Ricapito Francesco

Ricapitour 2016 – In Scozia con La Sorella – 1 – Un Primo Assaggio Di Edimburgo

Pubblicato il: 8 ottobre 2016

mappa-scoziaAgosto 2016: certe volte le proposte di viaggio arrivano da dove meno te le aspetti. I miei genitori, come regalo di compleanno, offrono a mia sorella una vacanza. Lei opta per la Scozia ma non trova nessuna amica che possa accompagnarla. Sia a mia madre che a mio padre non piacerebbe molto che la piccola di casa (ventidue anni) andasse via da sola e così la proposta viene girata a me.

Con l’arroganza di uno che ha appena cominciato a scoprire i vantaggi di avere uno stipendio fisso e di essere economicamente indipendente, all’inizio rifiuto. Poi però cedo a quello che un mio amico chiama “figliodipapismo” e mi lascio convincere.

In meno di due giorni studiamo le guide turistiche, scegliamo un itinerario, lo modifichiamo e prenotiamo quindi voli, ostelli e trasporti, non senza difficoltà visto che si tratta della seconda metà di agosto, il periodo più affollato dell’anno.

Viaggiare con un familiare è per me un evento inedito, se si escludono le vacanze di famiglia. La Scozia e il Regno Unito invece non mi sono nuove: in Scozia feci un campo estivo con gli scout e percorremmo un tratto della West Highland Way, un lungo percorso naturalistico che comincia dalle parti di Glasgow. Quattro anni fa poi trascorsi quattro mesi a Leeds, nel nord dell’Inghilterra, come studente Erasmus.

Tra vecchi ricordi che affioravano nei momenti più inaspettati, paesaggi verdissimi, brevi amicizie da ostello alimentate dalle molte pinte e serate nei pub ad ascoltare musica tradizionale, si è trattato di un viaggio breve ma intenso. Certo, abbiamo visitato i luoghi più turistici della Scozia, ma viaggiando in modo indipendente siamo anche riusciti ad entrare in contatto con lo spirito e la tradizione locale, provando per qualche fugace momento l’inebriante sensazione di essere andati oltre le apparenze turistiche e di aver scoperto le bellezze del paese.

Ostello Budget Backpapers, Edimburgo, 15 Agosto 2016

C’è una cosa che ho decisamente sottovalutato prima della partenza: il ritorno dei ricordi. Sensazioni, odori, sapori o anche semplici oggetti, che magari uno rimuove ma che si ripresentano senza preavviso quando ci s’imbatte in qualcosa che ce li ricorda, il tipico evento Proustiano. Il primo caso è accaduto nei bagni dell’aeroporto, quando ho notato che ogni lavabo aveva due rubinetti, uno con acqua ghiacciata e l’altro con acqua bollente: ecco quindi riaffiorare nella memoria le difficoltà nel lavare i piatti in queste condizioni durante l’Erasmus. Il secondo caso si è verificato fuori dall’aeroporto, al momento di prendere l’autobus per il centro. Nel Regno Unito gli autobus hanno solo una porta anteriore e non tre come in Italia, il biglietto va mostrato direttamente all’autista e lo si può anche comprare al momento senza sovrapprezzo. Un sistema sicuramente efficace per farlo pagare a tutti ma che presenta una grande criticità: quando le persone che devono salire sono molte l’operazione può durare svariati minuti.

Il sole splende oggi sopra Edimburgo, in cielo ci sono nuvole basse che corrono veloci, non rappresentano una preoccupazione. Scendiamo nei pressi della stazione ferroviaria, alla nostra sinistra il grande Castello di Edimburgo. La città è sovraffollata ma eravamo preparati, agosto infatti è il mese dei festival e dalle informazioni che abbiamo ricavato sappiamo che ce ne sono almeno quattro in contemporanea in questi giorni: l’Edimburgh Festival Fringe, un festival di arti dello spettacolo che dura più di tre settimane e che prevede un numero sconcertante di rappresentazioni in diversi luoghi della città; l’Edimburgh International Festival, il quale ebbe inizio nel 1947 per celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale, anch’esso all’insegna della musica, dello spettacolo e della creatività, con decine di artisti di strada che si esibiscono lungo le vie del centro; l’Edimburgh Military Tattoo, ha luogo le prime tre settimane d’agosto e prevede quasi ogni sera uno spettacolo a base di parate militari, bande di cornamuse, acrobati e molto altro nello scenografico cortile del castello ed infine l’Edimburgh International Book Festival, che prevede una serie di presentazioni di nuovi libri ed incontri con gli autori.

