Penna Bianca

A Roma non si muore

Pubblicato il: 6 Gennaio 2023

“Roma è proprio così, è quella che d’estate fa troppo caldo per uscire e l’inverno è solo un autunno che non ce l’ha fatta, ma quando ce la fa te lo dice forte e chiaro. È quella che i vicoli si perdono e diventano strade, rampe, curve, tangenziale, raccordo, e per una cosa piccola ce ne sono un milione di più grandi che te la fanno scordare. È quella che ogni volta che posi lo sguardo hai qualcosa di spettacolare da vedere, ma in fondo poco da ricordare. È quella dei bar e dei locali che si susseguono uno dopo l’altro, in una rete infinita, e quando ti senti a casa lo sei davvero, quando non ti ci senti sei solo un estraneo che è lì a pagare il conto. Quella in cui al buio ti sembra di stare in un posto, alla luce       in un altro, e tra il giorno e la notte cambia veste e si trasforma, da  signora a puttana. È quella che le distanze sono così dilatate che ci possono essere anche ottanta chilometri tra un punto e un altro e sembra di vivere in mondi diversi, ma sempre Roma rimane”. (pp.16-17)

La bellezza è sempre cruda e crudele, quando è bellezza vera.

Dopo l’interessante raccolta di racconti, Il profumo dei sogni incendiati (Idrovolante, 2020), e dopo aver curato un volume importante dedicato al Milite Ignoto (Ignoto Militi, Idrovolante 2021), Bianca Penna esce con nuovo romanzo che tradisce, in modo evidente, la passione dell’autrice per la città di Roma, protagonista già dal titolo, nonché l’inclinazione a voler dare spessore emotivo e profondità psicologica ai personaggi, probabilmente derivante dalla sua professione di psicoterapeuta. A Roma non si muore è un romanzo duro e destabilizzante, denso di dialoghi diretti, crudi e poco manierati, sviscerati a più riprese all’interno di una trama che rifugge una precisa e definita identità di genere per invece ammaliare il lettore con le sue atmosfere cupe e a tratti disturbanti, nella meravigliosa cornice della Capitale, sospendendo l’intera narrazione in una sorta di limbo atemporale in cui emergono i fantasmi che hanno attraversato il tempo e la storia, consacrando il mito della Città Eterna.

Protagonista è Isabella Valenti, scrittrice di successo la cui ultima pubblicazione desta un certo scalpore per i contenuti e più di qualche contrarietà in ambienti ostili e pericolosi. Insieme al suo editore, Vittorio Cantelmo, la scrittrice si scontrerà con personaggi ambigui e senza scrupoli, i quali vogliono assolutamente censurare il suo romanzo. Isabella si troverà dunque di fronte a un bivio, ritirare il suo romanzo o continuare a battersi per le sue idee rischiando di pagare un prezzo salatissimo. Intanto il tempo a Roma sembra improvvisamente sospendersi, lasciando fuoriuscire dalle feritoie della notte i suoi fantasmi.

L’amore per Roma e la sua storia consentono a Bianca Penna di articolare una narrazione in cui fanno da supporto dettagliate e ben incasellate descrizioni di luoghi magici della Capitale (il quartiere Coppedè, la Porta Alchemica, Ponte Sisto), e capolino alcuni personaggi alla cui valenza storica si aggiunge il fascino mitologico (Mastro Titta, la Pimpaccia, Messalina). La scelta è sicuramente vincente, perché oltre a non essere mai decontestualizza arricchisce una narrazione che, inevitabilmente, più l’opera progredisce più stringe sui personaggi e i loro motivi di fondo, svelando il mistero sui contenuti del libro della Valenti poco oltre la metà del romanzo. Questo palese esercizio meta-letterario, per quanto contenuto in poco più di 230 pagine, riesce abbastanza efficacemente a Bianca Penna la quale ci svela anche, negli stralci del romanzo nel romanzo, la passione per la distopia di Bradbury ed Orwell.

