Silone Ignazio

Fontamara

Pubblicato il: 2 gennaio 2010

La tomba di Silone si trova a Pescina, il piccolo paese della Marsica dove lo scrittore è nato. Le sue ceneri, rispettando le sue volontà, sono deposte ai piedi di una torre medievale. Non vivo a grande distanza per cui vado a trovarlo, di tanto in tanto. Mi siedo sulla panchina, di fronte alle lettere dorate che compongono il suo nome, e penso a “Fontamara”. A quel luogo immaginario che somiglia così tanto ai borghi marsicani che conosco. Un villaggio di cafoni. Una storia di cafoni.

Sono racconti che, per molti versi, conoscevo prima ancora di leggere (e rileggere) “Fontamara”. Episodi legati alla terra che i Torlonia hanno strappato alle acque del lago del Fucino, alla prepotenza dei padroni, all’ingiustizia perpetrata dei più ricchi ai danni dei più poveri e alla fede immutabile, seppur a tratti imbevuta di paganesimo, nei Santi cristiani e nella provvidenza di Dio. Discorsi che ho udito dai miei nonni, anch’essi contadini del Fucino come Giovanni, Berardo o Scarpone, alcuni dei personaggi di “Fontamara”.

L’espediente narrativo di Silone viene illustrato nella Prefazione: una sera lo scrittore trova, davanti all’uscio della sua casa, tre cafoni, due uomini e una donna, Fontamaresi che, una volta accolti in casa, iniziano a raccontare. A tre voci, infatti, quella del padre, della madre e del figlio, Silone affida la sua storia.

Tutto ha inizio un primo di giugno, verosimilmente del 1929. Fontamara perde la corrente elettrica: nessuno la pagava da tempo. Poco dopo un certo cav. Pelino arriva in paese con dei fogli. Il primo pensiero dei cafoni alla vista delle “carte” è che si tratti di nuove tasse. In verità Pelino è lì per raccogliere delle firme. Firme in calce a fogli bianchi, fogli bianchi che sarebbero stati compilati a dovere per una petizione del Governo. I cafoni firmano senza sapere cosa stiano firmando, rassicurati solo dall’idea che non si debba pagare nulla.

Il vero problema per i Fontamaresi si concretizza il giorno successivo quando notano dei cantonieri lavorare per deviare l’acqua di un ruscello: Da esso i cafoni di Fontamara han sempre tratto l’acqua per irrigare i pochi campi che possiedono ai piedi della collina e che sono la magra ricchezza del villaggio.
La notizia si diffonde rapidamente in paese: l’acqua viene deviata verso le terre del ricco Carlo Magna che, solo qualche tempo prima, sono state acquistate dell’Impresario, un forestiero che nell’arco di tre anni era divenuto padrone di terre e commerci nella zona. Un folto gruppo di donne si reca dal Sindaco, l’amico del popolo, don Circostanza, per ottenere spiegazioni di quanto avviene all’acqua di Fontamara, ma scoprono che al suo posto è stato da poco designato un Podestà che altri non è che l’Impresario. E’ lui che, grazie a quella petizione del Governo, riesce a rubare l’acqua. Il pellegrinaggio delle donne, scarmigliate, stanche e disorientate, si conclude alla villa dell’Impresario, lì dove si sta svolgendo un lauto banchetto coi notabili del luogo. Le proteste delle Fontamaresi vengono pacate dal funambolico accordo proposto da don Circostanza: Queste donne pretendono che la metà del ruscello non basta per irrigare le loro terre. Esse vogliono più della metà, almeno così credo di interpretare i loro desideri. Esiste perciò un solo accomodamento possibile. Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre quarti dell’acqua che resta saranno per i Fontamaresi. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè, un po’ più della metà. Una beffa legittimata da un accordo scritto al momento e ufficializzato dal notaio.

A Fontamara tutti cercano di spiegarsi la soluzione adottata da Don Circostanza, ma a molti, nonostante gli sforzi, continua ad apparire un imbroglio bello e buono. Soprattutto a Berardo Viola, un giovane uomo forte e risoluto, discendente di quel Brigante Viola che imperversava nella Marsica con le sue scorribande, poi catturato e giustiziato dai Piemontesi. Berardo, a causa di sfortunati eventi, non possedeva terra. E’ lui che, quando qualcuno tenta di costruire una staccionata attorno al tratturo, che da sempre è appartenuto a tutti, reagisce distruggendolo. L’Impresario-podestà organizza una spedizione punitiva a Fontamara durante la quale alcune squadre di fascisti armati terrorizzano e compiono stupri. Un evento gravissimo, una cosa mai vista, mai, mai.

