Roveredo Pino

Capriole in salita

Pubblicato il: 24 maggio 2011

La prima edizione di “Capriole in salita” è stata pubblicata dalle Edizioni Lint, Trieste, nel 1996. Si tratta dell’opera di esordio di Pino Roveredo, scrittore che nel 2005, grazie a “Mandami a dire” è riuscito a conquistare il Premio Campiello.

“Capriole in salita” è un racconto autobiografico, la cronaca di un lungo viaggio esistenziale che ha portato lo scrittore ad attraversare i territori sconfinati e desolanti dell’alcolismo e di tutte le aberranti conseguenze che l’abuso di alcol può comportare.

Giuseppe (Pino) è nato da genitori sordomuti. Quando lui e suo fratello gemello Guerrino (Rino) vennero alla luce, suo padre festeggiò con una sonora sbronza. Una delle tante. Il vizio del bicchiere era per l’uomo una forma di evasione ma anche materiale da rinnegare per dei figli cresciuti quasi tra gli stenti. L’infanzia di Pino è trascorsa tra gli ordini, le marce, le manie e le vessazioni di un collegio, il “Palazzo dei Bambini Tristi”, e dei suoi assistenti senza anima né compassione. La fuga divenne quasi automatica anche se Rino rimase dov’era. Nel 1968 Pino è solo un ragazzino mandato a lavorare perché svogliato a scuola. Gli anni delle contestazioni, dei vestiti alla moda e del primo ingresso in una discoteca: “Così passavo le domeniche tra consumazioni e sigarette rubate ai tavoli, tra le morre giocate al cesso e le risate che nascevano quando vino e birra avevano raggiunto il loro scopo: pugni e calci dati al volo tra una rissa e l’altra erano diventati toccata e fuga di un coraggio piccolo piccolo“.

La sete, negli anni a seguire, divenne sempre più profonda e insaziabile. I lavori andavano e venivano senza sosta, il fascino del proibito, prepotenze e scorribande divennero la normalità. Dopo un furibondo litigio con suo padre, Pino tentò per la prima volta il suicidio. Un gesto che lo spedì direttamente in un ospedale psichiatrico in cui sperimentò il contatto con gente malata e qualche partita a scacchi con il professor Basaglia. Uscito da quel mondo, lo scrittore incappò nell’amore di Teresa, un sentimento capace di fornirgli motivi validi per comportarsi decentemente. Un periodo meraviglioso mandato in frantumi da una gelosia che non trovava quiete né logiche. Il dolore per la fine della storia con la ragazza, lo portò nuovamente a frequentare tutti i bar e i locali di Trieste e amicizie con giovani poco raccomandabili. Una scellerata avventura con l’amico Carlo lo condusse direttamente in carcere. Aveva solo poco meno di 18 anni. “Nel carcere ormai mi muovevo come in un’abitudine, non mi impressionavo più per i vetri rotti e le risse: avevo capito che in quel mondo di violenza esisteva la solidarietà e diventava essenziale in quell’internamento non perdere il cuore“.

La libertà, arrivata qualche tempo più tardi, non lo aveva convertito abbastanza. La vita di Pino, per tanti anni ancora, passò dai propositi rilanciati ad ogni buona occasione alle smentite rituffate nel vino solo il giorno seguente. L’alcol e la sregolatezza lo hanno mescolato a malesseri e delusioni date a chiunque si fidasse delle parole. Nemmeno una moglie e due figli hanno avuto il peso sufficiente per indurlo a cambiare. Sedici anni trascorsi a dire bugie e a rincorrere la bottiglia fino al giorno in cui, nel 1982, durante uno dei tanti ricoveri in ospedale qualcuno gli propose di entrare in una nuova comunità. Il punto di rottura e di svolta era arrivato sul serio. Volontà e niente altro. Un percorso di salita e capriole, quelle più difficili da fare perché richiedono uno sforzo enorme, uno sforzo che vale una vita intera.

Il libro di Roveredo scandaglia un abisso, quello che tantissime persone, più o meno giovani, vivono sulla propria pelle. A volte appare lacrimevole, altre volte perfino vagamente patetico eppure questo libro si mostra come un efficace manifesto di lotta e conquista. Le parole si susseguono imbevute di un lirismo forse un po’ eccessivo e stucchevole che, a tratti, diviene sfibrante. L’empatia col protagonista raggiunge persino l’irritazione, la stessa che si prova di fronte ad un individuo che fa di tutto per distruggere se stesso e ciò che lo circonda senza alcun rispetto e senza alcun senso di responsabilità. Il fine, ovviamente, è lieto e non può non commuovere.

Edizione esaminata e brevi note

Pino Roveredo è nato a Triste nel 1954. Figlio di genitori sordomuti, egli stesso scrive: “prima di imparare i rumori ho conosciuto il silenzio”. Durante la sua giovinezza, lo scrittore ha vissuto la piaga dell’alcolismo a cui hanno fatto seguito problemi di emarginazione e ricoveri in ospedale psichiatrico. Esperienze dolorose e fortissime di cui parla in “Capriole in salita”, il suo libro d’esordio, risalente al 1996. Pino Roveredo ha lavorato per anni come operaio, è operatore di strada, oltre che giornalista e collaboratore di varie organizzazioni umanitarie che prestano aiuto a categorie disagiate. Tra le sue opere: “Una risata piena di finestre” (1997), “La città dei cancelli” (1998), “La Bela Vita” (1998), “Ballando con Cecilia” (2000), “Mandami a dire” (Premio Campiello 2005), “Caracreatura” (2007), “Attenti alle rose” (2009).

Pino Roveredo, “Capriole in salita”, Bompiani, Milano, 2006.