Ricapito Francesco

Reportage dalla Tunisia – Le Isole Kerkennah – Parte 2

Pubblicato il: 18 Gennaio 2015

Mappa Tunisia

Isole Kerkennah 7 luglio 2014 Ore 02:26

Dopo un veloce pranzo non vediamo l’ora di buttarci in acqua, il caldo infatti è intenso. Scopriamo allora una delle peculiarità di Kerkennah e in generale di tutta la costa intorno a Sfax: l’acqua non diventa mai più profonda di un metro e mezzo. Camminiamo per almeno quattrocento metri verso il mare aperto ma possiamo ancora stare tranquillamente in piedi. Qualcuno di noi scherzando propone di ritornare a Sfax a piedi. Il fondale è a tratti spoglio e a tratti coperto di alghe un po’ disgustose da calpestare, ma assolutamente innocue. Data la poca profondità, l’acqua è pure piacevolmente calda. Tutti insieme improvvisiamo un cerchio e cominciamo a lanciarci un fresbee, non è il massimo del divertimento e allora dopo un po’ mi allontano per fare una nuotata. Curioso è vedere quelli di noi che vengono dalla Cina e da Hong Kong, e sono almeno la metà: sono attentissimi a non esporsi ai raggi del sole. La cultura orientale infatti la pensa diversamente da noi, per loro è considerato più bello avere la pelle chiara piuttosto che abbronzata. Ecco allora che solo alcuni di loro decidono di fare il bagno, gli altri se ne restano a riva, all’ombra, coperti con tanto di cappelli, bandane e asciugamani vari. Un paio hanno pure creme solari fatte apposta per il mercato asiatico, le quali hanno uno stratosferico fattore duecento che non sapevo nemmeno fosse possibile creare. L’hotel è anche dotato di una discreta piscina in cui facciamo un tuffo per levarci il sale dalla pelle.

