Martinelli Mario

Il Granduca

Pubblicato il: 29 Aprile 2010

Una “sinottica dello sguardo”, una panoramica a volo d’uccello presenta, nel primo capitolo, lo scenario del romanzo: la Schüsseltal o Val Scodella, sperduta vallata trentina formata da quattordici case, che hanno visto generazioni passare tra le loro mura, dominate dai ruderi di un antico castello, oggetto di sinistre leggende.

Svetta sopra la valle il Grossherzog – il Granduca – una cima intatta e inviolabile, un nume dispotico e temuto, da trattarsi con rispetto e reverenza.

A questa terra ritorna, dopo molti anni, Luino: andatosene ancora ragazzo per cause di forza maggiore – era rimasto orfano insieme al fratello minore – è ormai un cinquantenne, un viandante con il cappello a falde larghe e una strana pipa, che riproduce un vecchio barbuto, il cui copricapo funge da coperchio per il fornello.

I genitori e, successivamente, suo fratello sono morti sul Grossherzog, lui ora vuole rivedere quei luoghi, vuole scoprire meglio le circostanze dei tragici eventi, vuole conoscere la montagna, sentirla, capirne l’essenza.

Il ritorno per Luino è anche incontro con i pochi abitanti rimasti nella Val Scodella, quasi tutti piuttosto anziani, visto che i giovani sono emigrati alla ricerca di condizioni di vita più comode.

Sarà rigenerante per il protagonista conoscere quegli animi semplici, genuini, riservati, cordiali, ma senza smancerie o affettazione. Sono i “detentori delle chiavi per accedere all’anima delle montagne”, pieni di gratitudine per la vita, benché faticosa nelle loro valli. Hanno caratteri temprati dalle difficoltà e dal lavoro e una saggezza che nasce da un rapporto sano con i tempi della vita.

Luino torna come un “figliol prodigo”, pieno di ricordi e con la sensazione di avere in qualche modo un discorso aperto con quella montagna che ha tanto attirato i componenti della sua famiglia.

Il suo bisnonno, Josiph Anton Rauch, figlio illegittimo del conte Wolkenstein, castellano e possidente di quelle terre, si era laureato in archeologia e aveva compiuto ricerche sulle vicissitudini del castello, deducendone che il suo crollo era dovuto a una maledizione, innescata secoli addietro dalla sfida alle divinità protettrici del popolo che lo aveva edificato.

Il padre di Luino aveva tentato più volte di decifrare i misteriosi caratteri incisi su un piccolo crocifisso appartenuto a Josiph, i vecchi appunti del quale erano stati poi ritrovati in solaio da Luino e da suo fratello Ignazio…..il fascino delle antiche carte e leggende, delle rovine e dei nascondigli misteriosi trapela dalle pagine ed è bene limitare qui i cenni alla trama.

É soprattutto il rapporto con la natura e con la montagna a delinearsi. Luino compie un itinerario di riconciliazione con se stesso e con le proprie origini, è “l’uomo venuto in quel mondo a ritrovare il proprio passato” (p.60) e lo farà dapprima riscoprendo un rapporto di armonia col paesaggio e con gli esseri viventi, piante e animali, del luogo.

Ogni istante racchiudeva un universo senza limiti” (p.92).

È la via della meditazione che conduce Luino a una rinascita spirituale, a una nuova consapevolezza dell’amore che la vita gli offre.

Luino osservava la montagna che cresceva davanti ai suoi occhi, fino ad acquisire una personalità precisa e complessa, ora sarcastica, pungente, ora tenera, colma di saggezza, ma sempre ammaliante, capace di incatenare le aspirazioni dell’uomo a un richiamo che si faceva, di momento in momento, più impellente. Era una voce che giungeva dal cosmo e recava l’invito ad entrare in contatto con l’individualità montanina, fondendosi nel carattere di essenzialità, di conoscenza, al fine di dare concretezza all’anelito di salire in alto, a toccare il trascendente”. (pp.91-92)

Una volta acquisito un sufficiente equilibrio interiore, Luino sarà pronto per accogliere il richiamo personale che la montagna gli rivolge. Da solo dovrà avventurarsi tra le sue creste, accettare il dialogo con questa maestra di vita, dotata di una sua personalità e capace di lanciare precisi messaggi.

È il rapporto uomo-montagna il fulcro del libro, è il dialogo ininterrotto con la misteriosa vetta inviolata, casa di divinità potenti, di fronte alle quali l’uomo deve saper ammettere il proprio limite e, all’occorrenza, fermarsi. Altrimenti il rischio è la morte. Gli stessi antenati di Luino gli hanno lasciato chiari messaggi, che gli si rivelano in un momento cruciale.

Il vero alpinismo – sembra dirci Martinelli –non è dunque quello dei record, dei primati, della velocità e della conquista a qualsiasi costo, ma nasce da una riflessione e da una precisa comprensione sia dei segnali della montagna che delle capacità umane.

Quel che Luino comprende in questa vicenda ambientata in un passato non troppo lontano, è sempre valido.

Le vette non solo danno all’uomo la facoltà di conoscere i propri limiti, ma lo assurgono a testimone del miracolo che permea tutto l’universo; gli offrono un assaggio del paradiso, a cui dovrà rinunziare al momento della discesa, portandone però il ricordo nel cuore, che lo accompagnerà per tutta la vita”. (pp.90-91)

articolo apparso su lankelot.eu nell’aprile 2010

Edizione esaminata e brevi note

Mario Martinelli (1962) scrittore e montanaro di Obra in Vallarsa.

Mario Martinelli, Il Granduca, Trento, editrice La Grafica 2007. Con disegni dell’Autore.

Approfondimento in rete: Mario Martinelli