Barbacetto Gianni, Maroni Marco

Excelsior. Il gran ballo dell’Expo

Pubblicato il: 28 marzo 2016

Dopo i fatti del primo maggio 2015 – la devastazione di Milano ad opera del black bloc – parte della stampa e dei media ci hanno informato che le critiche all’Expo vogliono dire foraggiare il teppismo. Insomma un po’ quello che succedeva e succede per la Tav Torino – Lione. Sei contrario all’opera? Allora vuol dire che sei un cavernicolo e di fatto sostieni il terrorismo dei No-Tav. Ugualmente – dicono sempre questi organi di stampa e chi ci crede o fa finta di crederci – se hai criticato e critichi la kermesse milanese, non importa per quale motivo, ti devi assumere la responsabilità morale di quello che è successo e per di più sei un radical chic complice: ragionamento, ammesso si possa definirlo tale, che evidentemente ha molto a che vedere con la retorica patriottarda del governo e della presunta opposizione. Non dobbiamo stupirci quindi dell’articolo di Barbacetto, “Expo 2015, si può criticare senza essere black bloc?”, apparso sul Fattoquotidiano dell’8 maggio. Viste le premesse, se poi pensiamo che lo stesso Barbacetto, insieme al collega Marco Maroni, è autore del libro inchiesta “Excelsior. Il gran ballo dell’Expo”, ci dovremmo chiedere se i due giornalisti non siano dei “cattivi maestri” se non addirittura dei black bloc sotto copertura. Mettendo da parte le chiacchiere dei Sallusti della situazione, probabilmente quello che infastidisce coloro che si nutrono di retorica e delle veline di regime è proprio il giornalismo d’inchiesta che non guarda in faccia nessuno. Niente a che vedere con i black-bloc, le quinte colonne di chi non tollera il dissenso, anche se manifestato in forma pacifica e documentata. La verità è che Barbacetto e Maroni hanno scritto un bel libro che intende rispondere a tutta una serie di domande (si veda la quarta di copertina): “Come nasce Expo 2015? Chi sono gli uomini che la sponsorizzano? Perché Milano? Perché il sito espositivo è stato realizzato sulle aree al confine nordovest della città? Quanto costa? Chi ci guadagna? E ancora, che cosa diventerà la grande area dell’Expo quando la manifestazione sarà finita? I soldi pubblici spesi per acquistarla saranno recuperati? La città avrà un lascito per il futuro o l’Expo si trasformerà nell’ennesimo quartiere abbandonato, nell’ennesima colata di cemento?”. Le risposte, come intuibile, non sono affatto rassicuranti: i numeri, l’elenco delle operazioni immobiliari effettuate, il racconto impietoso della malagestione delle amministrazioni comunali, dei conti in rosso di Formigoni e di tante altre marachelle tipicamente italiane mostrano cosa poteva essere l’Expo al netto della voracità dei tangentari e di coloro che ci hanno voluto speculare, ovviamente ritardando a dismisura i lavori.