Quando siamo tutti placidamente distesi al sole ad asciugarci, quelli che vogliono tornare a Sfax cominciano a prepararsi, noi che restiamo invece cominciamo a pensare a come rifornirci di cibo e acqua per la sera e il giorno dopo. La soluzione ce la dà Mansour, un ragazzo tunisino del comitato locale: anche se di solito vive a Sfax, la sua famiglia è di Kerkennah e lui sa dove andare per fare un po’ di spesa. Ci dice che bisogna andare fino al paese principale, che si trova a circa otto chilometri dall’hotel. L’unico modo per arrivarci è il suo piccolo motorino, ci dice quindi di scegliere uno di noi che vada con lui fino al paese e che lo aiuti a prendere tutto il necessario. Senza voler essere sessisti questo sembra essere più un lavoro da uomini. Gli unici maschi a fermarsi in hotel per la notte siamo solo io, un turco e un russo, i quali però non sembrano molto desiderosi di andare. Io al contrario non vedo l’ora di farmi un giro in moto e allora mi offro volontario. Facciamo una lista del necessario da comperare e poi con Mansour andiamo davanti alla reception per prendere la sua moto. Si tratta di un vecchio motorino come quelli che in Italia sono di solito guidati dai ragazzi delle superiori. Qui a Kerkennah e pure a Sfax il loro uso è praticamente necessario non essendoci trasporti pubblici e costando molto meno di un’auto. Mansour mi dice che questo motorino è in verità di suo nonno e quindi deve starci attento, io non capisco bene a cosa debba stare attento visto che sarebbe difficile far sembrare quel motorino più scassato di quello che è adesso. Salgo dietro a Mansour, mi tengo con le mani alle maniglie laterali e partiamo, inutile dire che il casco non è nemmeno contemplato. Si tratta solo della mia seconda volta su una moto, e la prima era stata quando avevo dieci anni ed era durata meno di un minuto. La sensazione di instabilità è piuttosto accentuata, ma il vento caldo che ci sferza la faccia e la strada deserta e sinuosa su cui filiamo via mi danno l’impressione di trovarmi in un film. Mansour spinge la moto fino all’impensabile velocità di sessanta chilometri orari, il motore vibra prepotentemente e il pensiero che basterebbe una buca poco più profonda delle altre per scaraventarmi a terra mi fa stringere ancor più forte le mani attorno alle maniglie. In un quarto d’ora arriviamo al paese di Remla, il più grosso dell’isola, che è praticamente tutto sviluppato intorno alla strada principale. Ci sono alcune vie laterali asfaltate, ma dopo qualche centinaia di metri diventano sterrate. Mansour si ferma davanti al piccolo mini-market. Compriamo quindici scatolette di tonno, quindici pomodori, frutta, biscotti per la colazione e una decina di bottiglie d’acqua da un litro e mezzo. Già mi dico che sarà divertente tornare indietro cercando di far stare tutto nella moto, per fortuna mi sono portato pure il mio zaino. Preso tutto, ci manca solo il pane, andiamo quindi al panificio, davanti al quale c’è una fila piuttosto lunga, infatti sono ormai quasi le cinque e a quest’ora le famiglie cominciano a prepararsi per la cena serale, le donne cucinano e gli uomini o i bambini vanno a comprare le ultime cose, tra cui spesso c’è appunto il pane fresco. Quando arriva il nostro turno Mansour chiede otto baguette, il commesso ci dice di aspettare dieci minuti che escano dal forno. Quando ce le dà sono ancora roventi e spargono un delizioso profumo nell’aria. Viene il momento di caricare la moto: posizioniamo i pomodori nel piccolo vano sotto la sella sperando che non diventino salsa, nel mio zaino metto qualche bottiglia, i biscotti, la frutta e il tonno, Mansour appende i due sacchetti con le baguette ai due lati del manubrio, le ultime sei bottiglie d’acqua sono fortunatamente tenute insieme dall’involucro di plastica e quindi Mansour riesce ad infilarsele tra le gambe. Sovraccarichi e con un equilibrio molto precario riusciamo a partire. Piano piano e con cautela cominciamo a percorrere la strada del ritorno, Mansour nel frattempo comincia a spiegarmi della sua passione per i giochi di carte, afferma di essere molto bravo e che probabilmente un giorno, quando sarà morto, si metterà a sfidare Allah in paradiso. Ed è proprio dopo qualche istante da quest’affermazione che la moto ci muore sotto il sedere.

Ci fermiamo senza parole per lo stupore, Mansour prova a riaccenderla, ma il rumore emesso dimostra chiaramente che c’è qualcosa di rotto all’interno. Il motore gira ma il movimento non viene trasmesso alla ruota posteriore. Ci guardiamo e capiamo che l’unica alternativa è percorrere a piedi gli ultimi tre chilometri che ci separano dall’hotel, e lui poveraccio non ha bevuto e mangiato per tutto il giorno e come se non bastasse adesso dovrà pure dire a suo nonno che gli ha rotto la moto. Ecco allora che ci ritroviamo a camminare su questa strada deserta, sotto un sole bollente, portando a mano un motorino rotto e provviste per quindici persone, alla fine entrambi cerchiamo di buttarla sul ridere: a volte è l’unica cosa da fare. Stanchi e sudati riusciamo ad arrivare fino all’hotel, spieghiamo la nostra disavventura agli altri e poi mi butto in piscina per far scendere la mia temperatura corporea, al momento incredibilmente alta. Un amico di Mansour viene a prenderlo, lui comunque ci dice che, se vogliamo, la sera dopo cena può mandarci un taxi che ci porterà in paese per bere un tè con lui. Accettiamo tutti con piacere. Il sole sta quasi per tramontare, prima di andare a cena abbiamo tempo per scattare belle foto della baia davanti all’hotel. La sensazione di pace e tranquillità è accentuata dal silenzio e dalle tre piccole barche di pescatori ormeggiate a pochi metri dalla spiaggia.

