Montanelli Indro

Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita

Pubblicato il: 24 febbraio 2013

Dopo anni di attesa finalmente abbiamo potuto leggere parte delle lettere private di Indro Montanelli contenute nel Fondo di Pavia, la cui prossima pubblicazione era stata annunciata nelle pagine di “Soltanto un giornalista” (2003). La Rizzoli ha messo in campo Paolo di Paolo, già curatore di “La mia eredità sono io” (altra antologia montanelliana) e il risultato è stato appunto “Nella mia lunga e tormentata esistenza”, una selezione di lettere di Montanelli, da ventenne aspirante giornalista, inquieto e preda di ricorrenti depressioni, a quelle inviate ai genitori dal fronte africano nel 1935 e dal carcere nel 1944, fino agli ultimi giorni della sua lunga vita, sempre depresso e ancor più disincantato sulle sorti della sua amata-odiata Italia. Una corrispondenza non soltanto privata ma anche pubblica, e proprio per questo non del tutto inedita (da qui una piccola delusione per un’operazione editoriale che magari poteva essere ancora più coraggiosa).

L’antologia curata da Paolo di Paolo rimane comunque un’opera di sicuro interesse sia per la celebrità dei destinatari delle lettere (Andreotti, Cossiga, Nenni, Pertini, Buzzati, Prezzolini, Longanesi,Guareschi, Malaparte, Toni Negri, Agnelli, Scalfari, Anthony Burgess, Edmund Stevens, Orio Vergani, Vittorio Foa, Spadolini e tanti altri), sia per il ritratto in parte inedito, fatto di fragilità e debolezze, lontane da quel cinismo spesso esibito nelle sue esternazioni pubbliche, testimoniato dalle lettere ai familiari e alle donne della sua vita. Non fosse per l’eccessiva presenza di lettere pubbliche, comprese alcuni brani tratti dalla sua “Stanza” del Corriere, potremmo davvero considerarlo una sorta di diario intimo tale da rivelarne – come anticipato – debolezze, magari i limiti caratteriali, e rapporti privati in parte inediti e sorprendenti con alcuni noti personaggi della politica e della cultura. Non vorrei esagerare con le citazioni, ma qualcosa è opportuno riportare per rendersi conto di cosa abbiano voluto dire nella vita di un grande giornalista, controverso finché si vuole, i drammi personali e i drammi della società italiana dagli anni ’30 alle soglie del terzo millennio. Da notare che anche gran parte delle lettere private, ovvero quelle che proprio si sapeva non essere destinate ad alcuna pubblicazione (salvo essere poi recuperate dagli archivi), mostrano uno stile talmente chiaro, immediato, che assomigliano in tutto e per tutto ai suoi articoli. Se non fosse per qualche apprezzamento pesante rivolto a colleghi e politici potremmo non accorgerci che quella era una lettera privata e non un pezzo destinato al Corriere o al Giornale.

E’ vero poi che alcune considerazioni sull’animo italico le troviamo tali e quali sia nelle lettere private e pubbliche degli anni ’50 che in quelle degli anni ’90. Passano gli anni ma i vizi (in questo caso non di Montanelli) rimangono intatti. Leggiamo da una corrispondenza con Orio Vergani (1953): “Socialismo e fascismo si odiano, sì; ma solo come ci si può odiare tra fratelli; e su un punto almeno sono concordi: sull’instaurazione di un governo centralizzato e centralizzatore, che affida ad una burocrazia apoplettica e pianificatrice il compito di dirigere dalla capitale l’intera vita della nazione […] Questa mia nonna – pace all’anima sua, poveretta – era uno dei quarantacinque milioni di Mussolini che infestano l’Italia (e io, intendiamoci, mi metto nel numero) che a un certo punto impiccarono Benito rinfacciandogli la loro stessa malattia: l’allergia alla verità. Perché l’Italia è un paese in cui non è considerato un crimine chi vi lascia sopravvivere la malaria, ma solo colui che la denuncia” (pag. 140 -144).

