Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: Tre Giorni Nella Brousse, Il Villaggio Di Diama Fara – Parte 3

Pubblicato il: 30 giugno 2017

Mbour, giovedì 25 maggio 2017

Anche oggi mi sveglio sudato e assetato. Sono le prime luci dell’alba e la casa comincia a svegliarsi: Njaba traffica in cucina, Pamatar prega, i bambini si lavano e si vestono. Per colazione ci viene dato mezzo panino vuoto e del caffè, purtroppo è finito il burro.

Il cielo è coperto da nuvole grigie che sembrano gonfie di pioggia. In Senegal l’anno si divide in stagione secca e stagione delle piogge: la prima va da ottobre a giugno, la seconda da luglio a settembre. Ora è ancora presto perché inizino le precipitazioni però capita più di frequente di avere giornate nuvolose come questa. Tra due giorni inoltre inizia pure il Ramadan, il mese di digiuno e di preghiera prescritto dal Corano: in pratica tutti i fedeli in buone condizioni fisiche devono astenersi dal mangiare e dal bere durante le ore di luce. Ho già avuto modo di vedere con i miei occhi in Egitto ed in Tunisia come il Ramadan influenzi la vita delle persone: durante il giorno tutto diventa più lento, i ritmi cambiano e anche chi non digiuna deve abituarsi. Molto saggiamente Jamie ha organizzato la mia visita prima che questo inizi, lei stessa è comunque preoccupata, perché non ha intenzione di digiunare e dovrà quindi cercare un modo per procurarsi il pranzo.

Stamattina non c’è molto lavoro da fare e così decidiamo di uscire per una passeggiata. Con noi portiamo anche Zuzu, il cane di famiglia che per la maggior parte del tempo sta legato dietro la casa a fare la guardia ai due cavalli: un piccolo bastardino dal pelo rossiccio, buono come il pane e con una cronica carenza d’affetto. Appena capisce che lo portiamo con noi scodinzola eccitato, ma si siede tranquillo per farsi mettere il collare.

Passiamo lungo la via principale del villaggio sottoponendoci ancora una volta al rito dei salamelecchi senegalesi, stavolta però l’attenzione è rivolta più verso Zuzu che verso di noi. I senegalesi in genere non amano cani e gatti, non li considerano animali da compagnia come facciamo noi e i bambini in particolare ne sono spesso spaventati.

Usciamo dal villaggio camminando su sentieri secondari e arriviamo ad una piccola depressione che Jamie mi dice essere un laghetto ora secco, ma che si riempie durante la stagione delle piogge. Il terreno è cosparso di crepe che indicano una precedente presenza d’acqua, su piccoli isolotti rialzati cresce qualche albero, poco distante vediamo i carretti carichi di persone che vanno a Mabo, la città più vicina dove oggi è giorno di luma, il mercato settimanale. A pochi metri da noi, un calao, l’uccello dal becco a banana che ha dato l’idea per il personaggio di Zazu del Re Leone, saltella tranquillo.

Il cielo continua ad esse

re coperto ed improvvisamente sento una goccia cadermi sul braccio. Mi fermo un attimo poi mi convinco di essermela immaginata. Passano pochi secondi, ne sento un’altra e stavolta la vedo pure, bloccata tra i peli del mio braccio. Ancora pochi istanti e comincia effettivamente a piovere. La cosa è estremamente bizzarra e anche Jamie ne sembra stupita. Ci rifugiamo sotto un albero ad aspettare che passi e a goderci lo spettacolo. Per fortuna si tratta solo di una nuvola passeggera e non di un vero temporale e dopo un quarto d’ora spiove. In modo molto poco originale mi viene in mente la canzone dei Toto, Africa, la quale parla di un ragazzo che vuole scrivere una canzone sul continente ma non ci è mai stato e parte del ritornello recita così”: I bless the rains down in Africa”, “Benedico le piogge giù in Africa”.  Un buonissimo odore di terra bagnata sale da sotto di noi, Zuzu si scrolla l’acqua di dosso e comincia ad annusare in giro.

C’incamminiamo verso la strada principale: una larga striscia di terra rossa battuta dove passano occasionalmente delle moto o delle persone a cavallo. Tra queste un conoscente di Jamie: un ragazzo molto giovane che cavalca a pelle e che ci chiede se vogliamo un passaggio. Come intenda farci salire entrambi sul cavallo non è dato sapere. La brousse è più movimentata di quel che pensassi, è difficile non vedere sempre qualcuno che vaga tra la vegetazione, pastori con i loro greggi, donne alla ricerca di legna per la casa, bambini che giocano, agricoltori.

Dopo un paio di chilometri incontriamo a bordo strada un signore che con il solo aiuto di un rastrello ha raccolto in tanti piccoli mucchietti le sterpaglie di un campo intero. Si tratta di un lavoro che si fa prima della stagione delle piogge e serve a liberare lo spazio per le sementi. Quando arriviamo è intento ad incendiare il primo, con l’ausilio di un fiammifero appicca il fuoco e poi con un lungo bastone con in cima uno straccio prosegue ad incendiare gli altri. I piccoli falò disposti in file ordinate e il loro fumo, combinato con la luce pallida della giornata e l’aridità del terreno, creano un’atmosfera quasi infernale e ultraterrena.

