Ognibene Salvo

Un uomo perbene

Pubblicato il: 15 ottobre 2018

Attilio Bolzoni, nella sua prefazione a “Un uomo perbene”, scrive di “un giudice dimenticato un attimo dopo la sua morte violenta. Inghiottito da maldicenze e depistaggi, dall’omertà, dall’ignoranza. Inghiottito da una Sicilia che appena qualche giorno dopo stava piangendo il presidente dalla Corte d’assise Antonino Saetta e qualche giorno dopo ancora il giornalista Mauro Rostagno” (pp.9). Mesi che furono funestati da quelli che vengono detti “assassini eccellenti”; per non parlare di quanto avvenne da lì a poco, “un 1989 non meno agitato e spaventoso” (pp.10). È vero che Salvo Ognibene con questo suo breve libro ha sostanzialmente inteso rendere omaggio ad un giudice che al tempo era molto stimato per la sua correttezza, per un’umanità “concreta e non esibita” – da qui largo spazio ad interventi di colleghi e amici – ma, al di là delle attestazioni di stima e affetto, il contesto storico e criminale della Trapani anni ’80 emerge in tutta la sua pervasività fin dalle prime pagine di “Un uomo perbene”. Una piovra nel vero senso della parola che – proprio il caso di Giacomelli lo dimostra – non lasciava scampo neppure a coloro che apparentemente non si erano occupati in prima persona di crimini mafiosi. Il giudice, che da lì a pochi anni sarebbe stato ucciso, in realtà, e senza clamore, aveva decretato, in base alla recente legge Rognoni-La Torre, la confisca di beni immobili appartenenti a Gaetano Riina e a sua moglie. In sostanza la mafia in questa maniera era stata colpita sul versante economico – sociale; e un “affronto” del genere nei confronti di una cosca, che si stava preparando alla stagione stragista, certo non poteva finire lì.

Il giudice Alberto Giacomelli, presidente delle misure di prevenzione del Tribunale, è stato unanimemente descritto come uomo moderato, silenzioso, sobrio; e forse questo suo atteggiamento defilato può aver favorito ancor di più i depistaggi degli assassini in una terra, la provincia di Trapani, che, in uno dei suoi ultimi editoriali, Mauro Rostagno racconta come epicentro di logge massoniche deviate e di un palazzo di Giustizia travolto dagli scandali e da gravi vicende corruttive.

Giacomelli in un certo senso stava dietro il sipario, ma la confisca dei beni era proprio qualcosa che la nuova mafia non poteva tollerare: “Il capo di Cosa nostra voleva che venisse ucciso un giudice, uno qualsiasi, per dare un segnale a tutti quelli che in quel periodo si occupavano di sequestri e confische” (pp.45). Quel tanto perché il destino di questo uomo perbene fosse segnato, come ha appurato anni dopo la  Corte d’assise d’Appello di Palermo sulla base delle rivelazioni del pentito Vincenzo Sinacori: il giudice aveva toccato interessi propri dei Riina. Balzano agli occhi quindi le caratteristiche della vecchia mafia “che non dimentica”, ed anche quelle della nuova mafia sempre più intenta a condizionare il tessuto produttivo ed economico della regione. Giustamente Salvo Ognibene ricorda che Pio La Torre e Giovanni Falcone avevano colto con molto anticipo rispetto i loro colleghi che per “battere la mafia, oltre alla repressione giudiziaria e alla valorizzazione di una cultura antimafia, bisogna aggredire i patrimoni dei mafiosi” (pp.47).

L’assassinio di Giacomelli, che conferma in pieno le tesi di chi a sua volta fu ucciso dalla mafia, indubbiamente ha presentato degli aspetti inconsueti – il giudice era da poco in pensione – ma pur sempre all’interno di uno schema noto fatto di depistaggi ed  infamie post mortem. Salvo Ognibene ricorda le vicende che coinvolsero un gruppo di minori, piccoli criminali in erba, messi in mezzo per sviare le indagini, nonché tutte le difficoltà processuali ed investigative che si sono susseguite prima che, dopo diversi anni e grazie all’apporto dei pentiti, affiorasse la pura e semplice verità: quello di Giacomelli fu un omicidio di mafia, compiuto per vendetta e con l’intento di intimidire coloro che volessero applicare la legge Rognoni – La Torre.

Edizione esaminata e brevi note

Salvo Ognibene, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna discutendo una tesi sui rapporti tra Chiesa, mafia e religione. Ha pubblicato L’eucaristia mafiosa. La voce dei preti (Navarra 2014) ed è coautore de Il primo martire di mafia. L’eredità di padre Pino Puglisi (con Rosaria Cascio, EDB, Bologna 2016) e Sport e Identità. La lotta alla discriminazione in ambito sportivo (a cura di Antonello De Oto, Bonomo Editore 2016). www.salvoognibene.it.

Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, si occupa mafie dalla fine degli anni Settanta. Ha pubblicato di recente La mafia dopo le stragi. Cosa è oggi e come è cambiata dal 1992 (Melampo 2018).

Salvo Ognibene, “Un uomo perbene. Vita di Alberto Giacomelli, giudice ucciso dalla mafia”, EDB (collana “Lapislazzuli”), Bologna 2018, pag. 120. Prefazione di Attilio Bolzoni.

Luca Menichetti. Lankenauta, ottobre 2018