Dimulà Kikí

L’adolescenza dell’oblio

Pubblicato il: 30 Novembre 2016

Quella di Kikí Dimulà è una poesia che trae probabilmente dalle sue assonanze con il surrealismo quell’aria di gioco beffardo sospeso fra la birichinata di una bambina saggia e l’azzardo di un giocatore che ama il rischio. È una poesia che si fonda sulla percezione di un oblio onnipossente –  presente fin nell’enigmatico titolo della raccolta in cui si annuncia una sua ipotetica “adolescenza”-  sulla fragilità del ricordo, sulla necessità di trasformare anche la quotidianità più avvilita in epifania misteriosa.

È una poesia densa, magmatica, sferzante di paradossi, sorprendente per la sua ricchezza tematica ed espressiva. Ogni verso è un precipizio che ci fa osservare il mondo nella sua dimensione meno familiare e più sconcertante. La parola così denuncia la sua lontananza dal dettato comune, articola una conversazione fra individui in nome dell’assenza e quest’ultima,  insieme a “lontananza”,  è parola illuminante per questa poetessa, che avverte che, se  tutto è prossimo a evaporare,  anche la durezza diamantina del verso si riscopre liquida ed evanescente.

Poesia autunnale dai colori spenti, ci ricorda la traduttrice Paola Maria Minucci, diversa sia dalle solarità di un Elitis, che dalla lezione morale e politica di un Ritsos o di un Seferis; poesia di sensazioni che divengono subito immagini, come in preda al vortice dell’istantaneo, ricca di metafore ardite,  di costruzioni linguistiche fatte di suoni, echi, assonanze che, ci avverte la stessa traduttrice, si perdono una volta tradotte.

Si costruisce così un linguaggio poetico di straordinaria originalità e lucidità, la voce di Kikí Dimulà pare subito al primo sguardo unica, inimitabile, in fondo né gioiosa, né triste, né colorata, né opaca, inventa i propri colori e i propri stati d’animo come meccanismi di una placida deriva onirica.

Potente invenzione quella della poetessa greca, nata ad Atene nel 1931, che scrive di sé nella poesia Trasgressioni:Mi espando e vivo/ illegalmente/in aree che gli altri/ non riconoscono reali”. Dichiarazione questa  universalmente valida per quella strana genia di persone che, volenti o nolenti, hanno dovuto indossare la maschera del poeta. La poetessa si muove così in dimensioni anche linguistiche non riconosciute come reali, è la clandestinità stessa della parola poetica a muovere i suoi sogni, da qui la grande, vagamente spiritata originalità del suo versificare sull’orlo dell’oblio. La sua è dunque la creazione di una lingua propria, che in questa bella edizione Crocetti del 2002, grazie al lavoro della traduttrice, brilla di molteplici sfumature e ci ricorda che la potenza numinosa del verso non è disgiunta da una certa sobrietà, e che,  mentre si svolge l’apocalisse semantica più articolata,  possiamo anche sorseggiare un tè.

Libro fondamentale, questo L’adolescenza dell’oblio, di una poetessa forse poco nota in Italia (ma quale poeta non lo è?) ma che a me è  parsa decisiva. Ancora una volta la poesia, percepita misteriosamente come antiquata, ci mostra quale sia  il linguaggio segreto delle strade  e delle città contemporanee,  ci illumina circa il mutismo delle nostre comunicazioni digitali o meno, arricchisce l’idea che noi ci facciamo della realtà, ci restituisce qualcosa come la consapevolezza della parola. È indubbiamente, come ci ricorda Bonnefoy, una parola che sogna quella poetica, ma sognando ci dice cosa conta nel vuoto dell’universale vaniloquio (“brusio fra sedie” lo definiva Gottfried Benn), ci mostra l’oro rimasto impigliato nelle maglie dell’oblio.

Pochi poeti hanno questa consapevolezza,  che oso definire magica, quanto Dimulà,  che conosce il colore delle parole,  quasi come Rimbaud che inventava o scopriva  il colore delle vocali, conosce la loro potenza di specchio dell’esperienza umana e di oracolo, la loro evanescenza sorella dell’oblio e mescola queste nozioni per creare una pagina in cui la vertigine è alleata con un solido e disincantato realismo. Stupefacente la misurata allucinazione che abita queste poesie, la facilità con cui Dimulà crea metafore e immagini sorprendenti che sembrano altresì germinare spontaneamente.  Ci vogliono  naturalmente,  come sempre e più di sempre,  diverse  letture per avvicinare il mistero di una poesia in così strenua lotta con il senso comune.

Qui dove tutto è polvere,  spazzarla via consiste nello “sbattere fuori la vita interiore” e se tutto si sbriciola allora scopriamo che è una  ”Pietosa parola l’Intero”. Tutto è frantume, polvere, cenere, disfacimento.

“Chiamo la cenere/ con il suo nome in codice: Tutto. “

 Così l’oblio vince sottomettendo l’universo intero,  è proprio la chiave che fa girare ”la serratura sei sentimenti”, motore del dire poetico e sua destinazione aldilà di ogni illusione di eternità.

Lankenauta, novembre 2016. Ettore Fobo. Quest’articolo è stato originariamente pubblicato sul blog Strani giorni il Primo ottobre 2016.

Edizione esaminata e brevi note

Kikí  Dimulà è nata ad Atene nel 1931. Ha lavorato tutta la vita  come impiegata alla Banca Nazionale di Grecia. Sue opere poetiche: Poesie (1952), Buio (1956), In contumacia(1958), Sulle orme (1963), Il poco del mondo (1973), Il mio ultimo corpo(1981),  Addio mai (1988), L’adolescenza dell’oblio (1994), Per un attimo insieme (1998).

Kikí Dimulà, L’adolescenza dell’oblio, traduzione e cura Paola Maria Minucci, Crocetti, luglio 2002

Link:

Interno poesia

La rivista intelligente

Poesia