Torniamo indietro senza troppa fretta, Zuzu tira il guinzaglio e non sembra molto contento di rientrare. Prima di pranzo giochiamo ancora una volta a scopa e, come avevo predetto ieri, Jamie vince con un punteggio finale di 21 a 1

9, che vergogna. Puntuale alle 14 arriva Njaba con il pranzo: ceebu jen anche oggi, con la differenza che stavolta il pesce è molto meno rispetto a ieri. Forse per compensare questa mancanza Njaba ha aggiunto dei fagioli. Un inedito nella mia esperienza con il ceebu jen ma che si rivela una scelta molto azzeccata.

Il programma del pomeriggio prevede la visita al mercato di Mabo: l’unico mezzo disponibile è il carretto e fortunatamente Njaba ha scoperto che suo cugino Mohamed, che abita di fianco a noi, deve andarci anche lui e così ci può dare un passaggio. Partiamo sulle sedici: Mohammed è un signore di mezza età e poche parole, con noi viene pure Serigne, il figlio tredicenne di Astou, che deve andare a tagliarsi i capelli.

Mabo dista sei chilom

etri da Diama Fara, la strada è una semplice pista sabbiosa larga un paio di metri frequentata solo da carretti e moto, per le auto infatti sarebbe troppo rischioso. Attraversiamo qualche mucchio di case che non saprei se definire villaggio o meno, i bambini ci salutano da lontano e anche gli adulti ci sorridono. C’imbattiamo pure in un piccolo accampamento di peulh, uno dei gruppi etnici del Senegal diffuso anche nei paesi confinanti. Per la maggior parte sono pastori nomadi che seguono il loro bestiame, vivendo in capanne di paglia facilmente smontabili e trasportabili.

In circa mezz’ora arriviamo a Mabo: non è neanche lontanamente grande come Kaffrine ma dopo solo due giorni a Diama Fara mi sembra una vera e propria città. Gli abitanti sono in fermento, nella zona periferica ci sono decine di carretti parcheggiati e per raggiungere la zona del mercato dobbiamo passare in mezzo ad una folla di persone indaffarate e cariche di mercanzie. Ci fermiamo a poca distanza dal centro, io e Jamie scendiamo dal carretto e ci diamo appuntamento con Mohamed per le diciotto.

Accompagniamo Serigne dal barbiere e qui incontriamo Brandon: americano della costa ovest, altezza media, viso rotondo e allegro, dà l’impressione trovarsi a suo agio al mercato come un pesce nel mare. Si trova in Senegal da circa un anno, si occupa di soprattutto di sanità, vive con un’anziana signora ormai vedova ed è il volontario più vicino a Jamie. Così a pelle, ispira subito simpatia ed energia positiva.

Ci facciamo strada lungo le bancarelle del mercato: Brandon e Jamie iniziano la loro consueta sfida che consiste nell’ ottenere il maggior numero di saluti dai passanti che li riconoscono. Questa è la città di Brandon ma Jamie viene spesso e non ci sono molti altri bianchi nei paraggi.

Usciamo dal centro e imbocchiamo una larga strada che ci porta ad un magazzino dove incontriamo Mamadou, uno dei fratelli di Astou, la seconda moglie di Pamatar: un personaggio piuttosto sbrigativo e allo stesso tempo amichevole. Indossa un completo molto elegante, si occupa del commercio delle arachidi e gli affari a quanto pare gli vanno molto bene. Uno stock di queste si trova proprio nel magazzino, dove ci fa entrare per dare un’occhiata. Poco dopo lo lasciamo ai suoi affari e mentre ci allontaniamo Jamie mi rivela che di recente si è sposato per la quarta volta con una giovane ragazza di Mabo. La poligamia è ancora diffusa in Senegal, soprattutto nelle zone rurali e se un uomo ha risorse sufficienti non è strano che si sposi più volte. La questione è pure regolata dallo stato e al momento del matrimonio civile l’uomo può decidere se firmare per la poligamia oppure no.

La nostra prossima destinazione è la casa della madre di Astou, dobbiamo infatti consegnarle un pacchetto. Ci allontaniamo dal centro, passiamo di fianco allo stadio e raggiungiamo una zona della città che sembra molto più tranquilla. Una giovane madre che allatta il suo piccolo ci accoglie nel cortile e ci fa entrare. La signora ci aspetta sul divano e si alza per accoglierci. Credo abbia almeno settant’anni e non ci vede molto bene, ultimamente ha anche avuto dei problemi di stomaco ed ecco perché sua figlia Astou ci ha chiesto di portarle un pacchetto di foglie di baobab che, secondo la medicina popolare, una volta bollite, aiutano a curare questo tipo di problemi.

Scambiamo due chiacchiere con la signora mentre il calore della passeggiata ci fa sudare copiosamente ed un nugolo di mosche si avventa su di noi. In pochi minuti ripartiamo e torniamo nella zona del mercato per incontrarci con Mohamed.

