Mugno Salvatore

Mauro Rostagno story. Un’esistenza policroma

Pubblicato il: 6 ottobre 2018

La casa editrice fondata da Roberto Massari alla fine degli anni ’80 si è subito contraddistinta per la pubblicazione di numerose opere di orientamento internazionalista. Una linea editoriale che non ha voluto dire soltanto libri e autori votati al rosso antico ed alla rivoluzione, altrimenti non si spiega la presenza in catalogo di “Mauro Rostagno story. Un’esistenza policroma”. Il giornalista e saggista Salvatore Mugno scrisse infatti questa approfondita biografia intellettuale in occasione del decennale della morte di Rostagno; ed il “policromo”, fin dal titolo, racconta di un’esistenza che non si è certo limitata a testimoniare l’ortodossia rivoluzionaria e marxista. Così l’autore nell’introduzione: “Egli procede dalle tinte scure del periodo scolastico (i neri, i marroni, i grigi sacerdotali e monacali dell’epoca degli studi presso istituti retti da religiosi), ai blu e ai verdi militari delle fasi operaista e maoista, ai rossi accesi dell’immersione politica, fino ai colori solari e arancio dei mutamenti ieratici orientali, per approdare, conclusivamente ai candori e alle purezze del bianco” (pp.11). Le “numerose vite” di Rostagno sono attestate anche dalle parole di Gad Lerner, presenti in un articolo dell’Espresso (1988) e che, citato ampiamente da Mugno, nuovamente sintetizzano il percorso intellettuale e politico del sociologo torinese: “È difficile infatti immaginarsi un altro intellettuale che racchiuda in sé, come Rostagno, per averle intensamente vissute, tante facce di quel che il Sessantotto è stato e continua ad essere: l’esperienza della fabbrica (Fiati, Autobianchi); il cosmopolitismo (Germania, Inghilterra e poi India); la sociologia rivisitata criticamente (Trento); la scoperta del Sud come luogo di emarginazione ma anche di autenticità (Palermo); la lotta alla mafia e alla droga condotta pubblicamente ma con partenza dalla trasformazione di sé, dal privato (il Macondo di Milano e poi la Comunità di Saman di Trapani)” (pp.100).

Una biografia, dicevamo, che è anche antologia cronologicamente ragionata di scritti dello stesso Rostagno, di suoi compagni che si sono screditati abbracciando la lotta armata (Curcio), di suoi compagni rimasti immuni dalla violenza ma che poi hanno inteso mitizzare il Sessantotto sempre e comunque; nonché brani di serissimi storici contemporanei, di noti polemisti e giornalisti, testimonianze di coloro che si sono rabbiosamente opposti alla sacralizzazione dell’esperienza sessantottina (Aldo Ricci): insomma, pagine che prima rivelano il Rostagno più ideologico, con tutto il contorno di verbosissimi proclami rivoluzionari e antisistema, poi la sua sofferta evoluzione libertaria; fino ai giorni che hanno preceduto il suo omicidio. Emerge un Rostagno negli anni sempre più distante dal leaderino contestatore che faceva e disfaceva in quel di Trento. Mugno riporta alcuni brani tratti da “Macondo”, opera pubblicata nel 1978, e qui, se da un lato, Rostagno racconta l’amico Renato Curcio come “una persona dolcissima”, che sostanzialmente si è perso a causa di Margherita Cagol, poi le parole più dure le riserva alle Br che “vivono in una bolla di sapone, sono un delirio perfetto […] sono diventati dei tecnocrati della rivoluzione” (pp.145).