Anche la considerazione degli Stati Uniti e del suo popolo, che pure sosteneva in senso anticomunista e che da un lato ammirava per certo spirito protestante, non risulta priva di spirito critico (e forse di autocritica). Da una lettera al suo amico e collega Edmund Stevens (1953): “Voi siete ipocriti anche in politica: quando fate dell’anticolonialismo, per esempio, voi che siete i figli e gli eredi della più spietata colonizzazione della storia del mondo. Il linguaggio che tenete all’O.N.U. starebbe benissimo nella bocca dei pellirosse; ma in quella di coloro che sterminarono i pellirosse, permettimi di dirti che stona un po’” (pag.196). Meno perfida del previsto una lettera (1954) indirizzata allo storico rivale Malaparte, riguardo un’opera dello scultore Dazzi. Scrisse Indro: “Caro Curzio una signora mia amica che ascolta la radio mi ha riferito che l’altra sera, intervistato a proposito di una statua che avevi ordinata e che ora non vuoi più comprare, hai esclamato: “Ma questa somiglia a Indro Montanelli”. Non so di che statua si tratti. Ma credo sia quella in legno di Dazzi che, m’han detto, ti raffigura nudo, con un cane che ti sale su per il corpo fino a coprirti le vergogne, e con una chiappa scollata per via del caldo. Ora a me l’idea che uno scultore, partito con l’idea di raffigurare il tuo nudo, abbia finito per modellarne uno simile al mio, non mi dispiace, e ci sto. Accetto, guarda, anche il cane. Ma la chiappa scollata, perdio, te la tieni tu, perché io non la voglio. Le mie chiappe, caro signore, sono accollatissime: tanto accollate da escludere qualunque insinuazione. Perentoriamente quindi t’invito a fare il chiaro su questa losca faccenda, perché non è mai successo nella storia che le chiappe d’un fucecchiese fossero in balia d’un maledetto pratese come te. Tuo, Madonna bona” (pag. 146).

Lettera di ben altro tenore fu quella inviata a Longanesi tre anni più tardi. Montanelli era reduce dall’Ungheria dove aveva seguito da vicino la rivoluzione interpretandola come rivolta contro il regime filosovietico e non come rivolta anticomunista. E a Longanesi, che era rimasto anticomunista senza se e senza ma, come del resto lo era stato Montanelli prima di vedere cosa era successo a Budapest, era sembrato un tradimento. Per capire cosa voleva dire lo scontro est-ovest e quale era il clima che si respirava in piena guerra fredda basta leggere le lettere a Clare Boothe Luce, forse le più imbarazzanti della raccolta per gli intenti quasi golpisti di un Montanelli terrorizzato da una possibile vittoria di un PCI ancora stalinista. A fronte dei silenzi e del gelo che si era alzato tra i due amici di un tempo, il giornalista toscano volle tentare una riconciliazione: “Caro Leo, stanotte ho sognato ch’eri morto (te lo dico perché pare che porti fortuna), e mi sono svegliato pieno di angoscia e di rimorsi. Mi affretto subito a precisare che questi rimorsi li sento solo di fronte al tuo immaginario cadavere». «Di fronte a te», continua, «provo solo quello di aver lasciato invecchiare di un anno un equivoco, di cui mi sembra che le responsabilità debbano essere equamente ripartite. […] Non è facile volerti bene. E mi domando quanta gente, di ambo i sessi, che avrebbe voluto volertelo, se lo sia rimangiato, trasformandolo magari in odio, per il terrore che incute la tua leggenda. […] Non illuderti che sia l’ammirazione per la tua intelligenza, il rimpianto della tua conversazione, dei tuoi paradossi, delle tue trovate, quello che mi fa sentire il vuoto della tua amicizia. Mi manca anche quello, specialmente sul piano professionale, dove il tuo stimolo mi faceva tanto comodo, come lo ha fatto al novanta per cento dei giornalisti che oggi contano qualcosa e che da te sono stati inventati o almeno svegliati. Ma, se non fosse che questo, potrebbe convenirmi, com’è convenuto a tanti altri, ora che mi hai insegnato a camminare, darti un calcio e proseguire da solo. Purtroppo, quelle che mi mancano sono non le tue qualità, ma le tue debolezze, e ad esse non trovo un surrogato. Ognuno, caro Leo, viene a te, come la farfalla al lume, attirato da quel che si vede. Ma son pochi coloro che ci restano per quel che si nasconde. Io sono uno di questi pochi. Vuoi darmi davvero un calcio?” (pag. 169).

Passano gli anni ma l’idea di un Montanelli ottuso destrorso e demonizzato come fascista rimane sempre viva, soprattutto dopo la fondazione del “Giornale”. In tal senso mi pare interessante riportare la risposta del nostro giornalista a Eugenio Scalfari, emblema di una sinistra salottiera e con la puzza sotto il naso che ancora non aveva conosciuto i disastri morali della destra berlusconiana e – disonesta – aveva gioco facile nel mettere nel calderone liberalismo, conservatorismo, fascismo e reazione: “Caro Eugenio, il tuo biglietto mi ha fatto molto piacere. Vorrei però, a scanso di equivoci, che ci intendessimo bene sul senso della nostra amicizia. Noi, tu ed io, facciamo gli unici due giornali che ormai in Italia significano qualcosa, anche se i significati sono diversi e spesso contrapposti. È quindi perfettamente logico e inevitabile che ogni tanto polemizziamo. Io, però, con te ho sempre polemizzato solo sul piano ideologico. Tu, quando noi nascemmo, mi gettasti addosso sacchi di merda anche sul piano personale. Non ti domando perché l’hai fatto: conosco il tuo temperamento. Però non farlo più, perché su questo piano tu non hai lezioni da darmi e io non ho da prenderne da nessuno. Quindi, per riassumere: polemica aperta sul piano ideologico, che sarà benefica ad entrambi, e istruttiva per i lettori; rispetto sul piano personale. Ma reciproco. Ti va bene?” (pag. 269).