Insieme a noi torna pure Mariama, la terza moglie di Pamatar: ogni mercoledì viene al mercato a vendere verdure e passa qui la giornata, a quanto pare gli affari non sono andati benissimo oggi. Risaliamo sul carretto, Serigne non si vede ma nessuno sembra preoccuparsene troppo, troverà un modo per tornare anche senza di noi, salutiamo Brandon che ci ha fatto compagnia e partiamo. Con noi anche una signora con un sacco pieno di verdure.

Questo è forse il momento più bello della giornata: il sole si avvicina rapidamente all’orizzonte e getta una luce dorata su tutto il paesaggio. Il calore del giorno è ormai mitigato da un tiepido vento di terra e tutto sembra rallentare e prepararsi alla notte. Il paesaggio brullo e arido sembra diventare più grande e riempie gli occhi di dettagli che durante il giorno non sembravano esistere. A questo si aggiungono molteplici figure che vagano per la campagna e che in controluce sembrano quasi fantasmi: un signore che torna a casa in moto, un bambino che raggruppa una mandria di vacche, un ragazzo che raccoglie foglie da un albero stando in piedi su un carretto. Riesco a catturare qualcuno di questi momenti con la macchina fotografica.

Il sacco di verdure della signora cade e dobbiamo fermarci qualche minuto a raccogliere patate e cipolle. Quando ripartiamo siamo sorpassati da un altro carretto con una manovra piuttosto spericolata e degna di un Gran Premio di Formula 1.

Ci facciamo lasciare poco fuori dal villaggio per fare un’altra passeggiata prima che diventi buio: andiamo oltre il lago secco dove eravamo stamattina e raggiungiamo un grande baobab in mezzo ad una piccola radura. Poco distante troviamo un grande teschio di vacca con tanto di corna ancora perfettamente intatte, starebbe bene sul muro di una qualche osteria o di un rifugio di montagna. Mentre siamo intenti a scalare un piccolo albero sotto il quale si trova un termitaio ci raggiunge una mandria che passa oltre senza minimamente preoccuparsi di noi.

Usciamo dalla radura e la vegetazione si apre in un bel tramonto costeggiato di alberi. Torniamo a casa dove per cena non ci aspetta il solito cous cous, bensì dei buonissimi fagioli in umido da mangiare con il pane. Serigne arriva poco dopo di noi, dopo aver tagliato i capelli si era allontanato con un amico e poi per tornare ha trovato un amico di famiglia che gli ha dato un passaggio. La serata poi prosegue con tutta la famiglia distesa in cortile a chiacchierare. Pamatar mi chiede qualche informazione sulla vita in Italia e anche su quanto costi un aereo per andarci. Anche le sue mogli sembrano interessate all’argomento. Verso le ventidue ci corichiamo.

Anche stavolta passo la notte a sudare e a bere. Vengo svegliato alle sei da Pamatar, sembra che l’auto per Kaffrine stia per arrivare. Jamie mi aveva detto che non passava prima delle otto e così io sono del tutto impreparato. Riesco in qualche modo a vestirmi e ad infilare tutto nello zaino, quando finalmente esco l’auto è già là che ci aspetta. Il tempo di una foto con Pamatar e di ringraziarlo di cuore per l’ospitalità e poi partiamo. L’auto è un tipico taxi brousse, un pick up con delle panche per i passeggeri nel cassone. Non il massimo della comodità ma sicuramente arieggiato.

Pure Jamie sembra ancora stordita dal brusco risveglio e ha lo sguardo leggermente perso nel vuoto. Lungo il tragitto carichiamo altre persone che si sistemano comodamente sul soffitto visto che all’interno non ci sta più nessuno. Arriviamo a Kaffrine sulle sette e mezza. Qui saluto Jamie e mi avvio verso il garage per trovare un 7place che mi riporti a Mbour.

Come in ogni paese, anche in Senegal la vita in campagna è differente da quella in città. I ritmi sono più lenti, sc

anditi dalla luce del sole e dalle stagioni, le tradizioni sono più forti e contano ancora molto, cose per noi banali come l’acqua e l’elettricità sono dei lussi. Quello che non cambia però sono le speranze delle persone, i giovani irrequieti vogliono andarsene per trovare un lavoro da un’altra parte, le madri lavorano sodo per avere sempre qualcosa con cui nutrire la famiglia e i padri fanno del loro meglio per poter lasciare qualcosa ai figli. La campagna senegalese non è un idillio di pace e tranquillità dove la gente vive ancora in modo “affascinante” ed “esotico” ma lo diventa se la si visita senza un minimo di occhio critico. In verità si tratta di un contesto difficile, ricco di contraddizioni e di problematiche, dove le famiglie spesso devono stringere la cinghia per arrivare a fine mese. Questo non gl’impedisce di preservare una grande cultura dell’ospitalità. Come dicevano i fratelli Marx in uno dei loro numerosi film: “Io non ho niente, ma con te farò a metà.”

Links:

https://fr.wikipedia.org/wiki/Peul

Francesco Ricapito     Giugno 2017