Pilecki Witold

Il volontario di Auschwitz

Pubblicato il: 10 settembre 2015

È evidente che quando nel novembre 1940 Witold Pilecki, capitano dell’Armata polacca, si fece arrestare dai nazisti per poi essere mandato sotto falso nome ad Auschwitz, non sospettava minimamente il guaio in cui si era cacciato. L’intento era quello di infiltrarsi, raccogliere informazioni e organizzare una rete clandestina pronta a prendere il controllo del campo. Un’idea ingenua e destinata al fallimento: sopravvissuto miracolosamente dopo mesi e mesi di sofferenze, Pilecki trovò il modo di darsi alla fuga quando ormai era chiaro che il segnale di rivolta non sarebbe mai arrivato. “Il volontario di Auschwitz” rappresenta quindi il “terzo rapporto” del militare polacco, indirizzato nel 1945 ai suoi superiori dell’esercito: il testo, che non era destinato alla pubblicazione e che probabilmente fu scritto senza particolari correzioni, proprio per questo motivo, e nonostante una certa disomogeneità di stile, potrà essere apprezzato per l’immediatezza e una schiettezza aliena da eccessi retorici.

Tra l’altro le pagine di Pilecki potranno contribuire a sfatare qualche luogo comune. Auschwitz era un enorme complesso concentrazionario in cui furono rinchiusi delinquenti comuni, prigionieri polacchi, comunisti, zingari, omosessuali, non solamente ebrei. Un campo che si trasformò nel tempo anche in un campo di sterminio, dove i prigionieri erano in balia totale dei loro kapò e che visse stagioni di repressione sempre più violenta; come del resto ci ricorda Jarek Garlinsky nelle pagine introduttive: “in realtà fu istituito inizialmente nel 1940 come campo per prigionieri politici polacchi, e solo dopo fu trasformato in un campo di sterminio per gli ebrei d’Europa” (pp.29). Pilecki, grazie ad una tempra fisica e morale fuori dell’ordinario, riuscì a cavarsela, a guarire da malattie devastanti, a resistere ai pidocchi, al gelo, a ritmi di lavoro massacranti; e ci conferma  che ad Auschwitz, malgrado l’organizzazione capillare, la vita era sempre appesa ad un filo, alla mercé di assassini seriali che, per puro capriccio, potevano sterminare decine di persone.

Si capisce inoltre come ad Auschwitz il trattamento degli häftling fosse in gran parte condizionato non solo dalla diversa umanità, o meglio disumanità, dei singoli lagerkapo, degli oberkapo, degli obersturmführer del lagerkommandant, ma proprio dall’etnia del prigionieri e da scelte superiori che evidentemente negli anni si modificarono. È lo stesso Pilecki, testimone oculare, che vide nel 1942 “un cambiamento radicale” nell’immagine del campo, una sinistra macchina di morte ancor più organizzata: “non si videro più (almeno non entro i confini dello stammlager) teste sfasciate con le vanghe, persone uccise con un picchetto martellato nel ventre, o un detenuto inerme col torace sfondato e le costole spezzate dai pesanti stivali di macellai degenerati che gli saltavano sul petto con tutto il loro peso. Ora, nella quiete e nel silenzio, i detenuti di cui un medico tedesco (delle SS) aveva preso i numeri in ospedale sostavano completamente nudi nel corridoio del Blocco 20 (secondo la nuova numerazione), attendendo con calma il loro turno [….] veniva mese su una sedia, due boia gli tiravano indietro le spalle spingendo in avanti il petto, e l’SS Klehr gli praticava un’iniezione di fenolo con un lungo ago direttamente nel cuore (pp.193). E poi Pilecki, sempre tutt’orecchi per mandare avanti il suo progetto, ci racconta quanto trapelava riguardo all’inganno ai danni degli ebrei: “Riuscii ad avere diverse conversazioni con ebrei francesi e una volta con un raro convoglio dalla Polonia […] Stando a quel che dicevano, erano stati informati da avvisi ufficiali in varie cittadine e paesi sotto il controllo tedesco che solo gli ebrei che andavano a lavorare nel Terzo Reich sarebbero rimasti in vita, quindi loro andavano a lavorare nel Terzo Reich. Erano anche rassicurati da lettere in cui gli ebrei di Auschwitz, e senza dubbio di altri campi, sostenevano di lavorare in buone condizioni e di stare bene […] Poi a centinaia, donne e bambini separati dagli uomini, entravano in capannoni che dovevano essere docce ma in realtà erano camere a gas. Le finestre esterne erano false e dentro c’era un muro” (pp.202).