Non capisco perché concentrare tutti questi eventi nello stesso periodo, ma sono sicuro che c’è una buona motivazione a cui non ho pensato. Con gli zaini in spalla e la mappa della città in mano riusciamo a trovare il nostro ostello, il Budget Backpapers. La parola backpaper si potrebbe tradurre con saccopelista e sta ad indicare coloro che viaggiano nel modo più economico possibile, con voli low cost, mezzi pubblici e pernottando in ostelli. Spesso si riconoscono per avere grandi zaini più alti di loro.

L’ostello è molto grande, le pareti sono dipinte di colori vivaci e spesso sono decorate con graffiti delle più famose città europee, guarda caso la nostra camera si trova di fianco ad una rappresentazione di Venezia. La camerata ha sei letti, tutti occupati, ma al momento gli altri ospiti non ci sono. Ci sistemiamo, avvertiamo casa che siamo arrivati sani e salvi e poi usciamo di nuovo.

Il primo nucleo di quella che diventerà poi Edimburgo venne costruito sulla grande formazione rocciosa di origine vulcanica su cui oggi sorge il castello. Essa infatti era perfetta da un punto di vista difensivo grazie alla sua posizione sopraelevata. Fu re Davide I di Scozia che per primo decise di trasferire qui la corte nel XII secolo, prima infatti si trovava nella vicina Dumferline. Due secoli più tardi venne costruita anche la prima cinta muraria e nei secoli successivi la città accrebbe anche la sua importanza culturale. La tanto famosa quanto sfortunata Maria Stuart stabilì qui la sua corte, ma sei anni più tardi suo figlio, diventato re Giacomo I d’Inghilterra la trasferì definitivamente a Londra. Edimburgo conobbe un periodo di grande fervore intellettuale durante quello che è stato chiamato l’Illuminismo scozzese, tra il 1740 e il 1830, in cui qui vissero personaggi del calibro di David Hume e Adam Smith. Dal secondo dopoguerra la città si è lentamente guadagnata un ruolo di primo piano nel campo delle arti grazie ai suoi festival e dal 1999 è anche sede del Parlamento e del governo Scozzese.

Al momento ci troviamo nella Old Town, la città vecchia, la quale prima della costruzione della New Town, era forse uno dei luoghi più sovraffollati al mondo. Ancora oggi si caratterizza per i suoi alti edifici, che all’epoca dovevano sicuramente risultare impressionanti ai visitatori stranieri e per i suoi stretti vicoli che si arrampicano su e giù per la collina dove si trova il castello.

Alla nostra sinistra vediamo lo spiazzo chiamato Grassmarket, dove un tempo veniva allestito il mercato del bestiame e che fungeva anche da piazza per le esecuzioni capitali. Dove un tempo c’era il patibolo oggi è stato eretto un basso piedistallo di pietra. Sulla piazza si affacciano moltissimi pub e ristoranti, uno di questi, il White Hart Inn, è aperto dal 1516 ed è il più antico della città. I pub costituiscono forse il principale centro della vita sociale in tutta la Gran Bretagna ed una delle loro caratteristiche è quella di esporre in strada delle lavagnette con le offerte del giorno o anche solo messaggi divertenti e accattivanti per attirare la clientela. In questo caso il messaggio è diretto alle signore e offre un servizio di “custodia” dei mariti mentre queste possono tranquillamente andare a fare shopping o semplicemente rilassarsi. L’opzione standard prevede una pinta, quella deluxe invece un doppio whisky.

Oltre il Grassmarket comincia Cowgate, una strada chiamata così perché un tempo era utilizzata per portare il bestiame nei pascoli fuori dalle mura cittadine. Buia e molto trafficata, ogni dieci metri qualcuno tenta di rifilarci un volantino di uno spettacolo o di una festa. Fa tutto parte del festival. Imbocchiamo una via a sinistra ed arriviamo in vista della stazione ferroviaria che raggiungiamo tramite un ponte che ci passa sopra. Qui infatti il terreno presenta una depressione che un tempo era occupata da una palude, questa venne bonificata nel XIX secolo ed oggi vi sono i Princess Street Gardens, un parco pubblico di fianco al quale passano i binari da e per la stazione. Al limitare del ponte un uomo in kilt suona la cornamusa per i passanti. Il suo suono è molto penetrante e si sente anche da lontano nonostante il gran baccano del traffico.

edimburgo-1Al limitare dei giardini si nota subito l’imponente Scott Monument, una torre in stile gotico che ricorda molto quelle dei film de Il Signore degli Anelli. Come indica il nome, il monumento è dedicato allo scrittore Walter Scott e venne eretto dopo la sua morte avvenuta nel 1832 grazie ad una raccolta fondi dei suoi concittadini. La torre ha il tipico colorito “sporco” della maggior parte dei monumenti costruiti in Gran Bretagna nel corso dell’Ottocento e, anche se probabilmente mi sbaglio, ho una teoria al riguardo: fu in quel periodo che ebbe luogo la prima rivoluzione industriale, la quale si basava soprattutto sul carbone, un combustibile molto inquinante. Questo grande utilizzo del carbone per un lungo periodo della storia britannica ne ha secondo me segnato molti degli edifici con i tipici aloni neri, magari resi anche più ampi dalle frequenti piogge.

