Caselli Gian Carlo

Assalto alla Giustizia

Pubblicato il: 21 maggio 2012

C’è una persona, anche se forse non proprio l’unica, ad essersi meritata in questi anni gli epiteti prima di “fascista”, poi di “comunista” ed infine di “mafioso”: Gian Carlo Caselli, l’attuale procuratore capo presso la Corte d’Appello di Torino. “Assalto alla Giustizia” ci spiega, con grande chiarezza, perché un magistrato, onesto e coraggioso come lui, negli anni sia stato fatto oggetto di insulti in serie. Nessun vittimismo ma analisi oggettiva di come è stata intesa la Giustizia in Italia soprattutto a partire dal Fascismo fino ai giorni nostri, quelli dell’altro Ventennio: l’era berlusconiana.  Analisi che non è difesa di casta, non fosse altro che il nostro autore ammette come la storia della magistratura italiana per un lunghissimo periodo sia stata “la storia di un gruppo burocratico chiuso, cementato al suo interno da una rigida ideologia di ceto. Un corpo separato della Stato, collocato ideologicamente, culturalmente e socialmente nell’ordine del potere, ostile alle classe sociali subalterne, che a loro volta lo avvertono come ostile” (pag. 33). Lungo periodo nel quale il “falso mito dell’apoliticità” è servito come pretesto per imbrigliare “entro parametri tradizionali” (e quindi proni al potere costituito) l’interpretazione della legge.

Le cose negli anni sono cambiate, soprattutto in virtù della piena affermazione del dettato costituzionale, preso finalmente a guida, non soltanto “programmatica”, dell’azione della Giustizia. Un percorso però accidentato dove, soprattutto nell’ultimo ventennio, la casta di destra e sinistra ha fatto di tutto e di più per sottrarsi ai rigori della legge: manipolando le coscienze, propagandando falsità (“golpisti, malati di mente, eversivi, cancro da estirpare”), inciuciando ed emanando leggi ad personam, spacciando come “rossi” (o di altro colore) i magistrati che beccavano con le mani nel sacco qualche pezzo grosso. Nulla di nuovo sotto il sole, ormai ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori davvero. Nel caso di Caselli però – questo libro ce lo ricorda più volte – risalta più che mai il vizio tutto italiano della pretesa di non subire il rigore delle leggi, vuoi prendendo a pretesto motivi ideologici, vuoi per altri motivi fantasiosi (i complotti vanno sempre per la maggiore). Leggiamo uno dei passaggi più significativi: “Negli anni Settanta (prima che il problema del terrorismo di sinistra fosse realmente compreso da tutti) ero un fascista, “servo sciocco del generale Dalla Chiesa” perché indagavo sulle Brigate Rosse. Ricordo che quando arrestammo l’avvocato Gian Battista Lazagna, un eroe della Resistenza, rischiai l’espulsione da Magistratura Democratica e più di una persona mi tolse il saluto. A Palermo sono diventato una “toga rossa” e “comunista” […] Mi mancava tuttavia di essere definito “mafioso”. E’ accaduto di recente, sui muri di Torino, perché la Procura da me guidata applica la legge anche in Valle di Susa […] Come se un magistrato, di fronte ad un atto contrario alla legge, si chieda prima chi lo abbia commesso e poi – a seconda delle sue simpatie – decida se agire o meno. E’ il sintomo di una crisi culturale per cui la giurisdizione non è più valutata sulla base della correttezza de del rigore, ma dell’utilità. Una crisi culturale che vent’anni di berlusconismo hanno elevato a sistema di pensiero diffuso” (pag. 68).

Ricordiamo che Caselli ha fatto arrestare alcuni componenti del movimento No Tav, accusati di essere responsabili di “singoli episodi di violenza” nel corso delle manifestazioni del 27 giugno e del 3 luglio 2011. Arresti che, complice una diffusa disinformazione, possono anche contribuire a quella propaganda che vuole il movimento No Tav – in realtà quanto mai “liquido” e con tanto di esponenti di cultura liberale e liberista – come un ricettacolo di estremisti black block. Un peccato davvero, ma dovrebbe comunque risultare evidente che le ragioni oggettive della contrarietà ad un progetto prescindono dall’indole di alcuni o di molti manifestanti. Effettivamente potrebbe apparire paradossale che certe pretese di impunità siano fatte proprie da coloro che si sono sempre definiti partigiani antiberlusconiani e contro la sua “destra”. In questo senso possiamo ricordare un recente intervento di Marco Travaglio che, come spesso gli accade, riesce a coniugare quel buon senso e quella realtà dei fatti che molti, troppi perdono di vista: “di Caselli ce n’è uno solo: quello che, davanti a una notizia di reato, procede come gli chiedono la Costituzione e il Codice penale senza guardare in faccia nessuno. Il risultato di questa campagna, alimentata in certi siti e giornali addirittura da ex magistrati, è che Caselli non può più mettere il naso fuori di casa, nemmeno per presentare il suo libro: roba mai vista nemmeno negli anni plumbei della Torino anni ’70 e della Palermo anni ’90. Prendere le distanze dai violenti non significa dare ragione sempre e comunque alla magistratura, né tantomeno alle forze dell’ordine (quelle che a Milano fanno ritirare le bandiere tricolori per non provocare i leghisti, mentre vengono mandate da politici scriteriati a militarizzare la Valsusa provocando la popolazione). Significa restare, sempre, dalla parte della legalità. E combattere meglio la follia del Tav: cioè vincere una battaglia sacrosanta che, se passa l’equazione truffaldina “No Tav uguale violenti”, è perduta in partenza”.

