Maurensig Paolo

L’ombra e la meridiana

Pubblicato il: 15 Maggio 2004

L’OCCHIO DEL FOTOGRAFO

“L’Ombra e la Meridiana” è uno strano romanzo, decisamente atipico nel contesto della produzione dello scrittore goriziano.

Protagonista e narratore della vicenda è un fotografo, ospite della locanda “al Cigno”, il quale, pur cercando di non esibire questo suo interesse, ha lo Zio Eugenio, vecchio e paralitico fratello della padrona di casa, come unico soggetto delle osservazioni e delle autentiche esplorazioni attraverso l’obiettivo della macchina fotografica.

Un oscuro rapporto lo lega a quest’uomo ormai prossimo alla morte, del quale egli indaga, con implacabile spirito documentaristico e inesorabile precisione, il progressivo disfacimento e la decadenza fisica e mentale.

Il punto di vista del romanzo è quello dell’obiettivo fotografico:

Sono giorni questi, che trovo rassicurante osservare il mondo attraverso l’oculare di una macchina fotografica: la realtà circostante mi appare incorniciata, assolutamente definita. Nel percepirla, non avverto più fastidiose vertigini siderali, poiché tutto è conchiuso in un cubo che è il prolungamento della mia stessa persona, un organo sussidiario della vista, della memoria…” (p. 9).

E attraverso la fotografia, alla quale il narratore dedica varie riflessioni che talvolta danno al romanzo l’andamento di un breve saggio, la realtà viene filtrata, fissata, analizzata e colta nei suoi aspetti più riposti, meno evidenti a una prima osservazione.

L’occhio fotografico risulta talvolta addirittura indiscreto o comunque spiazzante, quando il narratore racconta di essersi divertito a cogliere il lato oscuro, i dissapori che lentamente, posa dopo posa, emergono sui volti delle coppie che andavano nel suo studio per farsi immortalare nei momenti di una felicità soltanto apparente.

Sembra quasi che egli goda nel demolire ogni istituzione familiare: la propria – ha sposato senza amore una donna molto più anziana di lui – quella parentale e quella dei suoi clienti.

Molto conflittuale il rapporto con la famiglia d’origine della madre (il padre non l’ha mai conosciuto): essi vengono paragonati ad “entità malefiche” (p. 68), descritti con implacabile distacco non privo di acrimonia e colti nelle loro somiglianze fisiche con inesorabile precisione e con l’acuto spirito d’osservazione del fotografo: “Ora, dal posto in cui siedo, posso contemplare i risultati di equazioni genetiche innumerabili: mani dalla stessa forma su corpi diversi, dentature identiche in bocche dissimili; il disegno di un naso d’uomo lo ritrovo, dissimulato abilmente, sul volto di una fanciulla; e poi: una catena di menti spianati in varie gradazioni, e orecchie e orecchie in un continuo ripetersi di tortuose, cartilaginee spirali. Ritrovo le mani del morto su una donna: le stesse falangi pigre, lo stesso polso ossuto. La bocca del morto la scopro invece sul volto di una sedicente lontana cugina, graziosa se non fosse proprio per quel particolare che io posso solo immaginare ormai immerso in un’irrevocabile immobilità” (pp. 60-61).

Sono persone per lui false, ipocrite ed estranee, legate da un legame apparente che cela solo odio.

In queste spietate descrizioni di raduni familiari emerge tutto il suo disprezzo, ma anche tutta la sua estraneità a questo mondo, nel quale ha dovuto trascorrere l’infanzia e la giovinezza e col quale, per un certo periodo della sua vita, continua comunque a mantenere un legame fatto di visite periodiche a figure sempre più decrepite e inchiodate alla loro gretta mentalità.

Il protagonista appare sempre più come un estraniato, un diverso, un bastardo (quasi maledetto), un uomo che spesso si è lasciato vivere, ha osservato il mondo dal suo obiettivo, ma non l’ha modificato. Il suo stesso matrimonio è praticamente subìto, privo d’interesse, un legame che lui trascina, recitando una parte cui non crede.

L’unica arte nella quale pare riuscire perfettamente è proprio quella dell’osservazione con la fotografia.