Dopo il primo raggiro, ai Fontamaresi, viene imposto un altro inganno. Anche in questo caso partorito dalla mente di don Circostanza: entro dieci lustri l’acqua del ruscello sarebbe tornata a Fontamara. Ma nessuno dei Fontamaresi sa cosa sia un lustro e a quanti mesi o anni corrisponda. Una beffa fa seguito, quindi, ad un’altra beffa.

Berardo Viola, sempre reattivo e impulsivo, dopo la spedizione punitiva, muta atteggiamento. E’ taciturno e sfuggente, decide di andare a trovare un lavoro a Roma. Vuole sposare Elvira, la ragazza che ama, ma per farlo deve avere il denaro per compare una terra. Parte assieme ad un giovanissimo di Fontamara, ma a Roma non c’è fortuna. I due rimangono impantanati nella pedante burocrazia imposta dal regime, incontrano personaggi che tentano di approfittarsi di loro e vengono perfino arrestati. Insieme ai due marsicani, la milizia porta in cella anche lo sconosciuto Avezzanese che, durante la detenzione, parla ininterrottamente a Berardo il quale, nell’arco di poco tempo, ritrova tutta la sua energica intraprendenza. Berardo Viola, da semplice cafone, si trasforma in un piccolo grande eroe. Paga a caro prezzo la sua prodezza, ma il suo sacrificio estremo porta finalmente i Fontamaresi a risvegliarsi da un torpore secolare fatto di apatia, rassegnazione e paura.

“Fontamara” è la prima opera di Ignazio Silone. Scritta nel 1930 a Davos, in Svizzera, durante il suo ricovero in sanatorio, e pubblicata in tedesco, a Zurigo, nel 1933. In Italia “Fontamara” arriva solo nel 1947; dopo aver riscosso successo e critiche favorevoli in tutto il mondo, nel nostro Paese l’accoglienza della critica è piuttosto moderata e fredda.

I “cafoni” di Silone sono il simbolo degli emarginati e degli sfruttati di tutto il mondo. Il romanzo dello scrittore marsicano è una saga umana ma è, soprattutto, la denuncia dell’ingiustizia, della sopraffazione dei soliti furbi, prepotenti e scaltri, ai danni di persone semplici, umili ed analfabete che subiscono infinite vessazioni fino al momento in cui riescono a trovare la forza per l’inevitabile rivolta.

La scrittura di Silone è semplice e lineare. Il romanzo è costellato da un’ironia acuta e puntuale, che può divertire ma lascia dietro di sé una scia di pacata amarezza. La verità storica si mescola all’invenzione senza avvilirsi né stravolgersi. Il ricorso a registri narrativi diversi fa di “Fontamara” un testo aperto, vitale e ritmato. Intelligente, essenziale, diretto, così Silone incede, riportando nelle pagine del romanzo l’intero paradosso di un’epoca e di una terra che conosce perfettamente.

Edizione esaminata e brevi note

Secondino Tranquilli è il vero nome di Ignazio Silone. Nasce a Pescina, provincia de L’Aquila, il 1 maggio 1900. Suo padre muore nel 1910 e, durante il tragico terremoto del 1915, Silone perde anche sua madre e cinque dei fratelli. Inizia i suoi studi presso la diocesi marsicana, ma è costretto a proseguirli a Reggio Calabria prima e a Roma poi. E proprio nella capitale Silone inizia la sua intensa attività politica all’interno del Partito Comunista che decide di abbandonare nel 1930. E’ in Svizzera come esule e vi rimane fino al 1944. Ignazio Silone lavora come giornalista e scrittore. La sua fama mondiale è dovuta soprattutto a “Fontamara”, ma a lui si devono numerosi altri romanzi, saggi e altri scritti. Tra i più celebri: “Pane e vino” (1936); “La scuola dei dittatori” (1938) “Il seme sotto la neve” (1941); “Ed egli si nascose” (1944); “Una manciata di more” (1952); “Il segreto di Luca” (1956); “La volpe e le camelie” (1960); “Uscita di sicurezza” (1965); “L’avventura di un povero cristiano” (1969); “Severina” (1971). Ignazio Silone muore a Ginevra il 18 agosto del 1978.

Ignazio Silone, “Fontamara”, Mondadori, Milano, 1995.