von Trier Lars

Antichrist

Pubblicato il: 26 Maggio 2009

Lars von Trier è un grande paraculo. Così scrissi qualche anno fa e così mi ripeto ancora oggi dopo aver visto il suo Antichrist, opera controversa e fischiatissima dal pubblico e massacrata dalla critica in conseguenza del recentissimo passaggio al Festival di Cannes. Lars von Trier è un grande paraculo, dicevamo, ma non sempre il giochino gli riesce come era accaduto con due film moralisti, ma al contrario di Antichrist acclamati, come Idioti e Dancer in the dark (quest’ultimo anche Palma D’Oro a Cannes), perché oramai il Nostro, quando è in crisi d’ispirazione, è solito attingere ai rimasugli di suggestioni dogmatiche e a qualche provocazione estetica e narrativa che col tempo hanno dimostrato tutto il fiato corto di un regista comunque non banale e tra i migliori del cinema europeo contemporaneo. Ho apprezzato il cinema pre-dogmatico di von Trier (la trilogia della decadenza dell’Europa. Nell’ordine: L’elemento del crimine, Epidemic, Europa), e ancor più gli albori del dogma: The Kingdom e Le onde del destino restano due film a loro modo imprescindibili per un vero appassionato di questo tipo di cinema. Ho guardato con sospetto Dogville, disprezzato Idioti, Dancer in the Dark e Manderlay, trovando gradevole la commedia – comunque furba – Il grande capo. Lars von Trier è un po’ come i Radicali italiani, nessuno come loro – nessuno come lui – riesce a procacciarsi sponsor e moneta contante. Se guardate tra i credits potete notare quanti sono i singoli produttori e quanti paesi co-producono l’ultima sua opera, addirittura sei (c’è anche l’italia). Se questo non è un record, ditemi voi. Sei paesi e ben quindici case di produzione per finanziare quello che lo stesso regista danese ha definito un terrificante incubo visivo scaturito da un lungo periodo di depressione. Ma a chi vuole darla a bere? Oramai il giochino è conosciuto, e questo ultimo von Trier che fa – davvero una lesa maestà – il verso a David Lynch dimostra di non godere più del plauso incondizionato della critica. Però il regista danese è il solito abile incantatore di serpenti ed è riuscito ad accentrare su sé l’attenzione dei media e della Mostra grazie a un titolo provocatorio e ammiccante e alle notizie filtrate pre visione: sesso esplicito, satanismo, mutilazioni, perversioni assortite. E alla visione festivaliera giù fischi e risate. Peraltro, a mio modo di vedere, almeno le risate del tutto immotivate. E anche i fischi, tutto sommato. Tenterò di spiegarvene il perché.

Antichrist parte da una premessa angosciante e terribile, ovvero la morte di un bambino sotto gli occhi distratti dei genitori. Occhi distratti dalla pulsione erotica, talmente potente da annientare i suoni del mondo immediatamente circostante. Lars von Trier costruisce un incipit dall’indubbio fascino visivo nel quale si intervallano, in un suggestivo bianco e nero e sulle note di una intensa aria lirica, le immagini dei corpi trasportati dalla passione della Gainsbourg e di Willem Dafoe a quelle del bimbo che si alza dal letto e si avvia verso la finestra aperta. Di lì a pochi istanti la tragedia, che il regista danese concentra nell’attimo che riunisce in pochi fotogrammi la caduta a ralenti del bambino e i volti trasfigurati dall’orgasmo dei due protagonisti. Il dramma annienta da subito le difese della donna, che cade in uno stato di ansia e depressione affatto lenita dall’uso degli psicofarmaci. Il marito, uno psicoterapeuta, vista la stasi perdurante della situazione e in barba al più elementare principio deontologico – ovvero che un paziente non può essere preso in cura da un terapeuta che gli è amico o conoscente, meno che mai consorte -, decide di portarsi a casa la moglie e provare a curarla da solo. Fermo e sicuro di sé, apparentemente non gravato dal tragico lutto, l’uomo tenterà di capire i motivi della crescente angoscia della moglie fino a tentare di svelarne le paure inconsce, che sembrano andare oltre la grave perdita subita. Gli indizi raccolti lo porteranno a Eden, luogo immerso nella solitudine dei boschi nel quale la coppia ha una casa adibita a residenza estiva. Arrivati in loco, troveranno l’orrore.