Gli anni passano, molto si dimentica, ma le pagine di Barbacetto – Maroni ci ricordano molte cose che, al di là gli hashtag antigufo inneggianti le “magnifiche sorti progressive”, potranno forse stupire. Innanzitutto il racconto puntuale di come è nato il progetto dell’Expo, nel 2007, pensando ai terreni della Fondazione Fiera di Milano, ed inoltre la constatazione che, al tempo, Giulio Tremonti, no-Expo ante litteram, non fosse affatto entusiasta dell’idea, “come anche la Lega di Umberto Bossi […] non credono che sia una buona idea, in anni di crisi, mettere tanti soldi in un’impresa che poi non si sa quanto renderà” (pp. 23). Malgrado il disincanto di Tremonti, confermato anche nel recente 2014, è un dato di fatto che “l’odore dei soldi” si sia fatto sempre più intenso. L’aroma, come ci ricordano gli autori, ha portato ad innumerevoli progetti di opere pubbliche, e quindi a colate ingenti di cemento, elencate nel dossier di candidatura: “progetti di cui si parla da anni, che non c’entrano niente con Expo. Ma l’evento è l’occasione buona per far scucire soldi e far partire nuovi appalti” (pp. 26). Fin qui, in teoria, niente di particolarmente disdicevole, se non fosse che, in Italia, tangenti e inutilità delle opere spesso viaggiano di pari passo. Da qui peccati, peccatucci e grandi truffe ai danni dello Stato che, secondo Barbacetto e Maroni, prendono le mosse dalla data del 28 gennaio 2007: “Milano non ha ancora vinto la gara con Smirne, ma già quel giorno il sindaco Letizia Moratti sigla la bozza di una scrittura privata con i proprietari dei terreni: Fondazione Fiera (Regione Lombardia) e Belgioiosa Srl (gruppo Cabassi). I due soggetti si impegnano a cedere gratuitamente le loro aree per l’esposizione universale, per poi riaverle indietro a festa finita e giocattoli smontati nella primavera del 2017, con un indice di edificabilità dello 0,6. Significa che potranno costruire sul 60% di ogni metro quadrato, 6 metri quadri ogni 10, per un totale di oltre 600.000 metri quadri. Un diluvio di cemento” (pp. 32). Poi, di anno in anno, col procedere del progetto gli imbrogli e le mistificazioni si intensificano. Ad esempio Cascina Merlata. Quella che è stata considerata come il Villaggio fatto per ospitare le delegazioni e l’Expo in realtà “sono una cosa sola: sono urbanisticamente connesse e saranno servite dai medesimi interventi infrastrutturali […] ma si guardano bene dal presentarle come un’unica operazione, come in effetti è. Cascina Merlata è il lato B dell’Expo, ma non bisogna dirlo per poter continuare a proclamare che avremo un’Expo leggera e poco cementificata” (pp. 52).

Le pagine successive di “Excelsior” via via si aprono al racconto della corruzione e delle cupole mafiose ormai ben intenzionate a sfruttare l’occasione con la compiacenza dei politici locali e nazionali. In questo contesto di maneggioni non poteva mancare la stoccata nei confronti della nostra Confindustria, perfetto specchio della nostra Italia: “Il vulnus per l’equilibrio tra imprese e amministrazione, dunque, secondo Confindustria non è inflitto dagli imprenditori corrotti che comprano gli appalti, alla faccia della concorrenza e del libero mercato, ma dalle norme che cercano di bloccare la corruzione e restaurare il libero mercato” (pp. 134). Tanti soldi e a quanto pare molto facili, con buona pace del codice dei contratti: “Expo non è solo grandi appalti. Ci sono centinaia di altri lavori per cui sono stati disinvoltamente distribuiti fiumi di soldi. Una zona grigia dei contratti senza gara, dove si girano film da un milione di euro che non vede nessuno, si acquistano per 750.000 euro software anticriminalità che non funzionano, o se ne spendono 300.000 per la manutenzione di portabandiere. In settori come il marketing, la comunicazione, la pubblicità e le consulenze, solo tra il gennaio 2012 e l’agosto 2014 sono state affidate più di 200 commesse per quasi 40 milioni di euro, Iva esclusa. Quasi tutte a trattativa privata” (pp. 147). Del resto, anche senza scomodare la vicenda dell’affidamento senza gara a Eataly di Farinetti (uno che si sa scegliere gli amici), potrà dire qualcosa il commento di Piero Sassone, uno chef diventato manager del cibo e autore di una denuncia al Tar: “mettono condizioni non sostenibili perché le gare vadano deserte, così poi hanno la scusa per andare a trattativa diretta e decidere come vogliono loro […] la meritocrazia non ha più valore in questo paese” (pp. 161).

La “grande abbuffata”, come viene definita polemicamente l’avventura dell’Expo, nel racconto di Barbacetto e Maroni si arricchisce, pagina dopo pagina, di innumerevoli e discutibili personaggi. Tra i tanti – impossibile elencarli tutti – ricordiamo Claudio Artusi, un “politico che ha attraversato tutti i passati possibili” (pp. 174), e Marco Balich, direttore artistico di Palazzo Italia, che è “anche progettista, committente e contraente di allestimenti e attrazioni” (pp. 173). Insomma, tutto nel più puro stile italiano. Se vogliamo interpretare l’Expo non soltanto come occasione di crescita, secondo quanto ci dicono i media, ma appunto anche come “grande abbuffata”, allora risulta chiaro come l’approfondimento del tema dell’alimentazione (in questo caso non nel senso di “magna magna”) possa essere passato in secondo piano, con tutte le conseguenze del caso. Non a caso gli autori, perfidi, hanno riportato alcune parole di Vandana Shiva, a dir poco impietose: “Sono stata nominata fra gli ambasciatori dell’Expo e ringrazio dell’onore che mi è stato fatto. Purtroppo però non vedo nei programmi o nei calendari delle iniziative specifici richiami a temi fondamentali […] Questa mancanza di chiarezza nel promuovere temi così essenziali sta producendo un vuoto che gli interessi commerciali e finanziari dell’industria biotecnologica rischiano di riempire con una campagna di spot pubblicitari” (pp. 195).

