Arendt Hannah

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

Pubblicato il: 22 maggio 2010

Non è una lettura facile, “La banalità del male”. Pretende concentrazione, lucidità, accortezza. La Arendt è minuziosa e solerte, elenca nomi, ricorda dettagli, spiega retroscena, introduce date e fatti innestandoli con maestria in quello che vuole essere un resoconto (anche se è molto di più) del processo a cui, nel 1961, fu sottoposto Otto Adolf Eichmann. Il libro è stato pubblicato nel 1963 assemblando i reportage che Hannah Arendt aveva redatto, seguendo il processo, come inviata del New Yorker a Gerusalemme.

Perché Eichmann fu processato proprio a Gerusalemme dopo che i servizi segreti israeliani ebbero individuato e rapito l’ufficiale nazista prelevandolo dalla sua residenza in Argentina per condurlo di fronte ad un tribunale israeliano, come avevano voluto Ben Gurion e Hausner. “Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”. Anche se per molti, Hausner in primis, il processo ad Eichmann doveva servire a rendere giustizia agli ebrei perché egli aveva commesso specificatamente “crimini contro il popolo ebraico”.

La Arendt ci porta dentro l’aula di quel tribunale così simile ad un teatro sul cui palcoscenico si rappresenta un dramma dai ruoli ben definiti. Al centro della vicenda, ovviamente, l’ex tenente colonnello delle SS, Otto Adolf Eichmann, responsabile della sezione IV-B-4 dell’Ufficio Centrale della Sicurezza del Reich (RSHA). Un organo nato dalla fusione, voluta da Himmler, del servizio di sicurezza delle SS con la polizia di Stato. All’atto pratico Eichmann si occupava dell’organizzazione e del trasferimento degli Ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio. Pur non avendo mai raggiunto livelli di comando rilevanti Eichmann rivestiva, nel complesso ed articolato sistema organizzativo nazista, un ruolo molto importante.

La difesa di Eichmann era stata affidata a Robert Servatius, già noto per aver prestato i suoi servigi durante il Processo di Norimberga. La Arendt fa spesso notare quanto fosse carente il lavoro difensivo di Servatius, quanti errori e quante mancanze costui commise tanto che, in molti casi, fu lo stesso Eichmann a lavorare alla sua difesa al posto dell’avvocato. Le deposizioni e i racconti di Eichmann però appaiono spesso lacunosi e incerti. Egli non ricorda, si confonde, dice di non sapere. E’ un uomo che la Arendt ci descrive in maniera molto intima. La scrittrice analizza tutti gli aspetti della sua vita e del suo carattere, spiega la sua formazione e il suo approdo nelle SS. E prendiamo coscienza, pagina dopo pagina, anche del senso del titolo del libro: “banalità del male”.

Eichmann è un uomo debole, incerto, un po’ sfortunato e socialmente pavido. Non è mai riuscito a terminare gli studi, ha lavorato come commesso viaggiatore e ha fatto credere a molti di essere un ingegnere. Un suo amico lo aveva avvicinato al nazismo e lui si era lasciato coinvolgere semplicemente perché non pensava ci fosse nulla di male. Anche quando era giunto all’apice della sua carriera nell’RSHA aveva continuato ad eseguire degli ordini, ad organizzare i viaggi dei treni pieni di ebrei da spedire verso le camere a gas. Conosceva il destino a cui andavano incontro quelle persone, conosceva il progetto della “soluzione finale” voluto da Hitler, aveva visto con i suoi occhi cosa accadeva nei campi di sterminio ma, come voleva dimostrare attraverso la sua tesi difensiva, aveva agito solo perché quelli erano gli ordini. Eppure la Arendt descrive alcuni episodi in cui Eichmann era riuscito ad andare contro quegli ordini, in cui aveva operato secondo le sue “leggi” e non secondo quelle del Reich. “Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale [… ] si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania, che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a cui si obbedisce. Di qui la convinzione che occorra fare anche di più di ciò che impone il dovere”.

