Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: La Remota Kedougou e Le Terre Dei Poular – Parte 4

Pubblicato il: 8 novembre 2017

Martedì 12 settembre 2017

Il risveglio è provocato più dall’acido lattico che da altri fattori.

Le fatiche del giorno prima si fanno sentire, sia io che Jamie abbiamo le gambe rigide, le spalle doloranti ed una probabile carenza di sali minerali. Lei sotto i piedi ha pure due vesciche dalle dimensioni ragguardevoli.

Con una camminata da ottantenni in casa di riposo andiamo verso il ristorante dell’hotel per consumare una colazione a base di pane, burro, caffè e latte in polvere.

Siamo entrambi d’accordo su cosa fare oggi: prendere un taxi, raggiungere il villaggio di Dindefelo, visitarne la famosa cascata e riposare le nostre stanche membra nelle sue acque. La colazione riesce a diminuire la sensazione di pesantezza alle gambe, usciamo e raggiungiamo ancora una volta la Regional House dei Peace Corps per restituire la tenda ed il sacco a pelo. Nel frattempo io chiamo il campement di Dindefelo e Jamie richiama il tassista di ieri, ormai diventato di fiducia.

Il tizio del campement non parla molto francese e la chiamata termina lasciandomi un fastidioso margine di dubbio sul fatto che abbia capito quello che volevo dirgli.

Mentre aspettiamo il tassista facciamo un salto dalla signora dei panini a procurarcene un paio per il pranzo. Pochi minuti e il nostro uomo arriva e ci carica in auto. Anche oggi prendiamo la strada sterrata in direzione ovest, verso Salemata, stavolta però giriamo a sinistra, verso sud. La pioggia caduta durante due notti prima dev’essere stata molto più forte in questa zona; la strada è un continuo susseguirsi di pozze rossastre che il nostro autista cerca di evitare come se fossero infestate di coccodrilli. Più di una volta è costretto a fermarsi per valutare la situazione prima di passare. Avanziamo lentamente, ondeggiando a destra e a sinistra a seconda delle asperità del terreno, in un’ora e mezza siamo quasi alle porte del villaggio, purtroppo però dobbiamo fermarci, il motore si è surriscaldato. Attendiamo venti minuti mentre si raffredda, cerchiamo rifugio sotto un albero, ma c’è poco vento e l’umidità è a livelli preoccupanti. Un gruppo di donne e bambini, con il loro carico di panni sopra la testa, ci sorpassa salutandoci educatamente.

Finalmente ripartiamo e raggiungiamo il villaggio di Dindefelo che in lingua pular significa “ai piedi della montagna”, dove per “montagna” s’intende il massiccio del Futa Jalon, uno dei più importanti bacini idrografici dell’Africa Occidentale, proprio qui infatti si trovano le fonti dei fiumi Senegal, Gambia e Niger, che tra l’altro danno pure il nome a tre stati.

Dindefelo è diventata una delle mete turistiche più famose della regione perché è un buon punto di partenza verso altri villaggi, si trova nei pressi di una bellissima cascata e di antiche grotte e ha molti sentieri, perfetti per gli appassionati di trekking.

L’autista ci lascia nella piazza principale e sembra sollevato di lasciarci andare, le pessime condizioni stradali lo avevano messo di malumore. Seguiamo i cartelli fino al campement del villaggio, accompagnati da un tizio che vuole farci da guida e non desiste nemmeno quando Jamie gli parla in wolof.

Al campement troviamo Moussa, il gestore con cui avevo parlato al telefono: ci accoglie con un sorriso radioso, quasi fossimo i primi turisti dopo molto tempo. Ci mostra il nostro bungalow, non molto diverso da quelli che si possono vedere nel resto del Senegal: edificio tondo con il tetto di paglia, una stanza principale con un letto matrimoniale ed un locale più piccolo dietro con il bagno. L’acqua corrente non funziona, al suo posto un paio di secchi pieni. Per fortuna però c’è l’elettricità e il ventilatore funziona, spesso è questo l’elemento più importante se si vuole sperare di dormire, specialmente durante questa stagione l’umidità non si placa nemmeno di notte.

Per pranzo sfoderiamo i nostri panini con fagioli e maionese, aggiungendoci fette di avocado comprate da una boutique nelle vicinanze. L’idea era venuta a Jamie: io non ho mai dato particolare importanza all’avocado nella mia alimentazione ma a quanto pare negli Stati Uniti è molto comune, soprattutto a causa della diffusione della cucina messicana. Ricorderò sempre quando chiesi al mio amico Quentin del Colorado, quale fosse il piatto tipico del suo stato, la risposta fu “cibo messicano.”

Senza fretta gustiamo i nostri panini e sistemiamo i nostri effetti. Verso le quindici, quando il picco del calore è ormai alle spalle, usciamo in direzione della cascata. Ci fermiamo alla boutique a pagare l’ingresso (i proventi sembra vengano destinati al sostegno del comitato che gestisce il campement dove alloggiamo) e a comprare qualche dolcetto. Qualche tempo prima avevo scoperto le limousine, lunghe barrette di wafer ripiene e ricoperte di crema al burro o di cioccolato. Non erano facili da trovare e ero talmente contento di averle trovate a Dindefelo da comprarne una mezza dozzina.