Da scrutatore profondo, riesce ad intravedere anche la morte, ad andare quindi oltre la realtà apparente: “Certuni la nascondevano per bene sotto gli abiti, come un ingombrante piumaggio; ma per quanto lo celassero con cura, di tanto in tanto qualche minuscola piuma impalpabile sfuggiva loro. Certi volti mi sembravano melanconici becchi socchiusi: nascosta tra le pieghe della loro fisionomia,era sempre in agguato una possibile spaventosa mutazione” (p. 67).

E indiscreto, addirittura imbarazzante, è il modo con cui viene indagata la progressiva decadenza dello zio Eugenio, vero “monumento alla decrepitezza” (p. 11), e infine la sua morte, con i relativi rituali: lavaggio del cadavere, rasatura, vestizione, visita dei parenti, convenevoli di rito. Tutto ci sfila davanti e viene implacabilmente osservato e spesso demolito nel suo castello di perbenismo e convenzioni.

Nel corso del racconto si scoprirà che lo zio Eugenio è legato alla madre del narratore, una figura in qualche modo luminosa attorniata da un universo di ombre scure. Divenuta madre senza essere sposata, la donna era stata corteggiata e, pare, amata, dallo zio Eugenio, che aveva cercato di assumere, verso il ragazzo, un ruolo paterno mai accettato. Quale sia la colpa imperdonabile di cui il narratore accusa Eugenio non è ben chiarito dal racconto.

La madre appare da un lato come una vittima del pregiudizio sociale e delle critiche dei parenti, dall’altro come una donna debole, affetta da agorafobia, piena di rimpianti.

Nei confronti della vita si comportava come se, invitata a una festa, dicesse di non avere l’abito adatto o la pettinatura in ordine, e preferisse andarsene piuttosto a letto, affrontando il rischio che ogni notte ci riserva, ma con buone probabilità di restare sostanzialmente al sicuro” (p. 71).

In questo contesto familiare arriva lo zio Eugenio, che suona il violino (una presenza che ritorna con modalità diverse, questa del violino, in Maurensig). Uno strumento che evoca la morte nello spirito del ragazzo: “La morte era presente nel lucido legno di quel violino, in quegli strani disegni, spirali, curve, cerchi….Era quello lo strumento dell’incantesimo” (p. 75).

E la madre morirà, lasciando irrisolto il rapporto-conflitto col figlio, il quale si sentirà gravare addosso “l’inesaurita scaturigine di dolore per tutti i nostri giorni a venire” (p. 79).

In una sorta di colloquio-confessione, non sappiamo se reale o immaginaria, con un prete venuto a benedire la salma dello zio Eugenio, il protagonista rievoca la sua vicenda e sembra aspettarsi una qualche assoluzione. Finisce per autoassolversi, come se il solo pensiero di aver raccontato garantisse la liberazione da oscuri sensi di colpa.

L’intero romanzo, di fatto, sembra voler avere una funzione catartica: l’indagine spietata e la riesumazione di tutti i fantasmi passati portano il protagonista ad assumere una nuova consapevolezza di sé, della sua stessa fisicità : “Sembravo un’isola che, presa improvvisamente coscienza di se stessa, osservasse con curiosità le proprie insenature, le colline, i pendii e gli avvallamenti, valutandone mentalmente il volume, la probabile età, il significato e il peso dell’insieme” (p. 108).

Dopo aver a lungo indugiato, l’estraneo alla vita, il bastardo, il “collezionista misconosciuto”, il “visionario deluso” (p. 108) brucia tutti i vecchi provini fotografici collezionati durante anni e anni di attività e ritraenti gli aspetti segreti e taciuti delle coppie, poi si ammala e infine lascia definitivamente la locanda, se ne va “non più risalendo l’impenetrabile corso corporeo, o i labirinti della memoria” (pp. 108-109), se ne va “ché tutte le vie hanno una propria direzione, una propria corrente, un certo modo di crescere, di tendere verso qualcosa” (p. 109).

La fotografia per l’io narrante – e forse la scrittura per l’Autore – ha svolto il suo ruolo liberatorio.

Articolo apparso su lankelot.eu nel novembre 2006

Edizione esaminata e brevi note

Paolo Maurensig (Gorizia, 1952), scrittore italiano, vive e lavora a Udine.

Ha scritto: “La variante di Lűneburg(1993), “Canone Inverso” (1996), “L’ombra e la meridiana” (1998), “Venere lesa” (1998), “L’uomo scarlatto” (2001), “Il guardiano dei sogni” (2003).

 Paolo Maurensig, “L’ombra e la meridiana”, Mondadori, Milano, 1998.