Negli anni dell’Unione Sovietica, caratterizzati dalla repressione della cultura e della dissideza, la sua casa era diventata un punto di riferimento per molti intellettuali italiani. Nel 1985 ha tenuto una serie di conferenze per l’Associazione Culturale Italiana. In Italia ha pubblicato anche “Autoritratto in rosso” (Lucarini, 1989). Ormai gravemente malata è morta suicida nel 1992.

Cecilia Kin, “Scelta o destino”, Il Lichene Edizioni Milano 1988, pag. 255. Traduzione di Claudia Sugliano e Bruno Mozzone

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2013