Livi Grazia

Le lettere del mio nome

Pubblicato il: 7 giugno 2015

Grazia Livi è morta il 18 gennaio 2015 e non ha avuto la soddisfazione di vedere ripubblicata, in una nuova edizione, l’opera che nel 1991 le valse il Premio Viareggio e che sopratutto è stata apprezzata anche dalla critica meno indulgente quale originale ed efficace esempio di ”saggio narrante”. Un’originalità che si rivela non soltanto nell’aver raccontato con stile narrativo momenti di vita di alcune delle più note scrittrici e protagoniste del Novecento – la divulgazione storica ha già offerto qualcosa di simile – ma piuttosto nell’aver voluto proporre una sorta di autobiografia intellettuale che ha molto a che fare con la storia di una nuova consapevolezza da parte del “Secondo sesso”. Un racconto che, non a caso, inizia con Simone de Beauvoir e poi prosegue con altre personalità femminili, alcune carismatiche, alcune ancora inconsapevoli del loro ruolo, ma che comunque hanno messo in pratica un personale percorso di autoaffermazione; e che sono state fonte d’ispirazione per altre donne ormai insofferenti del mondo patriarcale: Virginia Woolf, Colette, Gertrude Stein, Ingeborg Bachmann, Anna Banti, Carla Lonzi, Anna Frank, Gianna Manzini, Agnes Bojaxhui (madre Teresa di Calcutta). Allora potremo capire meglio il senso di un’affermazione della scrittrice Grazia Livi, non soltanto in virtù della forma raffinata e delle colte citazioni che costellano il suo libro: “La mia vita è una storia di parole pensate”. Parole parafrasate efficacemente da Liliana Rampello che, nella postfazione, scrive di scrittrici e protagoniste “[ndr: in realtà di “personagge”, termine che continua a lasciarci perplessi] in dialogo fitto e diretto con l’autrice, in un teatro di voci che si fa coro di parole sensate nel disegnare il loro ritratto” (pp. 242); ed ancora, in riferimento alla figura di Carla Lonzi, “un percorso che, a partire dagli anni Cinquanta, si intreccia a quello collettivo dei gruppi di autocoscienza, della presa di parola di centinaia di donne” (pp. 243). Tutto vero anche se “Lettere del mio nome” non è una storia del femminismo nonostante le pagine più esplicitamente autobiografiche rievochino gli anni in cui la “liberazione femminile” passava anche e sopratutto per i movimenti e i gruppi organizzati. E’ del resto la stessa Grazia Livi, evidentemente non estranea a quelle esperienze, a riconoscerne i limiti, la maniera “alquanto ingenua ed empirica” e le manifestazioni “prive di misure e di gusto” che avrebbero poi contribuito “a gettare un velo su tutto” (pp.149). “Lettere nel mio nome” non è nemmeno una raccolta di biografie compiute ma, come anticipato, sono scritti che interpretano in maniera narrativa momenti di vita significativi per un “Secondo sesso” in cerca di autoaffermazione. E’ chiaro che Grazia Livi ha voluto privilegiare questo approccio empatico, incentrato sopratutto sulle contraddizioni e le resistenze poste dalla società patriarcale nei confronti di coloro che si incamminavano verso una nuova consapevolezza: aspetti controversi, anche quelli politicamente più discutibili, che ad esempio hanno coinvolto proprio Simone de Beauvoir, la genitrice del “Secondo sesso”, sono magari accennati, messi in conto citando le parole acide di Anna Banti (“mandami al più presto la recensione sulla noiosissima de Beauvoir” – pp.129), ma di sicuro non interessano quanto il percorso di “liberazione” di queste scrittrici e protagoniste del Novecento.

In altri termini potremmo dire che “Lettere del mio nome” è anche la storia di una presa di coscienza e di un pensiero antitetico a quello patriarcale, scritta in modo tale da evitare, in virtù di un evidente rigore critico, che il “noi” delle donne sia rappresentato soltanto come rivalsa rabbiosa nei confronti dell’altro sesso. Oltretutto i vari capitoli del libro, tra biografia ed esplicita autobiografia, ci raccontano di donne difficilmente assimilabili tra loro, se non appunto per questa loro forza di imporsi nella società del tempo: è evidente la distanza, non soltanto cronologica, tra Virginia Woolf e Carla Lonzi, oppure ancor di più tra l’ateissima Simone de Beauvoir e Agnes Bojaxhui (madre Teresa di Calcutta). Un “secondo sesso” che sa confrontarsi alla pari con mostri sacri del Novecento, come leggiamo in “Gertrude Stein. L’unica”: “S’applicò dapprima ai ritratti. «Bene, Pablo, fa dei ritratti astratti in pittura. Io cerco di fare ritratti astratti con il mio mezzo, le parole». Ascoltava profonda come una grotta, fin quando le pareva di aver afferrato timbro e movimento. Allora si accingeva a scrivere” (pp. 70). Da questo punto di vista la scelta di inserire diverse citazioni, spesso parzialmente modificate, in apertura dei capitoli o nel corpo del testo, risulta illuminante: “La donna credeva di essere se stessa. Anche se avvertiva, fra sé e il mondo, fra sé e l’uomo, «una distanza misurabile in silenzi». Nessuno le aveva ancora aperto gli occhi” (pp. 9, in apertura di “Inizio. 1947”, con citazione di Ingeborg Bachmann).

Edizione esaminata e brevi note

Grazia Livi, (Firenze, 1930 – Milano, 2015) laureata in Filologia romanza con Gianfranco Contini, ha lavorato come giornalista tra il 1960 e il 1970, per poi dedicarsi interamente alla scrittura. Tra i suoi titoli più noti, la raccolta di racconti “Vincoli segreti” (finalista al Premio Strega 1994), il romanzo “Lo sposo impaziente”, i saggi “Da una stanza all’altra” (1984, 1992) e “Narrare è un destino” (2002).

Grazia Livi, “Le lettere del mio nome” Iacobelli (collana Frammenti di memoria), Pavona di Albano Laziale 2015, pp.256. Postfazione di Liliana Rampello.

Luca Menichetti. Lankelot, giugno 2015