Ormai la situazione si faceva sempre più pericolosa anche per i non ebrei e lo stesso Pilecki più volte aveva seriamente rischiato di morire, senza considerare le percosse subite fin dal primo giorno nel campo. Molti suoi compagni non c’erano più (malattie, esecuzioni, l’incapacità di resistere agli stenti), costatato che dall’esterno non avrebbe ricevuto alcun aiuto e che la sua presenza nel lager era ormai un autolesionismo senza scopo alcuno, anche grazie alla sua rete di cellule clandestine e ad un approccio tipicamente militare, Pilecki riuscì ad organizzare la sua fuga da Auschwitz. Altra avventura rocambolesca e pericolosissima che gli regalò la libertà e chiaramente la possibilità di fare rapporto ai suoi superiori. Da qui lo scritto che è stato poi pubblicato come “Il volontario di Auschwitz”. La storia di Pilecki però non finisce qui, anche se purtroppo sarà molto breve. Tornato tra le file dell’Armata polacca riuscì a combattere nella rivolta di Varsavia del 1944. Nuovamente fatto prigioniero dai tedeschi fu detenuto nei campi di Lamsdorf e Murnau. Nell’immediato dopoguerra il capitano Pilecki si ritrovò tra le fila della resistenza anticomunista contro il governo filosovietico imposto alla sua Polonia. Ancora una volta a combattere contro un regime totalitario: rientrato in patria, nel 1947, fu arrestato, torturato, accusato di spionaggio “agli ordini dell’imperialismo straniero”, e poi processato da un tribunale militare. Finì giustiziato con un colpo alla nuca la sera del 25 maggio 1948 dai suoi stessi compatrioti di fede comunista. Una vita a dir poco avventurosa, eroica, che purtroppo Witold Pilecki non riuscì mai a raccontare nella sua interezza e che è stata celebrata tardivamente, soltanto dopo la fine della censura comunista, una volta caduto il Muro di Berlino.

Edizione esaminata e brevi note

Witold Pilecki, nato nel 1901 da una famiglia della nobiltà polacca, nel 1918 si arruolò nell’Armata polacca. Nel 1939 partecipò alla battaglia di Varsavia; dopo la capitolazione della città fu membro attivo della resistenza al nazismo. Nel settembre 1940, con il permesso dei suoi superiori, si fece arrestare dalla Gestapo e per tre anni fu prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz per organizzarvi la rete di resistenza e inviare rapporti sulla situazione nel campo. Fuggì nel 1943 e nel 1944 partecipò alla rivolta di Varsavia. Nel 1945, per conto del governo polacco in esilio a Londra, fu spedito nuovamente in missione nella Polonia occupata dalle truppe sovietiche, finendo in un campo di lavoro sovietico nelle vesti di prigioniero politico. Fu scoperto, processato e giustiziato nel maggio del 1948. Fino al crollo dell’Unione Sovietica le informazioni riguardanti l’attività di Pilecki sono state censurate.

Witold Pilecki, “Il volontario di Auschwitz”, Piemme (collana Paperback Adulti, serie Pickwick), Milano 2015, pp. 384. Traduzione di Annalisa Carena

Luca Menichetti. Lankelot, settembre 2015