von Trier Lars

Melancholia

Pubblicato il: 1 Novembre 2011

La fine del mondo secondo Lars von Trier. Ecco cosa potrebbe sembrare, a prima vista, Melancholia, nuovo tassello di una cinematografia eccessiva, disturbante, furba, ammiccante ma sicuramente originale di uno dei più acclamati e discussi cineasti europei contemporanei. Il regista danese, anche stavolta, nella presentazione consueta a Cannes, non si è fatto mancare i motivi di polemica, con le dichiarazioni su Hitler (“in fondo lo capisco, mi fa simpatia”) e sugli ebrei (“Israele è un dito al culo”, oppure “Credevo di avere origini ebraiche, invece ho scoperto di essere un vero nazista”), mentre la sua protagonista, Kirsten Dunst, sussurrava uno sbigottito “Oh my God!”. Lars von Trier, nazista? Chi lo conosce bene sa che il regista danese è un abile incantatore di serpenti, un furbacchione della prima ora, uno che sa sempre dove centrare l’attenzione. C’è chi dice, malignamente, che in questo caso volesse sviare l’attenzione da un film pessimo o quanto meno trascurabile, ma ambizioso nella messa in scena e nei contenuti: un regista depresso e in crisi di ispirazione, come del resto lui stesso lasciò intendere tre anni fa alla presentazione di Antichrist. Eppure, Melancholia, pur con le sue incongruenze e i suoi massimalismi, e nonostante una struttura, sia visiva che narrativa, palesemente diseguale, è forse una delle migliori opere del cineasta danese dai tempi di Dogville.

Diviso in due parti, che prendono il nome dalle due sorelle protagoniste, Melancholia immagina un evento, potenzialmente catastrofico, che mette a rischio la vita dell’intera umanità: un pianeta, nascosto da sempre dal sole, sta per entrare molto velocemente in rotta di collisione con l’orbita terrestre. La maggior parte degli scienziati sono convinti che passera accanto alla Terra creando solo qualche piccolo scompenso momentaneo nell’atmosfera. Non siamo in un film di fantascienza, evidentemente, e von Trier descrive questa attesa attraverso gli occhi di soli 4 personaggi. Questo avviene nella seconda parte del film, perché all’inizio l’attenzione è incentrata su Justine, sul suo matrimonio apparentemente felice, sulla ricca festa di nozze offerta dal marito della sorella nel suo castello disperso tra i boschi. Dalla felicità alla depressione c’è un percorso molto breve, secondo von Trier, che costruisce questa prima parte sulla falsariga di uno dei film cult del Dogma style, quel Festen di Vinterberg che era un concentrato di acidità e sarcasmo. La festa di nozze si trasforma in breve tempo in un luogo in cui regolare i conti in sospeso e dirsi in faccia quello che si era trattenuto. La depressione di Justine prende il sopravvento e in poche ore la ragazza decide di allontanare il marito e di licenziarsi dal lavoro. La seconda parte, che vede protagonista la sorella Claire, è una vera e propria discesa agli inferi, con la consapevolezza della fine che cresce col crescere visivo del pianeta Melancholia, così denominato quasi romanticamente. Ma di romantico, nel cinema di Lars von Trier, non c’è veramente nulla, e tutta la sua vena nichilista si riversa virulenta, anche se con modalità insidiose e non sempre apertamente manifeste, sullo spettatore che segue angosciato le vicende delle due sorelle alle prese con paure assai differenti, unite soltanto nel momento in cui il nulla si fa più prossimo e minaccioso.