Per sua stessa ammissione, ad un certo punto, Eichmann riconosce di aver fatto come Ponzio Pilato (video). Siamo nel 1942 ed Eichmann si piega totalmente alla volontà dei suoi superiori: “I papi del Reich avevano impartito gli ordini ed io dovevo obbedire. Ero uno strumento nelle mani di forze superiori. Dovevo lavarmene le mani in perfetta buona fede”.

Ecco la banalità di cui parla la Arendt. Una banalità che si traduce, semplicemente, con la debolezza, con la condiscendenza, con l’abnegazione, con la stupidità che era stata di Eichmann e di tantissimi altri uomini legati al Fuhrer. Eichmann non era un mostro, né una persona originale. Si era sempre limitato ad essere un mediocre burocrate, lo scialbo subalterno nelle cui mani, però, passò la vita di milioni di persone di cui decideva la destinazione finale. Anche se ha continuato ad affermare che, in fondo, si occupava pur sempre di “trasporti”. Eichman rimaneva aggrappato ai suoi successi di cui ricordava ogni dettaglio, perfino enfatizzandone la rilevanza ed attribuendosi meriti che non aveva mai avuto. Era una persona comune, una persona come tutti ed è proprio in questa sua normalità l’aspetto più inquietante del nazismo: l’aver trovato forza e nell’aver scatenato l’orrore attraverso persone che non avevano nulla di eccezionale.

Il 14 agosto 1961 il processo ad Eichmann, dopo 114 udienze, finì. La corte lesse la sentenza alcuni mesi dopo: l’11 dicembre del 1961. Il processo di appello si svolse pochi mesi più tardi e il 29 maggio 1962 venne letta la seconda sentenza che non fece che confermare quanto stabilito in precedenza. Il 31 maggio 1962, dopo aver respinto tutte le istanze di grazia, Eichmann fu impiccato. Il suo corpo fu cremato e le ceneri vennero disperse nel Mediterraneo, fuori dalle acque territoriali di Israele.
La Arendt riflette sulle tante anomalie procedurali, giuridiche e tecniche che hanno caratterizzato il processo ad Eichmann. Dalle modalità legate al suo rapimento alla mancanza di un Tribunale Penale Internazionale, un’istituzione che è stata fondata molti anni più tardi e che, se fosse esistita, avrebbe potuto e dovuto processare Eichmann secondo un codice internazionale, cosa che, nel 1961, non è avvenuta.

Ho notato che la Arendt non fa alcuna analisi né commenta la scelta di punire i criminali nazisti con la pena capitale. Anzi, in riferimento ad uno dei condannati di Norimberga, giustiziato dopo la sentenza, utilizza l’avverbio “giustamente”. Questo mi fa dedurre che lei non si ponesse neppure il problema. So che questo libro risale a più di 45 anni fa e che la posizione di molti Stati e di molte persone rispetto alla pena di morte è mutata nel tempo, eppure il fatto che Hannah Arendt non tocchi nemmeno superficialmente l’argomento mi ha lasciata piuttosto perplessa.

Edizione esaminata e brevi note

Hannah Arendt è nata a Linden, in Germania, nel 1906 da una famiglia ebrea. Ha studiato filosofia all’Università di Marburgo. Fu allieva di Martin Heidegger col quale ebbe una relazione sentimentale tenuta segreta per parecchio tempo. Lasciò la Germania e si trasferì a Parigi anche a causa delle leggi antisemite proclamate da Hitler, ma fu costretta a lasciare la Francia durante la seconda Guerra Mondiale: emigrò negli Stati Uniti insieme a suo marito. Lavorò per il New Yorker. Al 1951 risale uno dei suoi libri più importanti, “Le origini del totalitarismo” nel quale, per la prima volta, veniva creato un parallelismo tra stalinismo e nazismo. L’altra opera per la quale la Arendt è famosa è “La banalità del male” del 1963, libro in cui descrive e analizza il processo ad Otto Adolf Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 1961. Hannah Arendt è morta nel 1975. Ha sempre rifiutato di essere classificata come filosofa, ma rimane una delle intellettuali e storiche più importanti del ‘900.

Hannah Arendt, “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, Feltrinelli, Milano, 2009. Traduzione di Piero Bernardini.