Serra Gianluca

Salam è tornata

Pubblicato il: 7 marzo 2017

Zugunruhe. È a pagina centoquarantaquattro di “Salam è tornata” che leggiamo una delle parole chiave del libro: l’inquietudo migratoris – tradotta così in un termine scientifico tedesco – che ha motivato il biologo naturalista, e ora scrittore, Gianluca Serra a prendere armi e bagagli, abbandonare la prospettiva di una tranquilla carriera accademica e a dedicarsi concretamente alla conservazione della natura nei paesi in via di sviluppo. Lo “zugunruhe” lo ha portato quindi ad occuparsi di un progetto di cooperazione internazionale finalizzato a creare una riserva naturale nel deserto di Palmira. Correva l’anno 2000 e Gianluca Serra sbarca in Siria, “quando era ancora un sonnacchioso paese dittatoriale travestito da repubblica”. Un contesto umano, politico e naturalistico tale da ispirare un’opera che sfugge a facili definizioni; non certamente la semplice storia di una scoperta scientifica: un libro che può  ad essere letto semmai come diario di viaggio, puntuale resoconto scientifico, critica all’arrivismo e alle ipocrisie delle O.n.g.; ed anche come denuncia dei disastri e dei crimini di un regime, quello degli al-Asad, che pure da molti nostri antagonisti di destra e sinistra è considerato il non plus ultra del vivere civile.

Del resto lo scrive con molta chiarezza lo stesso Serra: “Uccelli che scalpitano per sopravvivere e umani che scalpitano per fare carriera sulla pelle dei volatili: la storia degli ibis non è soltanto una parabola ecologica emblematica dei problemi che il conservazionista in prima linea si trova ad affrontare, ma anche più semplicemente una storia di intrighi e di miserie umane che da un certo punto in poi ha assunto il carattere di un vero e proprio gioco dell’oca” (pp.167). Insomma, quando leggiamo in copertina di “parabola ecologica” sarà il caso di interpretare l’ecologico in senso ampio, nel suo significato più autentico di comprensione delle biodiversità e di analisi delle interazioni tra popolazioni, comunità, ecosistemi, i paesaggi, ecosfera.

Ma andiamo per ordine. Gianluca Serra era stato inviato in Siria per catalogare la flora e la fauna del territorio circostante l’oasi di Palmira, alle prese con gli indomiti “bedu” e gli ex nomadi che si barcamenano tra nobili e spesso inquietanti tradizioni, e una più prosaica arte dell’arrangiarsi.

Poi alcuni indizi, l’intuizione del naturalista, la testimonianza del “famigerato cacciatore palmiriano Ayoub”, e la definitiva conferma che l’ibis eremita (geronticus eremita), l’uccello sacro della mitologia egizia, non era affatto estinto – così si pensava fin dagli anni ’30, dopo gli studi dell’ornitologo Israel Aharoni – ma qualche sparuto esemplare ancora nidificava: “Finché, un mese dopo, una mite mattina di metà aprile, mi ritrovai a contemplare incredulo il frutto di tanta ostinazione […] Col cannocchiale potevo vederne chiaramente la testa, il becco rosso e perfino la cresta nera scossa dal vento” (pp.85).

Da quel momento per il giovane biologo italiano inizia il lavoro più difficile: “La cosa più urgente di tutte era istituire un programma intensivo di protezione della colonia che evitasse il contatto tra ibis e cacciatori e che minimizzasse il disturbo degli uccelli nidificanti da parte della gente, di cui il deserto insospettabilmente brulica, ma anche da parte dei corvi, insaziabili e astuti predatori di nidiacei. Serviva gente locale in gamba, motivata e addestrata” (pp.90). Un impegno oltre misura che ha voluto dire educare e “riconvertire” cacciatori in conservatori faunistici, ovvero sostituire il loro fucile col binocolo – paradigmatica la storia di Ayoub – ; catturare, dopo innumerevoli tentativi stile “Will Coyote”, alcuni ibis, applicare dei trasmettitori satellitari e così svelare l’ultimo mistero e seguirli nel loro volo migratorio (da qui il lungo viaggio fino all’acrocoro etiopico). Tutto questo in un contesto di endemica corruzione, con le Ong intenzionate a boicottare il programma, infastidite soprattutto dall’attivismo del nostro biologo, gli onnipresenti servizi segreti siriani allertati e minacciosi, famelici funzionari governativi che vivono di mazzette e ricatti.