Introdotto da splendide sequenze al ralenti, evocative e simboliche, su una suggestiva musica wagneriana (Tristano e Isotta), Melancholia è una pellicola potente e al contempo angosciante, destabilizzante nella sua assenza di anima e di struttura, pessimista al cubo ma elegante e ricca di fascino. Un’opera decisamente più compiuta rispetto ad Antichrist. E i temi son sempre gli stessi, a ben guardare, anche se qui rispetto ad Antichrist non siamo nel delirio ossessivo-metafisico, perché la paura e l’angoscia che Melancholia restituisce è molto più fisica, più terrena. Il vero comune denominatore è proprio la depressione, il nichilismo passivo, l’auto annientamento più o meno consapevole. Justine, pur preda dei suoi fantasmi, è persuasa che il mondo è cattivo, insensato, che l’umanità che lo abita è gretta, falsa, meschina, opportunista. Melancholia, secondo Justine, arriva in un certo qual modo a sanare i mali del mondo, ad azzerare un’ umanità che non ha più ragione di esistere, semmai l’avesse avuta in passato. E non c’è nessuna altra forma vivente nell’universo, con buona pace degli scienziati. Passato Melancholia sui destini dell’uomo, ciò che resta è il nulla. Del resto, von Trier non ci dice niente che non ci avesse già detto in passato, sia nelle sue opere più riuscite (The Kingdom, Dogville) che in quelle meno (Idioti, Manderlay): che usi toni gravi e apocalittici, che si abbandoni al cinismo e al sarcasmo, il suo cinema ha costantemente privilegiato i motivi del buio, evitando qualsiasi forma di consolazione o di possibile riscatto per l’umanità. Un’umanità alla deriva, senz’anima e senza futuro, assolutamente incosciente delle sue miserie e della sua nullità, quella che emerge in questo quadro impietoso in cui davvero nessuno si salva – e ciò a prescindere dalla catastrofe imminente -, di cui sono tutti sostanzialmente ignari (se si esclude Justine, che ha segni di preveggenza).

Lo stile registico con cui rafforza i temi cardine del suo cinema è come al solito degno di nota e ricco di sfumature: dopo lo splendido incipit (circa 10 minuti di sola musica e immagini) che come in Antichrist è, dal punto di vista visivo, la parte più rimarchevole della pellicola, von Trier orienta la sua macchina da presa soprattutto sui volti delle protagoniste, immortalate da incessanti primi piani alternati. Senza mai perdere l’origine “dogmatica”, il regista danese fa largo uso della macchina a mano e si concede diversi campi lunghi che hanno precisa valenza narrativa, amplificando il dettaglio a misura del crescere dell’angoscia per una fine che aleggia minacciosa sulle vite dei personaggi e che è chiara allo spettatore fin dal principio. Splendide le protagoniste, Kirsten Dunst e ancora una volta Charlotte Gainsbourg, con una nota di merito per la Dunst, giustamente premiata a Cannes, nonostante l’ostracismo che la critica ha riservato al film. Tutto il cast è degno di nota: ad un ritrovato Kiefer Sutherland, ripescato dai bassifondi dorati della tv americana si aggiungono le fugaci ma emblematiche presenze di due fedelissimi del regista danese come Udo Kier (Europa, The Kingdom, Dancer in the dark, Dogville, Manderlay) e Stellan Skarsgard (Le onde del destino, Dancer in the dark, Dogville), nonché le fulminanti apparizioni della bravissima Charlotte Rampling e di John Hurt. Quel che resta, a conclusione di una visione che evidentemente non può essere per tutti, è la sensazione di aver assistito a una pellicola tutt’altro che trascurabile, considerando l’ormai folta filmografia del regista danese, e l’impressione che la critica non abbia perdonato a von Trier di fare il burlone su un tema spinoso su cui, da sempre, non è consentita nessuna lettura alternativa a quella orientata al politicamente corretto, né tanto meno esplicite forme di dileggio. Melancholia è un film lento e compassato che rifugge qualsiasi forma di empatia; freddo, tragico e senza ritorno, con un occhio a Bergman (quello glaciale di opere come L’immagine allo specchio, Il rito e Un mondo di marionette) ma in puro stile Lars von Trier.

Federico Magi, novembre 2011.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Lars von Trier. Soggetto e sceneggiatura: Lars von Trier. Fotografia: Manuel Alberto Claro. Montaggio: Molly Marlene Stensgard, Morten Hojbjerg. Interpreti principali: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt, Alexander Skarsgard, Stellan Skarsgard, Udo Kier, Brady Corbet, Cameron Spurr. Scenografia: Jette Lehmann. Costumi: Manon Rasmussen. Produzione: Zentropa Entertainments, Eurimages, Memfis Film, Slot Machine, Arte France Cinéma. Origine: Danimarca / Germania / Francia / Svezia, 2011. Durata: 130 minuti.