Newsinger John

Il libro nero dell’Impero britannico

Pubblicato il: 27 maggio 2018

Ammesso e non concesso che si possa davvero parlare di scientificità delle scienze sociali, tanto più alla luce dei vari “libri neri” pubblicati sulla scia dell’opera di Stéphane Courtois, John Newsinger, storico britannico di cultura marxista, almeno è stato onesto e nell’introduzione alla seconda edizione (2013) di “The Blood Never Dried: A People’s History of the British Empire”, possiamo leggere le reali motivazioni della sua ricerca: “Questo libro è stato concepito in reazione alla partecipazione britannica alla guerra in Iraq e, nonostante le truppe di Sua Maestà siano state oramai ritirate da quel paese, nel momento in cui vi scrivo rimangono a occupare l’Afghanistan” (pp.23). Ed ancora: “Una degli aspetti problematici delle apologie contemporanee dell’impero è una certa riluttanza a riconoscere fino a che punto la dominazione imperiale faccia affidamento sulla coercizione” (pp.24). Chiaro quindi l’intento di far luce sulle innumerevoli porcherie combinate dai colonialisti, britannici in primis, nonostante la perenne propaganda governativa e nonostante una storiografia che per decenni si è caratterizzata per omissioni e celebrazioni a dir poco imbarazzanti.

Un’operazione appunto di “controstoria” (così la collana della 21 editore) che non ci permette di definire “Libro nero dell’Impero britannico” alla stregua di un classico manuale di studio, malgrado si possa cogliere come ogni pagina sia supportata da una ricca bibliografia: l’ottica è volutamente radicale, tutta incentrata sui crimini dei britannici e tale da non lasciare spazio a particolari distinguo o contestualizzazioni che possano far pensare ad un ridimensionamento di responsabilità. Va però detto che, in merito, ancora una volta John Newsinger ha dimostrato onestà intellettuale: “Questo volume non rappresenta una storia onnicomprensiva dell’Impero britannico. Si tratta piuttosto dello studio di una serie di episodi specifici, dalla lotta contro la schiavitù fino all’odierna avventura irachena del New Labour” (pp.29).

Il primo capitolo del “libro nero”, “La rivolta in Giamaica e l’abolizione della schiavitù” ci mette infatti di fronte ad una lunga serie di brutali avvenimenti, innanzitutto le numerose rivolte di schiavi, seguite da sanguinosissime repressioni, che la storiografia tradizionale ha sempre minimizzato se non proprio ignorato. Poi la storia della terribile carestia irlandese (1846-1848), gestita con incredibile cinismo dal governo britannico: “la realtà dei fatti – inutile nasconderlo – è che i poveri d’Irlanda finirono sacrificati sull’altare del libero scambio e del liberalismo economico […] L’universo ideologico di questi uomini [ndr: Charles Trevelyan e i suoi compari] – così si sostiene – semplicemente non forniva soluzioni alla catastrofe che si ritrovarono ad affrontare” (pp.60). Il terzo capitolo, “Le guerre dell’oppio” è dedicato al traffico illecito di droga, che il governo britannico del tempo rendeva molto meno illecito, tanto da non esitare a spargere il sangue di migliaia di soldati per consolidare il remunerativo commercio dell’oppio: “inutile sottolineare che nella puritana Inghilterra del periodo vittoriano il contrabbando di droga non era considerato un ostacolo all’avanzamento di carriera e alla rispettabilità” (pp.79). Il quarto capitolo, “La Grande rivolta indiana, 1857-58”, evidenzia le stragi compiute da ufficiali psicopatici, le migliaia di vittime civili che ancora una volta i libri di storia più diffusi non ricordano.