A Roma non si muore è un’opera che invita a più livelli di lettura, primo dei quali quello legato al genere, peraltro non così chiaramente identificabile, quantomeno rispetto ai classici canoni narrativi. È un romanzo che nella sua struttura noir dalle tinte gialle e dalle atmosfere gotiche, innesta una potente parabola esistenziale che non si fa mai, volutamente, apologo morale. E per fortuna, si può convintamente affermare, perché la scelta dell’autrice di non zavorrare i personaggi con l’abituale moralismo di maniera, vero o presunto, ci aiuta meglio ad interiorizzare e ad apprezzare il sottotesto fondamentale dell’opera, che una volta conclusa emerge prepotentemente fino a soppiantare il testo base. E qui arriviamo al secondo e forse più importante livello di lettura, quello legato al significato profondo – direi esoterico, in ossequio anche alla complessità dell’opera – del convincente titolo scelto. A Roma non si muore sintetizza perfettamente il senso della storia narrata, e risponde efficacemente a due esigenze non sempre facili da conciliare: quella di includere Roma, a conti fatti la vera protagonista del romanzo, e il concetto di eternità legato non solo alla città eterna per eccellenza ma anche al percorso della protagonista e in parte degli stessi personaggi che le ruotano attorno, reali o immaginari che siano. Più di tanto non vi posso accennare, in tal senso, pena svelarvi snodi fondamentali della storia, ma è bene chiarire subito che A Roma non si muore è un’opera ambiziosa la quale sceglie senza paura di addentrarsi in territori narrativi di complessa e spigolosa ambiguità, che Bianca Penna riesce sorprendentemente a tenere in equilibrio con efficacia e senza il bisogno di immaginare scenari improbabili, personaggi eccessivamente connotati o prossimi all’irrealtà. Anche i fantasmi che abitano la Roma notturna, in effetti, tradiscono paradossalmente la stessa passione e carnalità dei personaggi reali, fin quasi a farsi portavoce dei loro stessi dubbi, evitando però quel possibile retrogusto ancestrale e solenne che invece è riservato alla città e solo alla città. A Roma, per intenderci, con i suoi ponti e i suoi monumenti, con le sue porte magiche segrete sovente nascoste sotto la luce del sole. Perché l’eternità è anche questo, quando si calca il suolo di questa città ricca di arte e di storia, di misteri e segreti; è passeggiare senza meta negli anfratti e nei vicoli di una qualunque zona che respiri la sua secolare bellezza, e ritrovarsi magicamente in un luogo altro, sospeso, apparentemente relegato in un altrove fuori dallo spazio e dal tempo, immersi in una sorta di sogno ad occhi aperti. Per poi ridestarsi d’improvviso ed accorgersi, che sempre a Roma siamo.  Terzo e non meno importante livello di lettura è quello legato al percorso individuale dei personaggi sulla ribalta, a loro modo accomunati dalla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza, nonostante la condizione perlopiù agiata e borghese, ma necessitante di maggiori punti fermi. Da questo peculiare punto di vista, l’opera di Bianca Penna può anche essere paradigmatica: è in effetti non peregrina l’idea che ognuno di voi possa identificarvisi, nonostante o proprio per le palesi debolezze che emergono nell’approfondimento delle loro psicologie. L’autrice ha infatti il pregio, come ribadisco, di non connotarli marcatamente, lasciando emergere quei dubbi e quelle questioni esistenziali che ci caratterizzano e che sovente ci destabilizzano, fino a farci cadere o anche riemergere da situazioni complicate. L’uso di un linguaggio a tratti crudo e diretto sembra in effetti essere una precisa scelta narrativa, volta più a far risaltare i cortocircuiti emotivi e le questioni irrisolte piuttosto che a voler evidenziare l’adesione a uno stile iperrealistico di scrittura.

A Roma non si muore è, pertanto, un’opera che disvela l’inclinazione a voler esplicitare, nei suoi motivi di fondo, tutta una serie di domande che sono, a ben guardare e seguendo la circolarità del romanzo, l’asse portante dell’intera architettura narrativa. I quesiti in questione, insinuanti o palesi che risultino, vi accompagneranno in effetti dal principio alla fine, in questo viaggio nell’eterno, nella memoria e nel presente di una città nella quale basta vivere un giorno per restarne intrappolati per sempre. Bianca Penna veste in fondo i panni di una sorta di Ciceronessa, come cantava il Battisti di panelliana memoria, accompagnandoci alla scoperta di una città che spesso guardiamo – noi che ci viviamo, in particolare – distrattamente senza mai osservarla veramente, ammonendo o ricordando che l’eternità è proprio qui, ad un passo: all’interno di un vicolo, sulle rive del fiume o sopra un ponte, attraversando porte magiche al cui interno il tempo si annulla, evapora, svanisce. Ma non muore mai.

“Signor Cantelmo, si è guardato bene intorno? A Roma non si muore. Noi vi ascoltiamo e vi guardiamo, siamo degli osservatori silenziosi, dei testimoni dei due mondi attraverso le epoche. Manteniamo il ricordo, sappiamo ciò che è importante e ciò che non lo è.  Le azioni che si compiono per le strade della città eterna non vengo no mai dimenticate e non fanno mai parte del passato. Il tempo non conta. Lo abbiamo imparato sulla nostra pelle; spesso abbiamo dato la nostra vita per questo. Succederà anche a lei, un giorno”. (p.176)

Federico Magi, gennaio 2023.

Edizione esaminata e brevi note

Bianca Penna, A Roma non si muore, Idrovolante Edizioni, 2022, Roma.

Bianca Penna è nata a Roma il primo agosto 1987. Obliqua, è amante dei libri e delle narrazioni, in tutte le loro forme. È psicologa, laureata con lode in Neuroscienze cognitive all’Università La Sapienza; si sta formando come psicoterapeuta in Analisi transazionale socio cognitiva all’Ifrep. È autrice del romanzo Sui binari del treno (2011), dello spettacolo teatrale Sera di Giugno (2019) e de Il profumo dei sogni incendiati (Idrovolante, 2020), seconda opera di narrativa. È curatrice del volume Ignoto Militi (Idrovolante, 2021). A Roma non si muore è il suo terzo lavoro di narrativa.