Attraversiamo la strada, passiamo davanti ad una statua equestre del duca di Wellington, famoso per aver sconfitto Napoleone a Waterloo e poi entriamo nei giardini di Calton Hill: si tratta di una verdeggiante collina alta circa cento metri e che ospita alcuni interessanti monumenti. Una ripida scalinata ci porta in cima, ai suoi piedi un musicista con una chitarra ed una bellissima voce canta Sittin’ On The Dock of the Bay di Otis Redding.

edimburgo-2Arriviamo nei pressi del Nelson Monument, una torre che ricorda un telescopio puntato verso il cielo, un chiaro omaggio al più famoso ammiraglio della storia britannica. Poco distante c’è il National Monument, una sorta di imitazione del Partenone che si cominciò a costruire nel 1822 per commemorare le vittime scozzesi delle guerre napoleoniche. Purtroppo i fondi terminarono quando la costruzione era giunta solo a dodici colonne e da allora questo curioso monumento è ancora in attesa di essere terminato. Sul versante opposto della collina vediamo la Royal High School, un vecchio istituto d’eccellenza e il City Observatory, ora in disuso.

La cima della collina offre un panorama completo della città: da una parte il centro storico con il castello e la Old Town, più a sinistra l’Arthur’s Seat, ciò che resta di un antico vulcano, da sempre elemento inconfondibile della campagna intorno ad Edimburgo. Ancora più a sinistra poi il quartiere di Leith, dove si trova il porto.

Scendiamo e torniamo verso il centro. Arriviamo in St. Andrew Square, una piazza dominata da un’alta colonna chiamata Melville Monument e dedicata ad un importante politico che visse qui tra il XVIII e il XIX secolo. Intorno ad essa sono stati allestiti alcuni stand gastronomici, alcuni piccoli con solo il bancone dove si vende il cibo e altri invece più grandi e dotati anche di tavoli ed ombrelloni per ripararsi dal sole. Decidiamo che è giunto il momento della prima birra della vacanza. Nel Regno Unito la biredimburgo-3ra si serve a pinte: una pinta corrisponde a 0,56 litri quindi non molto di più rispetto alle birre da mezzo litro che si vendono in Italia. Tuttavia, questa piccola differenza di 0,6 litri sembra molto maggiore quando ci si trova davanti. Vedendo le varie spine di birra vengo colto da un altro attacco di nostalgia, molte di queste sono le stesse che hanno accompagnato le serate del mio Erasmus a Leeds: la Coors Light, bionda leggera e dal sapore poco intenso, perfetta quando si pianificava di berne molte, la Carlsberg, tanto buona quanto pesante, dopo la seconda cominciava a non andare più giù, la Foster’s, birraccia dal sapore terribile che però costava poco e andava bene alla fine serata quando ormai i sensi erano annebbiati, o anche lo Strongbow, il sidro di mele, perfetto quando si voleva una pinta, ma non se ne poteva più di birra. Scelgo una Coors Light e come mi aspettavo, il primo sorso sa di ricordi, di amicizie ormai lontane e di serate che nei ricordi assumono il fascino della perfezione.

Accompagniamo la birra con delle patatine fritte dalla curiosa forma a molla, facendo una sorta di “aperitivo” in stile locale.

Poco dopo entriamo in un supermercato Sainsbury’s per procurarci la colazione per domani e anche qui mi colpisce un attacco di nostalgia: il reparto frutta incredibilmente monotono e con i frutti talmente uguali uno all’altro che si pagano al pezzo e non al peso, la sconcertante varietà di patatine e dolcetti, il prezzo bassissimo dei cibi in scatola, i pacchi giganti di salsicce che non sanno da niente, queste ed altre cose riaffiorano dalla memoria come quando si guarda un vecchio album di fotografie.

edimburgo-4Percorriamo Princess Street, il grande viale che corre di fianco agli omonimi giardini e che è votato principalmente allo shopping. Grazie ad una scalinata riusciamo a scendere nei giardini, da qui il castello si erge sopra di noi in maniera quasi innaturale. All’improvviso sentiamo una melodia di cornamuse venire proprio dal castello: dev’essere un qualche evento che riguarda l’Edimburgh Military Tattoo. Con questa colonna sonora, il panorama del castello illuminato dai riflessi rossastri del tramonto diventa incredibilmente suggestivo e ci piace interpretarlo come un regalo di benvenuto.

