Politycki Matthias

Racconto dell’aldilà

Pubblicato il: 23 giugno 2013

Hinrich Schepp percepisce uno strano odore in casa. “Forse Doro aveva dimenticato di cambiar l’acqua ai fiori, forse gli steli durante la notte avevano cominciato a marcire e ora appestavano l’aria con una sorta d’aroma agrodolce“. In ogni caso il professor Shepp, talentuoso sinologo e libero docente alla Freie Universität di Berlino, si rende conto che “qualcosa di discretamente altro lo stava aspettando al centro della consuetudine facendo prendere una brutta china alla mattinata“. E quel “qualcosa di discretamente altro” è a pochi passi da lui, nella luce autunnale che riempie la stanza, tra gli ornamenti di stucco, i rivestimenti di seta e le pareti di libri, proprio oltre lo schienale della scrivania, in quel sentirsi felice di sé che Shepp distingue pienamente. Doro è lì, coi capelli raccolti come sempre, il suo kimono preferito e la posizione che assume ogni volta che rivede i testi di suo marito. Eppure Schepp è sicuro che non ci sia nulla da correggere ed impiega un po’ prima di rendersi conto che ciò che ha di fronte non è Doro, ma il suo cadavere.

Il tempo si dilata, la narrazione è quasi cavillosa e seguiamo con lentezza ogni singolo movimento dell’uomo, ogni segmento dei suoi pensieri e delle sue sensazioni. Un procedere che si fa persino gravoso, indolente. Schepp sembra dilatarsi ad ogni istante divenendo insostenibile, fin troppo flemmatico. Sua moglie è di fronte a lui. E’ morta. Ha corretto un manoscritto che lui ha scritto tanti anni prima, quando neppure la conosceva, quando era un trentenne insoddisfatto e solo. Si intitola “Marek, la Spugna” ed è rimasto incompiuto e rinnegato. Doro ha scovato proprio quel manoscritto e lo ha glossato con la sua grafia. Piccole note, commenti e altri segni compresa la scomposta frase finale: “Per me puoi andartene, finalmente riesco a dirlo, puoi andartene all’inferno! Insieme a Hanni e Nanni e Lina e Tina e a come diavolo si chiamano, le tue (…)”.

E così dentro il romanzo si innesta un altro romanzo. Quello scritto da Schepp e corretto da Doro. Un romanzo incompiuto che si fa filo e voce tra il mondo del vivo e quello della morta. E’ a quelle pagine che nessuno ha più toccato da anni che Doro affida il suo messaggio ultimo al marito, riversando in quelle righe scritte a margine i suoi reali sentimenti per Hinrich. Un marito che Doro aveva sentito di amare fino al momento in cui l’uomo, la cui vista non era mai stata granché, decide di recuperare diottrie grazie al laser. Un intervento compiuto intorno ai sessanta anni che ha fornito al sinologo l’opportunità di osservare i dettagli di quel mondo che, fino a quel momento, gli era apparso sfumato, e sfuggente. La vista ritrovata lo trasforma e lo induce a frequentare luoghi che non avrebbe mai neppure pensato di sfiorare prima. Compreso il “La Pfiff”, una specie di bettola in cui lavora Dana, una bella cameriera che viene da un non meglio precisato luogo dell’Est. Una ragazza seducente e misteriosa da cui Schepp si sente immediatamente attratto anche per via di un tatuaggio con un simbolo dell’I-Ching cinese impresso sul collo. Un segno speciale, un richiamo quasi subliminale per l’illustre sinologo.

La lettura delle postille di Doro sul manoscritto di “Marek, la Spugna” procede. Schepp deve leggere. Lo fa e, dalla grafia di sua moglie, percepisce con esattezza le sensazioni della donna: “Per tutta la vita Doro era stata un modello di discrezione e di mitezza; ora che l’asprezza dei commenti non era più filtrata da nessuna delicatezza, brillava la sua algida eleganza“. Schepp però si irrita sempre di più, prova stizza e rancore verso sua moglie, verso quelle verità che lei gli sputa in faccia senza troppi complimenti. “Essere morti significa non essere più contraddetti da nessuno“. E quando il professore nota che il nome di Hanni, una delle protagoniste di “Marek, la Spugna“, è stato depennato e sostituito da sua moglie con quello di Dana non riesce a non andare in bestia. Evidentemente tra i coniugi Schepp ci sono molte più cose non dette di quanto ci si potesse aspettare. Un matrimonio che, dopo la vista riconquistata, ha subíto mutazioni e sprofondamenti che l’uomo non ha mai realmente elaborato e che, invece, la donna ha trattenuto in sé fino a scegliere di farli esplodere proprio nel momento estremo.

Nonostante la sua brevità, “Racconto dell’aldilà” è un’opera piuttosto complessa, articolata su piani differenti e sviluppata attraverso molteplici tematiche intersecate tra loro. Soffermarsi su argomenti smisurati come la morte o l’amore è di per sé un lavoro infinito. L’abilità di Matthias Politycki sta nell’essere riuscito a captare alcuni degli aspetti più significativi e radicali sia della morte che dell’amore. Compresi i dissidi, le menzogne, le falle, i risentimenti, le alterazioni, gli auto-inganni, le esaltazioni e le fughe. Il suo stile narrativo, però, a mio avviso, è un po’ datato. Ne apprezzo l’eleganza, ammiro la volontà di ricerca di una sostanziale perfezione formale, eppure a questo testo manca qualcosa. Forse maggiore dinamismo, forse maggiore azzardo. E’ una storia dalla potenza insolita raccontata in maniera un po’ friabile e scontata. Il talento di Politycki è più che evidente ma da uno scrittore tanto abile mi sarei aspettata una scrittura più feroce, più moderna, più originale.

Edizione esaminata e brevi note

Matthias Politycki è nato nel 1955 a Karlsruhe. Attualmente vive tra le città di Amburgo e Monaco. Ha studiato letteratura tedesca, comunicazione e teatro e si è laureato nel 1981. Per un breve periodo ha lavorato come docente-assistente nell’Istituto di Filologia tedesca di Monaco. Il successo, come scrittore, è arrivato a fine anni ’90 grazie a “Romanzo di femmine” prima e “Un uomo di quarant’anni” dopo. E’ autore di racconti, saggi, poesie ed articoli di satira. Le sue opere hanno ottenuto importanti riconoscimenti in Germania e all’estero. Politycki è considerato uno degli autori più significativi della sua generazione.

Matthias Politycki, “Racconto dell’aldilà“, CartaCanta Editore, Forlì, 2013. Traduzione e cura di Giovanni Nadiani. Titolo originale: “Jenseitsnovelle” (2009).

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