Viene citato anche l’economista Roberto Perotti, docente alla Bocconi, che, in un e-book pubblicato sul sito lavoce.info ha smontato il mito dell’Expo, manifestazione che “semplicemente non sarebbe dovuta accadere”: “Il progetto in cui si sono buttati politici, imprenditori e affaristi, è cresciuto per una collettiva perdita della razionalità, supportata e legittimata da stime economiche che sovrastimano i risultati attesi […] la produzione aggiuntiva viene stimata ignorando che tutte le risorse usate hanno un costo, per cui l’analisi fornirà sempre, in qualsiasi circostanza, dei valori positivi” (pp. 199). Alla fin fine gli autori riconducono l’esperienza dell’Expo ad un certo costume italiano: “sui grandi progetti si continua a puntare, semplicemente perché aggregano interessi così vasti da riuscire, con l’appoggio dei media, a raccogliere sufficiente consenso. Che poi il risultato sia negativo e i costi economici e ambientali altissimi poco importa, lo si scopre dopo qualche anno. Intanto una montagna di soldi sono stati spesi e incassati, politici e amministratori locali hanno avuto la loro visibilità, la possibilità di lasciare un segno e un’occasione per alimentare le loro clientele” (pp. 204). Parole che di questi tempi potranno essere considerate coraggiose oppure, visto come vanno le cose, roba da radical chic e “gufi”. Noi le abbiamo considerate semplicemente di buon senso.

 

Edizione esaminata e brevi note

Gianni Barbacetto, (Milano, 1952) giornalista, scrive su «il Fatto Quotidiano». È direttore di Omicron (l’Osservatorio milanese sulla criminalità organizzata al Nord). Ha cominciato a lavorare per la radio (Radio Milano Libera, Radio Città, Radio Rai). Negli anni Ottanta ha contribuito a fondare il mensile «Società civile», che ha diretto per una decina d’anni. Si è molto divertito, anni fa, a condurre un programma televisivo di economia e finanza su una tv privata (Rete A). Ha realizzato, con il regista Mosco Boucault, il documentario per la rete franco-tedesca Arte sul Lodo Mondadori, mai trasmesso in Italia. Ha lavorato per la tv (Annozero, Blunotte), il cinema (A casa nostra di Francesca Comencini), il teatro (A cento passi dal Duomo di Giulio Cavalli). I suoi libri: Milano degli scandali (con Elio Veltri, Laterza 1991); Campioni d’Italia (Tropea 2002); B. Tutte le carte del Presidente (Tropea 2004); Compagni che sbagliano (il Saggiatore 2007); Il guastafeste (intervista ad Antonio Di Pietro, Ponte alle Grazie 2009); Se telefonando (Melampo 2009); Il grande vecchio (Rizzoli-Bur 2009); “Le mani sulla città” (con Davide Milosa, Chiarelettere 2011). Con Peter Gomez e Marco Travaglio ha pubblicato “Mani sporche”(Chiarelettere 2007), “Mani pulite”(Chiarelettere 2012). Nel 2012, ha pubblicato per Chiarelettere ‹Il Celeste›.

Marco Maroni, scrive per “il Fatto Quotidiano”. Si occupa di economia e in passato ha lavorato a “Il Mondo”, “Corriere della Sera”, “Il Sole 24 ore”, “Diario”, “Milano Finanza”

Gianni Barbacetto, Marco Maroni, “Excelsior. Il gran ballo dell’Expo”, Chiarelettere (collana Principioattivo), Milano 2015, pag. 240.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015