Un film squilibrato, sia dal punto di vista della congruenza visiva che da quello della consequenzialità narrativa. Un film imperfetto e a tratti pretestuoso, che però ha il pregio – a differenza della quasi totalità delle opere di von Trier – di non essere moralista e di evitare una volta tanto di mascherare attraverso uno sguardo socio-antropologico le ossessioni del cineasta danese. Qui l’ossessione ci è svelata palesemente, laddove in passato era stata “falsificata” dagli abili giochi di prestigio e dalla sua indubbia capacità di mescolare le carte e muoversi tra i generi. L’ossessione è la donna, la paura del corpo femminile che non a caso già in precedenti opere (Le onde del destino, Idioti, Dancer in the Dark, Dogville, per citare i più evidenti) era stato vilipeso e idealmente “messo in croce”, una croce salvifica e redentrice. In Antichrist invece non c’è redenzione, e la croce se c’è è rovesciata ed evocatrice dell’Anticristo e dei demoni, per l’appunto. La scelta del bosco come luogo di dannazione perenne non è casuale, nel senso in cui si intende la natura come matrigna e femminile, immaginando in conseguenza di ciò la donna come simbolo demoniaco per eccellenza, declinato al plurale (le donne) come evocazione del male assoluto. Oltre ai fischi, pertanto, sono piovute su von Trier le accuse di sessismo, logiche e perbeniste come ci si attendeva. La croce rovesciata è portata da un’intesa e a mio modo di vedere bravissima Charlotte Gainsbourg, ancorché il doppiaggio italiano non convinca. Sovente svestita, restituisce una disperata e filiforme bellezza: è il volto umano dell’orrore primordiale, talmente triste e malinconico da fortificarsi nell’intimo dello spettatore come un quadro tragico che magnetizza attraverso il fascino ambiguo di un male ancestrale dalle sembianze femminili.

Non è certo prerogativa di Lars von Trier insinuare il dubbio – o la provocazione, fate voi – che il diavolo sia femmina, non è certo il primo e sicuramente non sarà l’ultimo. Quello che desta più perplessità, semmai, è l’uso che il regista danese fa delle suggestioni psicanalitiche, prendendo a prestito i consueti simboli interpretativi in modo talmente scoperto e palese, in modo spesso facilone e semplicistico da rendere il gioco fin troppo scontato e prevedibile. Ma dove il regista danese mostra davvero la corda è nell’inseguire l’improbabile consecutio visivo-narrativa lynchiana, con tanto di suggestioni sonore e evocazioni simboliche che fanno il verso ai film del genio di Missoula. E qui von Trier si dimostra palesemente a disagio, perdente sotto tutti i punti di vista rispetto al cinema di Lynch, sia nell’immaginare il complicato intreccio onirico-narrativo, sia nell’abbandonarsi ad estemporanei momenti di video arte.

Altro motivo di possibile scandalo doveva essere, e per alcuni lo è stato, il sesso esplicito e violento. Su questo vorrei davvero soffermarmi poco, visto quello a cui siamo abituati ad assistere ad ogni ora del giorno e della notte in tv (e lo dico senza alcun moralismo, ma le vere perversioni sono altrove, a volerle cercare). Certo che una masturbazione al sangue e un primo piano di un’auto infibulazione possono aver scioccato qualche debole di stomaco, ma non sono certo questi i motivi di critica al film di von Trier. Anzi, sono scene che hanno un loro senso; affatto gratuite, pur se volutamente ad effetto.

Nel rimarcare l’ottima prova di Charlotte Gainsbourg – Dafoe, al contrario è molto meno convincente – e nel rallegrarmi del fatto che il cineasta danese ha finalmente abbandonato il moralismo che emerge in larga parte della sua cinematografia precedente, non posso però congedarmi criticamente da Antichrist senza sostenere con decisione che siamo lontani dalle migliori opere di von Trier e che tutto sommato questo è un film per curiosi, cinefili e amanti del regista. Nulla più di questo. Mezzo dogma e mezzo no, Antichrist è (volutamente?) ambiguo e difforme anche dal punto di vista estetico e registico: a sequenze classiche e statiche si intervallano tremolanti intermezzi con la camera a mano. Quel che emerge è l’ossessione per i primi, direi primissimi piani, filmati a gettito continuo dal regista danese. Che sia stata la depressione o meno a motivare questo controverso lungometraggio quel che resta è un senso di incompiutezza, troppe parentesi aperte e chiuse in modo frettoloso e una complicata consequenzialità narrativa. Questo è quanto, ma i fischi no, i fischi sono fuori luogo. Come lo sono le risate, che purtroppo ho sentito anche in sala: c’è davvero poco da ridere in questa tragedia assoluta e senza ritorno, senza pietà e possibilità di redenzione. Soffermatevi sull’allegoria finale, girata con la stessa modalità estetico-visiva dell’incipit. Per quanto fuggevole e di non immediata interpretazione per chi non è avvezzo a decifrare i simboli evocati da von Trier, è ben rappresentativa dell’abisso in cui ha voluto calare i due protagonisti e gli spettatori con loro. Un’ultima nota: Lars von Trier ha dedicato Antichrist alla memoria di Andrej Tarkovskij. L’accostamento, lasciatemelo dire, è davvero bizzaro, se non addirittura incomprensibile.

Federico Magi, maggio 2009.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Lars von Trier. Soggetto e sceneggiatura: Lars von Trier. Direttore della fotografia: Anthony Dod Mantle. Scenografia: Karl Juliusson. Costumi: Frauke Firl. Montaggio: Anders Refn. Interpreti principali: Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg. Musica originale: Georg Friedrich Handel, Bjarte Heike. Produzione: Zentropa Enterteinments23, Zentropa international, Memfis Film, Slot Machine, Trollhattan, Lucky Red, Danish Film Institute, Nordic Film & TV Fund, Film I Vast, Swedish Film Institute, Filmstiftung NRW, Arte, ZDF, Canal+, DFFF, CNC. Origine: Danimarca / Svezia / Germania / Italia / Polonia / Francia, 2009. Durata: 104 minuti.