McBride Eimear

Una ragazza lasciata a metà

Pubblicato il: 5 marzo 2018

Ci sono libri che possono vantare una perfetta sintonia tra testo scritto, copertina e taglio editoriale: “Una ragazza lasciata a metà”, romanzo d’esordio pluripremiato dell’inglese Eimear McBride, è uno di questi. Il libro infatti ha un taglio inclinato nella parte inferiore e vuole così indicare la volontà di pubblicare libri trasversali e imprevedibili. La copertina di Laura Pizzato ci mostra il volto di una ragazza realizzato con colori che si mescolano e s’intrecciano senza posa, proprio per darci l’idea di una ragazza fugace, precaria, che non riesce ad avere un percorso di formazione, semmai di “distruzione” o “decostruzione” nella vita.

Infine il testo è scritto seguendo il flusso di coscienza, quindi spezzettato, a singhiozzo, a volte affannato, pieno di quelle angosce che caratterizzano la vita della protagonista, che non ha neppure un nome, come tutti gli altri personaggi del resto.

La vicenda è quella di una famiglia composta da madre e due figli, un bambino più grande e una bambina, la narratrice. Il padre è assente, morto a quanto pare.

Vivono in un paesino della campagna irlandese, dove la gente ha una mentalità chiusa e bigotta e coltiva un cattolicesimo fatto di esteriorità, pronto a condannare senza appello chi sbaglia.

Da bambino il fratello viene operato di un tumore al cervello e sottoposto a pesanti chemioterapie. La sua vita non sarà più la stessa. A trovarli vengono talvolta un nonno, bigotto pure lui, che non fa che criticare il comportamento dei nipoti, e una coppia di zii arricchiti, che li guardano con superiorità, come parenti poveri cui fare la carità. Lo zio, un essere abbietto, diventa lo stupratore e un vero carnefice per la ragazza.

Il contesto in cui i due bambini e poi ragazzi si trovano a crescere è atroce e squallido, la loro madre non è una persona equilibrata e, oltre ad avere le sue manie religiose, li maltratta, li picchia per nulla, è una donna depressa e talvolte isterica, che se la prende soprattutto con la figlia, specie quando cerca a suo modo di ribellarsi con comportamenti trasgressivi. Penosissima la scena i cui i due bambini, dopo essere stati picchiati dalla madre, che poi si è chiusa in camera in preda a una crisi di nervi, preparano una minestra anche per lei e poi bussano timidamente alla sua porta per offrirgliela.

Da adolescenti vengono costretti ad andare in una scuola scelta dalla madre, dove diventano inizialmente oggetto di bullismo e di discriminazione.

Come osservavo, più che di una storia di formazione si tratta di una storia di “disintegrazione”, perché nessuno dei due ragazzi riesce a crescere. Lei, una volta che ha subito la violenza dello zio, inizia a buttarsi via in una serie di rapporti temporanei e casuali, che sono più che altro dettati dalla disperazione e dal desiderio di mostrare il potere che il suo sesso ha sui maschi. Non c’é amore, al massimo un piacere fugace, quando c’é, altrimenti è dolore, nausea, disgusto.

Il ragazzo invece viene aggredito di nuovo dal tumore e muore dopo penosa agonia.

Il rapporto tra i due fratelli è molto stretto, intenso ed è forse l’unica cosa posotiva nelle loro vite disperate, ma non è sufficiente a salvarli.

Attorno a loro un paese chiuso, infestato da gruppi di preghiera bigotti pronti a condannare con la morale, ma non a comprendere e perdonare e che hanno grande influenza sulla madre.

I comportamenti così violentemente trasgressivi della ragazza costituiscono una reazione a questo ambiente, quasi una rivalsa, un voler dimostrare la sua diversità e la sua insofferenza: lei è la “maledetta” e come tale si comporta. Per un brevissimo periodo qualche sollievo le viene dalla cultura – studiare, leggere e scrivere le piacciono e le riescono – ma si tratta di una parentesi temporanea, poi su tutto prevalgono dolore, desolazione, angoscia, malattia.

Lo stile, così spezzato e crudo, non fa che accentuare questa dimensione, il flusso di coscienza è talvolta brutale, non ci risparmia nulla, ci trascina nell’abisso con i protagonisti.

L’unica possibilità per leggere il libro è abbandonarvisi, lasciar scorrere le parole senza porsi troppe domande, anche se, devo ammettere che 254 pagine di questo tipo mi paiono decisamente troppe, specie quando si descrive l’agonia del ragazzo o i ripetuti rapporti sessuali di lei o gli stupri dello zio. Alla lunga non si vede l’ora di uscire da queso tunnel doloroso.

Un ultimo particolare: ricorrono nel testo preghiere tradizionale, che la ragazza talvolta recita: è evidente che sono il frutto dell’educazione cattolica subita, mi chiedo se siano una forma estrema di ricerca di senso o una specie di sfida ironica alla divinità, affinché intervenga nonostante tutto.

Edizione esaminata e brevi note

Eimear McBride (Liverpool 1976) scrittrice inglese, di famiglia originaria dell’Irlanda del Nord. I suoi genitori tornano in Irlanda quando Eimear ha due anni e l’autrice trascorre l’infanzia a Tubbercurry, nella contea di Sligo. Nel 1994 si trasferisce a Londra dove studia recitazione al Drama Centre. A 27 anni scrive il suo primo libro A girl is half-formed Thing, che ha molto successo.

È uscito nel 2016 il suo secondo romanzo, The Lesser Bohemians, ma non è ancora stato tradotto.

Eimear McBride, Una ragazza lasciata a metà, Pordenone, Safarà editore 2016. Traduzione di Riccardo Duranti.