Molto bello anche il breve carteggio con Toni Negri. In risposta alla pretese del professore di venire chiamato col “lei”: “Parole da rivoluzionario vero, cioè da aristocratico che sulle barricate ci manda la marmaglia riservandosi ogni diritto su di essa, compreso quella di disprezzarla”. E poi: “La sua disistima per le mie idee mi tocca molto meno di quanto può toccare Lei la mia disistima per le Sue. E questo per il semplice fatto che delle idee faccio pochissimo conto. Anzi, le dirò di più: le uniche due cose su cui mi rifiuto di giudicare gli uomini sono il sesso e le idee” (pag. 284). A proposito di idee ottima la scelta di inserire nell’antologia il carteggio pubblico  con Michele Serra (pubblicato su Micromega nel 1994) sull’assenza in Italia di un grande “Partito Borghese”: grande onestà intellettuale da parte di ambedue e, almeno in questo caso, un Michele Serra che, anche capace di autocritica (e da sinistra non è cosa ordinaria), è riuscito a pennellare un ritratto impietoso ma del tutto veritiero su di una destra liberale che di fatto nel nostro paese non si è mai vista ed è rimasta nell’immaginazione di pochi intellettuali.

Parimenti di grande interesse il carteggio con Vittorio Foa, considerato da Montanelli “non solo il miglior cervello, ma anche la più limpida e cristallina coscienza della sinistra italiana, in cui ha, senza pause, militato, ma mai per ambizioni di potere, al quale è stato sempre allergico”. Dimostrazione di un Montanelli che, malgrado i tanti difetti, le cadute di gusto, una schiettezza quasi brutale, apprezzamenti ruvidi e a volte gratuiti, una certa autoindulgenza spesso esibita, sapeva però anche essere generoso e rispettare quel rigore morale che si era imposto: ovvero dare ben più importanza ai comportamenti piuttosto che alle idee. Delle centinaia di lettere, considerando i tanti interlocutori di Montanelli, potremmo scrivere ancora molto ma possiamo fermarci qui e concludere con la citazione presente nella quarta di copertina, adatta al personaggio: “Siamo passati attraverso vicende che, per quanto drammatiche, ci hanno riempito la vita riducendola ad un’ininterrotta suspense….Quando li vivevo, quei drammi, non vedevo l’ora che finissero. Ora mi mancano. M’accorgo che senza di essi la vita è certamente più facile, ma perde d’ogni sapore”.

Edizione esaminata e brevi note

Indro Montanelli, (Fucecchio 1909 – Milano 2001) giornalista. Laureato in Legge e Scienze politiche, inviato speciale del “Corriere della Sera”, fondatore del “Giornale nuovo” nel 1974 e della “Voce” nel 1994, è tornato nel 1995 al “Corriere” come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre cinquanta libri fra i quali ricordiamo: XX Battaglione eritreo, I cento giorni della Finlandia, Qui non riposano,Le stanze, L’Italia del Novecento (con Mario Cervi), La stecca del coro, L’Italia del Millennio (con Mario Cervi), Le nuove stanze.

Paolo di Paolo, scrittore, è nato nel 1983 a Roma. Nel 2003 entra in finale al Premio Italo Calvino per l’inedito, con i racconti “Nuovi cieli, nuove carte”. Ha pubblicato libri-intervista con scrittori italiani come Antonio Debenedetti, Raffaele La Capria e Dacia Maraini. E’autore di “Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi” (2007) e di “Raccontami la notte in cui sono nato” (2008). Ha lavorato anche per la televisione e per il teatro: “Il respiro leggero dell’Abruzzo” (2001), scritto per Franca Valeri; “L’innocenza dei postin”i, messo in scena al Napoli Teatro Festival Italia 2010. “Dove eravate tutti” è del 2011 (Feltrinelli).

Indro Montanelli, Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita, Rizzoli, Milano 2012, pp.404, € 19,50

Luca Menichetti. Lankelot, febbraio 2013

Recensione già pubblicata il 24 febbraio 2013 su ciao.it e qui parzialmente modificata.