Poi, pochi anni dopo la scoperta del redivivo ibis eremita, e dopo tutti i faticosi tentativi di proteggere la colonia di volatili, “si è spalancato l’abisso che inghiotte ogni cosa”: “In questi anni grevi si volatilizzano non solo i miei ibis ma anche le millenarie rovine di Palmira distrutte dalla furia iconoclasta del fanatismo integralista. Senza contare il triste destino di profughi che è toccato ai miei compagni e fratelli palmiriani” (pp.211).  Nonostante i disastri della guerra civile, alcuni collaboratori di Serra, Mohamad e Adel, sono riusciti a monitorare per qualche tempo il sito degli ibis e – Mohamad – ad allevare  a casa sua alcuni esemplari turchi che precedentemente erano tenuti nella voliera di al-Talila.

A questo punto è d’obbligo una precisazione. Gianluca Serra ha voluto rettificare quanto è circolato in rete e in alcune autorevoli testate giornalistiche: “La prima è stata la notizia che l’ibis eremita si fosse estinto a causa dell’avvento dell’Isis a Palmira […] Mio malgrado mi sono trovato nella situazione di dover scagionare per una volta i barbuti nerovestiti, chiarendo che non c’entravano nulla col fatto che Salam non fosse tornata nel febbraio del 2015. E’ stata solo una mesta coincidenza. Una coincidenza che ha portato la colonia degli ibis di Palmira a scomparire proprio nello stesso anno in cui le sue leggendarie rovine sono saltate in aria. Semmai la guerra ha interrotto i disperati e tardivi tentativi di rinfoltire i ranghi degli ultimi ibis selvatici con gli uccelli nati in cattività in Turchia. L’altra tesi che ho dovuto smentire è stata quella per cui quello siriano poteva essere considerato il primo caso di conflitto originatosi a causa del cambiamento climatico […] Ciò che, secondo me e altri osservatori che conoscono bene la Siria, ha influito pesantemente sullo scoppio delle rivolte è stata la crisi ecologica della sua porzione arida, che costituisce buona parte della superficie” (pp.226). Difatti, a fronte della desertificazione della steppa, causa di enormi tensioni sociali, “i governativi preferivano sostenere la teoria che si trattasse di un effetto del cambiamento climatico. Una causa esterna, dunque, che li sollevava da tute le responsabilità” (pp.227).  Responsabilità: altra parola chiave che ha molto a che fare con quanto ci ricorda il nostro biologo nelle note finali sulla “sesta estinzione di massa”: “una percentuale scandalosa di specie le perderemo prima ancora di aver dato loro un nome, di averne conosciuto le proprietà e le capacità, senza aver potuto cogliere il messaggio del loro stare al mondo” (pp.235).

Così Salam, la femmina ibis che qualche anno fa, dopo essere stata monitorata durante la migrazione, era tornata nel sito di Palmira (da qui il titolo del libro), questa volta non ce l’ha fatta.

Salam non è tornata.

Edizione esaminata e brevi note

Gianluca Serra (1968), biologo, ricercatore. Ha condotto le sue ricerche di ecologia comportamentale prima in Italia, poi in Cile e a Berkeley. Si è lungamente occupato di conservazione della natura nei paesi in via di sviluppo e di cooperazione internazionale. A partire dal 2000, e per dieci anni, si trasferisce nel deserto siriano e in Africa orientale con un incarico delle Nazioni Unite, per seguire il volo migratorio di un rarissimo volatile sacro agli antichi egizi. In seguito allo scoppio della guerra civile in Siria si sposta in Polinesia per lavorare al Programma Regionale Ambientale dell’Oceania.

Gianluca Serra, “Salam è tornata. La parabola ecologica di un uccello sacro nella Siria di oggi”, Exòrma (collana Scritti Traversi), Roma 2016, pp. 240.

Luca Menichetti. Lankenauta, marzo 2017

Recensione già pubblicata il 7 marzo 2017 su ciao.it e qui parzialmente modificata.