A seguire “1882: l’invasione dell’Egitto”, che anticipa temi ancora oggi di stretta attualità. Newsinger cita infatti lo scrittore Wilfred Scawen Blunt che colse il collegamento tra repressione e Islam fondamentalista: “Non si sottolineerà mai abbastanza come il grande torto perpetrato dal nostro governo nel 1882 non fu tanto la distruzione delle speranze di liberà nella nazione egiziana, quanto il tiro mancino giocato dall’intervento inglese alle aspirazioni di tutto l’Islam liberale” (pp.138). Poi ancora capitoli che svelano ancora il razzismo dell’elite britannica, tanto profondo da condizionare nel sangue, nella tortura e nelle stragi gli anni della cosiddetta decolonizzazione, tra India, crisi di Suez, il Kenya dei Mau Mau, Malesia ad estremo oriente. Un razzismo che fa tutt’uno con imperialismo e che nel racconto di Newsinger non conosce confini ideologici. I laburisti, militanti e dirigenti del partito storico della sinistra britannica, appaiono feroci al pari dei più reazionari esponenti del partito conservatore, come a voler anticipare i vizi e le ipocrisie del blairismo: “Persino i consulenti del ministero degli Esteri si stupirono della aggressività di questo ex oppositore coscienzioso [ndr: il laburista Herbert Morrison] di fronte ai ribelli locali: appena nominato, aveva cominciato a lettere la biografia di Palmerston ad opera di Philip Guedalla, e a un funzionario confidò: Avrei voluto essere Lord Palmerston” (pp.226).

Infine negli ultimi due capitoli, “Gli inglesi e l’Impero americano”, “Le guerra dell’America”, l’analisi del nostro autore si è incentrata sul rapporto di sostanziale subordinazione della Gran Bretagna nei confronti degli Stati Uniti; salvo – in parte – il periodo del governo Heath. Infatti, dopo il fallimento dell’invasione di Suez, secondo John Newsinger, gli inglesi preferirono rivolgere definitivamente il loro sguardo agli USA, “uno stato imperiale con un raggio d’azione considerevole che avrebbe potuto proteggere i loro interessi, malgrado la questione non fosse sempre così semplice” (pp. 244). Atteggiamento a dir poco estremizzato con i governi di Tony Blair, politico che Newsinger nel libro ha sbugiardato pesantemente ricordando le sue innumerevoli menzogne, il suo cinismo,  i suoi detti e contraddetti. Capitoli, l’ultimo e il penultimo, che trattano di anni vicini a noi, con parole che oltretutto fanno pensare a quanto capitato in Italia in questi anni; non fosse altro per la presenza di un presunto partito di centrosinistra autodefinitosi “blairiano”, che ha realizzato politiche schiettamente berlusconiane: “Un partito [ndr: il New Labour del 2013] il cui consenso elettorale viene pur sempre dalla classe lavoratrice, ma che all’atto pratico si trasforma nel partito del grande capitale, è un partito che vive nella menzogna” (pp.309).

Possiamo quindi considerare “Il libro nero dell’Impero britannico” una “controstoria” efficace, ben documentata, che potrà suscitare perplessità soprattutto nella ricostruzione degli anni del secondo dopoguerra e del movimento sionista, ma che riesce nell’intento di mettere alla berlina le ipocrisie del potere e di una sinistra riformista per modo di dire, in realtà uguale in tutto e per tutto al peggior conservatorismo.

Edizione esaminata e brevi note

John Newsinger, è professore di Storia alla Bath Spa University. Tra i suoi libri più recenti: “Orwell’s Politics” (1999), “United Irishman: The Memoirs of James Hope” (2000), “Rebel City: Larkin, Connolly and the Dublin Labour Movement” (2004), “Fighting Back – the American Working Class in the 1930s” (2012), “Jim Larkin and the Great Dublin Lockout of 1913” (2013).

John Newsinger, “Il libro nero dell’Impero britannico”, 21 editore (collana “Controstoria”), Palermo 2014, pp. 387. Traduzione di Angelo Foscari e Alice Gerratana

Luca Menichetti.  Lankenauta, maggio 2018