Del resto basta leggere alcune parole di Caselli, proprio in “Assalto alla Giustizia”, per respingere al mittente le accuse che lo dipingono appartenente a quella banda che, grazie a sistemi contrattuali truffaldini e disinformazione, da anni sono intenti a saccheggiare denaro pubblico e territorio spacciandoli per investimenti e progresso. Caselli ricorda le parole dell’ex premier (si sempre lui) che, con un “Vergognatevi”, inveì contro i magistrati fiorentini “colpevoli di aver scoperchiato sui lavori dell’Alta velocità in Toscana quello che sembra essere l’ennesimo maleodorante intruglio di corruzione e malaffare, con relativo spreco di denaro pubblico e conseguente impoverimento della collettività”. (pag. 91). Il libro prosegue nel descrivere gran parte dei i tentativi, tra processo lungo, processo breve, il fiume di leggi ad personam, che i nostri politici hanno imbastito per difendersi non “nei” processi ma appunto “dai” processi. Un unicum tutto italiano che è stato già raccontato con dovizia di particolari nelle opere di Davigo e di Bruno Tinti.

E’ la storia puntuale dei ripetuti tentativi di ridurre l’indipendenza della magistratura e consegnare al potere politico il controllo delle indagini, spacciando certe riforme – mordacchia in linea con quanto avviene negli altri paesi occidentali. Ovviamente tutte balle e Caselli ne dà conto. Semmai, a ragionare con i criteri di uno storico e pur immuni da certi recenti ed interessati revisionismi, qualche passaggio discutibile potremmo trovarlo nella sviolinata dedicata alla Resistenza, tratta dalla sua orazione tenuta il 25 aprile 2011 di fronte ai ruderi di San Martino, a Monte Sole di Marzabotto. “Assalto alla Giustizia” rimane un documento importante che, con esemplare chiarezza, contribuisce a svelare le tante mistificazioni imbastite in questi anni in merito all’azione della magistratura. Leggiamo ancora: “Chi è stato assolto da 10, 20, 50 processi perché non è più reato, è andato sui media a dire che è stato perseguitato e che nei suoi confronti vi è stata una sorta di accanimento. E’ ovvio che non c’è stato alcun accanimento, ma la gente ci crede”; e poi: “Questa, di fatto, è la stagione in cui [n.d.r.: la magistratura] è meno politicizzata in assoluto. Vengono tutelati i diritti di tutti e questo comporta che dia fastidio, perché entra nei santuari di alcuni potenti e tocca interessi che non avrebbe dovuto sfiorare. A quel punto, la difesa diventa l’accusa di fare politica. Quando un magistrato, facendo il suo dovere e con i suoi limiti, ha la sfortuna di incrociare gli interessi dei forti, deve mettere in conto di essere accusato, lui, di fare politica. Non so come definirla rimanendo sobrio, ma è un’aberrazione a cui la gente crede”. L’autore, col suo libro, ha voluto rivendicare con orgoglio il proprio operato (e quello di tanti suoi valenti colleghi), ed al quale francamente è difficile replicare se non mistificando la realtà. Così Camilleri nella prefazione: [Caselli]“reagisce in nome della sua dignità di uomo e magistrato e di tutti quelli che come lui, pur non avendolo mai né voluto né desiderato, si trovano oggi a dover difendere la traballante diligenza della Giustizia dall’assalto dei fuori legge”.

Edizione esaminata e brevi note

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939), magistrato. Dopo aver ricoperto il ruolo di procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino, è ora procuratore capo. Ha cominciato la sua carriera in magistratura a Torino, come giudice istruttore impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle Brigate rosse. Dal 1986 al 1990 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura. Ha diretto la Procura di Palermo dal 1993 al 1999, gli anni dei processi “eccellenti” su mafia e politica. Dal 1999 al 2001 ha diretto il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e in seguito per due anni è stato il rappresentante italiano presso Eurojust. Tra i suoi libri: L’eredità scomoda, con Antonio Ingroia (2001), A un cittadino che non crede nella giustizia, con Livio Pepino (2005), Un magistrato fuori legge (2005), Le due guerre (2009), Di sana e robusta Costituzione, con Oscar Luigi Scalfaro (2010).

Gian Carlo Caselli, Assalto alla giustizia, Melampo, Milano 2011, pag. 157, euro 16,00

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2012

Recensione già pubblicata il 21 maggio 2012 su ciao.it e qui parzialmente modificata.