Couto Mia

Veleni di Dio, medicine del diavolo

Pubblicato il: 16 gennaio 2012

Un libro che sia un buon libro, a mio avviso, deve contenere una storia interessante ma deve anche essere stato scritto in maniera brillante, densa e seducente. Ecco, “Veleni di Dio, medicine del diavolo” è proprio così. Attrae ed affascina come tutti i buoni libri.

Di Mia Couto non avevo mai sentito parlare. Scopro che si tratta di uno dei migliori scrittori contemporanei in lingua portoghese. E’ nato in Mozambico, una ex colonia africana del Portogallo, ed è per questo che, probabilmente, nel suo libro ha sapientemente iniettato un po’ d’Europa e un po’ di Africa attraverso frasi fulminee e scarne che tratteggiano figure ammalianti, frammentate di ironia, tragedia, magia ed inganno.

Ad aprirci l’ingresso al romanzo è il dottor Sidónio Rosa, un bianco portoghese che “si china per varcare la porta con il rispetto di chi penetra in un ventre. E’ in visita dalla famiglia di Bartolomeu Sozinho, il Solitario, il meccanico in pensione a Vila Cacimba, Città della Nebbia. Sulla porta dona Munda, la moglie, non spreca parole e non regala sorrisi“. Tre righe e la scena è piena. Siamo dentro un quadro già perfettamente delineato ed intrigante.

Siamo in Mozambico e il vecchio Bartolomeu è malato. Forse sta per morire. Non esce più di casa e la guerriglia di rimproveri e piccole perfidie che porta avanti con sua moglie è una delle poche emergenze vitali a cui non sa rinunciare pur volendo liberarsene per sempre.
Sidónio, il medico del luogo, va in quella casa fin troppo spesso. In realtà lo fa per amore di Deolinda, la bellissima mulatta che ha conosciuto in Portogallo e di cui si è innamorato follemente. Deolinda è la figlia di Bartolomeu e Munda e lui, il bianco arrivato da lontano, è lì ad attenderla pazientemente. Lei è altrove e scrive lettere incaricandolo di rendere più facile che può la vita dei suoi. Lui, Sidónio, obbedisce ed ama.

Tutte le verità che sembrano delinearsi tra le pagine del romanzo, e nella vita di Sidónio, sfumano e tracollano ogni volta. La storia si ammanta di rivelazioni plateali e colpi di scena degni di una sceneggiatura noir. Noi lettori seguiamo la vicenda d’amore, morte e malattia con lo stesso stupore e la stessa perplessità del medico bianco.
E si termina il romanzo senza aver afferrato tutto l’afferrabile, coscienti di essere costretti a lasciar scorrere le cose perché non si può avere la presunzione di comprenderle tutte. La menzogna, d’altro canto, ha la stessa identica consistenza della verità e distinguere l’una dall’altra, spesso, non è un affare da poco.
Munda e Bartolomeu celano segreti e finzioni che edificano la loro stessa esistenza. E non c’è scampo. L’inganno, infatti, è ovunque: tutti, Sidónio compreso, hanno il loro bagaglio di falsità con cui convivere. Sopravvivere, nella città africana della nebbia, significa nascondere la realtà o eluderla ad ogni costo.

Scrittura controllata e rigorosa quella di Mia Couto. Conosce il suo mestiere, questo signore, e lo conduce con immenso stile. Nel suo passato c’è molta poesia e, devo ammettere, che tale substrato si rintraccia anche nella sua prosa colma di rispetto per le parole. E’ incantevole assistere ad un incedere narrativo tanto misurato ed intenso, governato da immagini di una liricità attenta e vibrante. Mi piace la scrittura di Couto, mi piace quel modo spietato e incalzante di raccontare. E’ per questi motivi che, appena possibile, tornerò a sprofondare nei suoi libri.

Edizione esaminata e brevi note

Mia Couto, in realtà, si chiama António Emílio Leite Couto. E’ nato a Beira, in Mozambico, nel 1955. Il nome “Mia” era usato da suo fratello minore e, in seguito, lo scrittore lo scelse come nome d’arte. E’ considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei in lingua portoghese. Dopo aver abbandonato gli studi di Medicina, Couto si è dedicato al giornalismo e alla letteratura ma, più tardi, ha comunque scelto di laurearsi in Biologia. Couto ha esordito come poeta nel 1980, si è poi dedicato ai racconti per approdare al romanzo. Tra le sue opere tradotte anche in Italia ricordiamo “Terra sonnambula” (Guanda 2002), “Sotto l’albero del frangipani” (Guanda 2002), “Un fiume chiamato tempo, una casa chiamata terra” (Guanda 2005), “Ogni uomo è una razza” (Ibis, 2006), “Perle” (Quarup, 2011), “Veleni di Dio, medicine del diavolo” (Voland 2011).

Mia Couto, “Veleni di Dio, medicine del diavolo“, Voland, Roma, 2011. Traduzione di Daniele Petruccioli. Titolo originale: Venenos de Dieu, remédios do diablo (2008).

Mia Couto: Wikipedia / Merlin Litag (scheda) / Voland (scheda)