Il sentiero per la cascata è ben battuto e numerosi cartelli evitano che i turisti si perdano nella giungla, sì perché di questo si tratta: siamo ai piedi del massiccio e la vegetazione è estremamente fitta, non solo erba, arbusti e cespugli, ma anche alberi e rampicanti alti pure qualche decina di metri che, pur riparandoci dal sole non fanno nemmeno passare l’aria, creando così un’opprimente cappa d’umidità.

Incrociamo una processione di formiche intente a trasferire il nido dall’altra parte della strada, non appena ci notano non si fanno scrupoli a correrci incontro per attaccarci. Poco più avanti una scritta su una roccia ci avverte della presenza nei paraggi di scimpanzé e serpenti, per essere ancora più chiari, di fianco alla scritta c’è pure una rappresentazione di uno scimpanzé. Per diminuire le nostre possibilità d’incontrare gli odiosi esseri striscianti, comincio a camminare pestando i piedi per terra.

A causa delle vesciche, Jamie è costretta a camminare molto lentamente e così ci mettiamo ben più della mezz’ora pronosticata all’inizio: il sentiero si avvicina alle pendici del massiccio seguendo un corso d’acqua che piano piano si allarga. Alla fine sbuchiamo in una sorta di gola e in fondo a questa c’è la cascata, alta una cinquantina di metri e molto stretta. Ha una portata molto minore rispetto a quella di Ingli e la pozza che la circonda non è spazzata da impetuosi schizzi e sembra perfetta per farci il bagno. Oltre a noi c’è un gruppo di rumorosi senegalesi intenti a nuotare e a farsi foto con i telefoni.

Le stratificazioni rocciose della gola riflettono la luce del sole e fungono quasi da specchi, illuminando un ambiente che a quest’ora del giorno non riceve luce in modo diretto. Un perimetro di rocce circonda la pozza, su una di queste, il disegno di un serpente ricorda di fare attenzione. L’acqua è fresca ma non fredda, la pozza è profonda almeno un paio di metri ed è pure possibile salire sulle rocce dietro la cascata.

Io mi butto in acqua senza pensarci due volte, Jamie invece resta all’asciutto, ha solo il bikini con sé e non vuole attirare le attenzioni dei senegalesi, in genere poco discreti quando si tratta di commentare una donna bianca. Quando la raggiungo consumiamo un paio di limousine e giochiamo un’altra mano di scopa. Anche stavolta vengo sconfitto piuttosto malamente, 21 a 13, comincio a pensare che siano le cascate a portarle fortuna.

Il pomeriggio passa rapidamente, il rumoroso gruppo di senegalesi se ne va, al loro posto arriva una coppia di turisti, lui senegalese e lei francese. Si sono portati una piccola anguria e ce ne offrono una fetta.

Quando torniamo al campement è ormai quasi il tramonto, sempre a passo rallentato allunghiamo fino al centro del villaggio per goderci questa che è forse l’ora più bella della giornata: quando il calore del giorno ormai ha lasciato il posto ad una tiepida brezza serale e gli ultimi raggi del sole gettano ombre dorate dappertutto.

Quasi per caso troviamo quello che sembra un ristorante, l’odore di fagioli in pentola mi conferma che stanno cucinando. Chiediamo informazioni al signore seduto sulla sedia di plastica davanti al locale, ci dice che il ristorante è chiuso ma che per 2.000 franchi ci può far preparare un po’ di riso. A noi va benissimo, ci mettiamo d’accordo per tornare sulle venti.

Al campement troviamo buona parte degli uomini del villaggio intenti a guardare la partita, oggi c’è la Champions League, Juventus – Barcellona. In Senegal praticamente tutti tifano Barcellona o Real Madrid e le loro partite sono sempre le più seguite. Nei villaggi, ma anche nelle città, capita spesso che le persone si riuniscano a casa di chi ha la televisione per vedere soprattutto le partite, ma anche altri programmi, come Wiri Wiri la più famosa telenovela senegalese, incentrata sui problemi sentimentali di alcuni giovani abitanti di Dakar. Jamie mi ha raccontato spesso dei suoi lunedì sera nel villaggio: cinquanta persone pigiate a guardare l’ultimo episodio della serie su una televisione di pochi pollici.

 

Mi unisco alla brigata di sportivi e poco prima delle venti torno in camera per chiamare Jamie, la trovo però addormentata. Decido di andare lo stesso e di chiedere se hanno una pentola da prestarmi in modo da poter portare il riso in camera. Non essendoci illuminazione per strada devo contare solo sulla mia fastidiosissima torcia Decathlon, di quelle che si ricaricano a manovella ma che si scaricano quasi subito. Mi era sembrato un acquisto intelligente, ma mi ero ricreduto molto in fretta.

Mentre aspetto che il riso sia pronto continuo compulsivamente a caricare la torcia sperando di accumulare abbastanza energia per riuscire a tornare in camera prima che si spenga. Il piano funziona e la pentola arriva intatta, io invece sono di nuovo sudato.

Il riso è condito con mezza melanzana amara e del pesce secco, ci aggiungiamo quel che resta del nostro avocado e il risultato è sorprendente: dopo aver scoperto le gioie delle pannocchie arrostite nei giorni scorsi, adesso ho appreso i grandi pregi dell’avocado.

Il resto della serata lo passiamo fuori dal bungalow a guardare le stelle che il nero cielo africano ci offre quella sera.

Francesco Ricapito Settembre 2017