Il sociologo torinese, più che mai “policromo”, come scrive Mugno con piglio appassionato ed empatico, ha quindi ripudiato  e rigettato “ogni gioco rivoluzionario dell’infanzia e della sua militanza” (pp.184), “distrutta ogni certezza, annegati i sogni, seppellite le utopie” (pp.189). Il marxista ortodosso degli anni universitari non esiste più, come possiamo ancora leggere in “Macondo”: “Io ho vissuto tutti questi anni come un delirio, un innamoramento prima di me stesso e degli altri, poi della classe operaia fino ad arrivarne alla paranoia più totale…Il comunismo al poter è altrettanto terrificante dell’imperialismo” (pp.161). Uno stato d’animo che preparava l’ennesima svolta, dopo l’esperienza di Lotta Continua e di Macondo: l’India, la comunità arancione di Bhagwan Shree Rajneesh, la comunità Saman, l’impegno antidroga e antimafia. Tanti colori e tante vite ma che probabilmente, per citare il più noto giornalista italiano, ideologicamente distante anni luce dai rivoluzionari sessantottini, hanno voluto dire la legittima negazione di idee rivelatesi sballate ma non dei valori di base comunque presenti nell’animo di Rostagno. Da questo punto di vista si può cogliere la distanza tra l’intensità delle battaglie del sociologo torinese e il riflusso di coloro che, rivoluzionari in gioventù, intenti a contestare l’autoritarismo accademico, sono andati ben oltre il ripudio delle antiche idee, diventati a loro volta autoritari baroni, nonché intellettuali di complemento del più imbarazzante berlusconismo.

Uno spettacolo demoralizzante e molto italiano  al quale Rostagno non ha potuto assistere. “L’esistenza policroma” si è interrotta nel 1988 per opera della mafia, ma lo sappiamo soltanto da pochi anni. Quando Mugno ha scritto il libro le inchieste, “non sempre oneste e credibili” (pp.249), erano ancora in corso, idem i depistaggi. La compagna di Rostagno, Chicca Roveri ed anche Francesco Cardella (personaggio che poi avrà comunque i suoi guai con la giustizia) furono oggetto di pesanti sospetti, mentre la pista mafiosa era ancora tutta da percorrere; e infatti l’autore scriveva che “il delitto rimane irrisolto”. Le cose, come sappiamo, cambieranno negli anni successivi al 1998 ed evidentemente, viste le intimidazioni subite dallo stesso Salvatore Mugno, l’argomento mafia – Rostagno in quel di Trapani continua ad essere un nervo scoperto che merita di rimanere ancora sotto i riflettori di cronisti e di storici coraggiosi.

A conclusione di questo apprezzabile libro, perfettamente leggibile anche a distanza di tanti anni, la postfazione di Luciano Della Mea, che però sembra tornare ad un piglio poco policromo e molto rosso antico: “E mentre Bompressi, Pietrostefani e Sofri ristagnano in galere a Pisa per un delitto che non hanno commesso né potevano commettere e un perbenismo gaudente e fascista rumina la gramigna che sia stata resa veramente giustizia al commissario Calabresi, su Rostagno vedi aggirarsi l’avvoltoio dell’archiviazione, la giustizia ridotta a merda” (pp.254). Affermazioni che, a differenza di quanto contenuto nella biografia e alla luce di quanto poi stabilito nelle sentenze definitive  di condanna ci sono sembrate datate e condizionate da un pregiudizio fin troppo positivo sul sessantotto e sui sessantottini. A chiusura del libro sarebbero state forse più opportune le parole di Francesco Alberoni, intervistato in aprile dal Corriere della Sera, che ricorda lo studente Rostagno e la sua personalità, ben diversa rispetto quella di altri leader del tempo: “Parlava di poesia, poi si è messo a parlare di Dio. Il suo era un mondo dolce. L’ha ucciso la mafia”.

Edizione esaminata e brevi note

Salvatore Mugno, (Trapani, 1962), si è occupato di letteratura siciliana e di importanti scrittori tunisini, curandone e traducendone alcune opere: Mario Scalesi, Moncef Ghachem e Abū’l Qāsim ash-Shābbi. Ha pubblicato romanzi e saggi su Mauro Rostagno, Nick La Rocca, Mameli Barbara, Giovanni Falcone, Giuseppe Lo Presti e la maschera di Peppe Nappa.

Salvatore Mugno, “Mauro Rostagno story. Un’esistenza policroma”, Massari editore, Bolsena 1998, pp. 272. Prefazione di Majid Valcarenghi. Postfazione di Luciano Della Mea.

Luca Menichetti.  Lankenauta, ottobre 2018