Puntuali alle sette andiamo a sederci ad un tavolo vicino alla piscina pronti per la cena. Il padrone dell’hotel arriva e porta un piatto a testa contenente un piccolo pesce arrosto accompagnato da insalata e qualche patatina. Fette di pane e la nostra acqua completano la cena. Non è molto sostanziosa e ci viene servita in fretta, il padrone infatti ci fa capire che deve andare a casa dalla sua famiglia, tuttavia si sente che il pesce è freschissimo, probabilmente pescato il giorno stesso. Dopo cena abbiamo tempo per rilassarci e farci una doccia prima di andare in paese. Quando mi asciugo noto con disappunto che sto lasciando degli aloni rosso ruggine sull’asciugamano, evidentemente l’acqua della doccia non era ancora completamente libera dalla sabbia. Alle nove vengono a prenderci tre taxi e ci portano in paese. Arriviamo in una specie di bar sul lungomare dove sono stati posizionati molti tavoli e sedie di plastica. Mansour è là che ci aspetta, mi racconta che suo nonno non l’ha presa molto bene quando gli ha detto della moto e che quindi dovrà pagare le riparazioni di tasca sua. Il posto è molto carino, ideale per rilassarsi in compagnia, l’unico difetto è il forte vento che arriva dal mare. Prendiamo un tipico tè alla menta tunisino, molto dissetante e dall’ottimo sapore, io provo la versione con le mandorle, che in pratica consiste nell’aggiunta di mandorle secche al tè. Un’immancabile shisha completa la nostra serata. Stanchi e anche leggermente infreddoliti verso le ventitré decidiamo di ritornare in hotel. Salutiamo e ringraziamo Mansour e poi riprendiamo i taxi. Una volta rincasati propongo un bagno notturno in mare.

Metà gruppo approva con entusiasmo e quindi ci cambiamo e c’incamminiamo verso il molo da dove abbiamo deciso di tuffarci. La banchina è abbastanza larga e asfaltata, arrivati in fondo, dove si trova il molo, troviamo una sorpresa: un’intera famiglia di tunisini con tanto di nonni, genitori, figli e nipoti sono venuti qui con un’auto e un furgone e stanno facendo una specie di pic-nic sotto le stelle con montagne di cibo e tè. Durante il Ramadan infatti intorno alle due o tre di notte c’è l’ultimo pasto prima che sorga di nuovo il sole, per questo a Sfax il Ramadan è praticamente l’unico periodo dell’anno in cui la sera c’è un po’ di vita. Ci guardiamo tutti vicendevolmente stupiti. L’acqua è tranquilla ma non vediamo quanto è profonda e quindi prima di tuffarci scendo in esplorazione dalla scaletta per fare da scandaglio. Ci metto un attimo prima di lasciarmi andare: l’acqua scura mi ha sempre un po’ inquietato. Con piacere scopro che il fondo è a più di due metri, inoltre l’acqua non è nemmeno tanto fredda. Comincia allora un carosello di tuffi da parte di tutti. La famiglia di tunisini divertita applaude ai nostri maldestri tentativi di salto mortale e avvitamento. Un mio tentativo di tuffo di testa che si tramuta in una sonora ed umiliante spanciata crea un comune momento di ilarità. Il cielo è sereno e le poche luci nei dintorni ci permettono di vedere un gran numero di stelle: per qualche minuto galleggiamo tutti a pancia in su gustandoci un attimo di pace e serenità ineguagliabili. Quando risaliamo per asciugarci la famiglia di tunisini ci offre qualche dolcetto tradizionale. Sinceramente commossi per la generosità ringraziamo e torniamo verso l’hotel. Ormai sono quasi le due, mi cambio il costume bagnato, passo qualche minuto seduto davanti al bungalow a godermi il silenzio dell’isola e poi vinto dal sonno torno dentro e mi distendo nel mio letto tra il turco e il russo.

Per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/Isole_Kerkenna

http://it.wikipedia.org/wiki/Sfax

Francesco Ricapito, gennaio 2015