Risaliamo verso la strada, proseguiamo dritti e poi imbocchiamo una laterale di Princess Street, una strada pedonale, stretta e costellata di pub e ristoranti. Facciamo un giro di esplorazione per decidere in quale fermarci a mangiare e poi optiamo per un pub in stile tradizionale dove tra una mezz’ora dovrebbe esserci musica dal vivo: interni in legno, lungo bancone a “L”, vasta scelta di pinte e altri alcolici, scelta limitata di cibi, in poche parole, un pub.

edimburgo-5Mi arrischio a provare una Scotch Pie e mi arriva quindi un tipico tortino ripieno di un non ben identificato contenuto a base di carne accompagnato da immancabili patatine. L’impressione è che lo abbiano appena scaldato al microonde. Come si usa qui, ogni tavolo ha in dotazione un vasetto con salse per condire le patatine: tra queste ovviamente ketchup, maionese e senape, ma ci sono anche salsa barbecue, salsa tartara e ovviamente l’aceto. Ebbene sì, ai britannici piace molto l’aceto, in particolare sulle patatine. Io mi ritengo una persona di ampie vedute, ma trovo quest’accostamento piuttosto orrendo.

La musica dal vivo promessa dalla lavagnetta in bella mostra fuori dal pub consiste in due uomini, uno col violino e l’altro con la fisarmonica, che seduti ad un tavolo come se fossero due normali clienti, cominciano a suonare allegre melodie che immagino appartengano alla tradizione locale. Tutto è molto semplice e la musica non è così da alta da impedire agli altri avventori di chiacchierare, fungendo così da piacevole sottofondo. Ascoltiamo incantati e rapiti.

Usciamo e raggiungiamo la Royal Mile, una via lunga un chilometro e mezzo che collega il castello alla Holyrood House, la vecchia residenza ufficiale della famiglia reale scozzese, che appunto era solita utilizzare questa via per spostarsi tra le due residenze.

Durante il periodo dei festival la Royal Mile si trasforma in un raduno di artisti e musicisti di strada. Per primi troviamo un duo, uno suona la pianola e l’altro si alterna tra chitarra e tromba, suonano un misto tra musica folk e disco e hanno raccolto una discreta folla intorno a loro. Poco più avanti invece, un tizio con la chitarra indossa un parrucchino rosso ed una giacca con i colori degli Stati Uniti, un chiaro richiamo a Donald Trump. Mentre passiamo canta Io Vagabondo dei Nomadi con una pronuncia molto buona: ne restiamo sorpresi. Proseguendo troviamo due ragazzi intorno ai vent’anni che suonano metal con due chitarre acustiche. Muovono le teste a ritmo e a causa dei loro capelli lunghi non riusciamo nemmeno a vederne le facce.

Ce n’è davvero per tutti i gusti e noi passeggiamo tranquilli, spostandoci da un artista all’altro per cercare di vederne il più possibile. Sulla strada per l’ostello passiamo di fianco al castello, dentro al quale si sta svolgendo lo spettacolo dell’Edimburgh Military Tattoo. Nel grande cortile sono state allestite, in modo permanente, delle alte gradinate da cui il pubblico può assistere alle parate e delle varie bande e formazioni militari. Da fuori sentiamo il commentatore che presenta i vari gruppi. Mentre ascoltiamo viene suonata una versione poco convinta di God Save the Queen, a cui però ne segue una più bella di Amazing Grace, con tanto di cornamuse e bandiera scozzese proiettata sulla facciata del castello. La via dove ci troviamo è stata chiusa al traffico per permettere ai numerosi autobus dei figuranti di parcheggiare. Tra questi spicca una banda militare della Giordania con uomini vestiti alla maniera tradizionale. Oltre a questi vediamo passare anche uomini in kilt e guardie con lo stesso altissimo copricapo nero di quelle inglesi. Sopra le gradinate sventolano molte bandiere, alcune di paesi europei, altre invece di ex-colonie britanniche che oggi sono paesi indipendenti. Forse è solo una mia impressione, ma tutto questo mi sembra una grande “operazione nostalgia” dell’impero.

Torniamo in ostello e prima di coricarci ci facciamo una doccia. I bagni sono puliti e moderni, talmente moderni che mentre sono nella doccia il sensore di movimento che regola l’accensione della luce si spegne e io resto al buio.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Edimburgo

https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Edimburgo

Francesco Ricapito       Settembre 2016