Lagioia Nicola

Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)

Pubblicato il: 6 dicembre 2009

Lo confesso: ho comprato “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)” per via del titolo. Nient’altro. Forse è la motivazione più banale del mondo, ma tant’è. La prima edizione risale al 2001, la Minimum Fax lo ha riportato in libreria a distanza di otto anni.

Ho notato che sulla copertina, illustrata da Alessandro Gottardo, poco sotto il titolo, c’è scritto “Romanzo” eppure del romanzo questo libro ha poco. Diciamo nulla. Non c’è trama, non c’è registro narrativo omogeneo e probabilmente non è nemmeno possibile collocare l’opera in qualche genere letterario certo. Eppure credo sia tra le storie più divertenti e fulminanti che abbia letto negli ultimi anni. (Qualcosa del genere mi capitò con “I fiori blu” di Queneau!). Ho divorato “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)” in poche ore e sono assolutamente lieta di essermi fidata d’istinto di un titolo solo perché palesemente bizzarro.

Tolstoj, in effetti, all’interno del libro c’è. Ma non è più in Russia, l’ha abbandonata da tempo per sfuggire a una moglie insopportabile. Ora vive a Roma, sulla Nomentana. Ama la coca-cola, mangia gelato, gioca a scopa e si accontenta di una partita a dama, la sorella povera degli scacchi. Ha il suo bel carattere, il vecchio scrittore, e non abbandona l’idea di lavorare ad un romanzo spettacolare la cui trama, però, somiglia fin troppo al capolavoro di Joyce, l’Ulysses. E’ un po’ infastidito dalla mole della sua opera omnia sugli scaffali della Feltrinelli e sembra comunque una persona felice.

Ovviamente il protagonista del non-romanzo di Lagioia non è proprio Tolstoj, ma la voce narrante, cioè Lagioia stesso o, quanto meno, il suo alter ego. L’autore ci avverte, in premessa: Difficile stabilire se il contenuto delle prossime pagine risuoni da da più che bar bar o, verosimilmente, si muova alla deriva di entrambe le poetiche. L’ispirazione, fittizia, parte da un cocktail di parole ritagliate da una Garzantina e mescolate a casaccio. Un espediente come un altro. Simile a una sperimentazione a cui è divertente prestare fede. C’è anche l’amore, nel libro. Si chiama Giulia. Si allontana e ritorna, decisa a convivere col nostro non-protagonista, dopo cinque anni (o solo tre settimane?). Il viaggio per andare a prenderla in stazione si smonta in episodi vari ed eventuali. Ogni volta la mutazione di una componente ne trasforma il corso ed anche l’epilogo, sdoganando Caso e Destino.

Nel cuore della non-storia c’è la letteratura per eccellenza: Guerra e Pace. Consigli per disfare quelle migliaia di pagine ce ne sono diversi compreso quello di lasciare i volumi dell’opera a macerare su una spiaggia, tra marea, notte, sabbia e salsedine. L’effetto sarà allettante: moltissime di quelle parole verranno abrase, scolorite, ammollate e perse. Per sempre. Forse così Guerra e Pace sarà finalmente ciò che avrebbe potuto (o dovuto) essere.

I verbi scardinare, decostruire, abbattere sono stati la vera ossessione del XX secolo, si legge a pagina 27. Evidentemente scardinare, decostruire, abbattere è ciò che fa parte ormai di una tradizione letteraria ed artistica del secolo scorso. Ma “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)” continua candidamente a scardinare, decostruire, abbattere. Cosa? Una tradizione letteraria ed artistica. Di cui si ritrova a far parte pur non volendo (oppure sì?). Un corto circuito, a quanto pare.
Alla fine, comunque, i tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj non sono ben chiari. Tranne uno, che è poi quello più efficace: lanciare Lev Nikolaevič dalla finestra. Innegabilmente il più riuscito. Il fatto, la sua negazione (tramite menzogna), apparentemente sufficiente per riconquistare il vero, per tornare sugli stessi passi e riproporre il negato. Un pasticcio grottesco che alimenta altro caos e illumina ulteriormente la lettura del libro. Compresa la vicenda dell’eroinomane.

Rimandi e citazioni non mancano di certo. Nomi altisonanti e pesantissimi costellano le righe scritte: Deleuze, Guattari, Miller, Cage, Socrate, Bréton, Brecht, Galileo, Duchamp, Henrix, Manzoni, Stendhal, Sartre, Proust, Céline, Marinetti, Debord, Gončarov, Majakovskij, Musil e non solo. A conoscerli si diventa vecchi.
Alla fine, ho chiuso il libro. Un sorriso divertito ad aprirmi la faccia. E adesso, ho pensato, dovrò pur scriverne. L’ho fatto.
Per la cronaca: non sono ancora mai riuscita a leggere Guerra e Pace. Lev Nikolaevič mi perdonerà.

Edizione esaminata e brevi note

Nicola Lagioia è nato a Bari nel 1973. Ha lavorato come ghost writer e collaborato con diverse case editrici. Nel 2001 pubblica, per Castelvecchi, il volumetto “Poesia on-line”. Dello stesso anno anche “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)”, Minimum Fax, con cui vince il Premio Lo Straniero 2002. Altre pubblicazioni: “Occidente per principianti”, Einaudi, 2004; “Babbo Natale”, Fazi, 2005; “2005 Dopo Cristo”, con il nome collettivo di Babette Factory, Einaudi, 2005; “Riportando tutto a casa”, Einaudi, 2009. Dirige la collana di narrativa italiana “Nichel” della Minimum Fax e collabora con la rivista “Accattone”.

Nicola Lagioia, “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)”, Minimum Fax, Roma, 2009.