Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: Il Vicinato Senegalese

Pubblicato il: 8 agosto 2017

Mbour è la città più importante della Petite Côte, la porzione di costa a sud di Dakar. All’inizio era solo un piccolo centro urbano con pochi quartieri, negli anni però si è ingrandita ed ora quei quartieri ne costituiscono la parte centrale. Tra questi c’è Thiocé Est: zona a maggioranza musulmana a pochi minuti dal mercato, dal porto, dal comune e da tutti gli altri edifici pubblici.

Proprio qui si trova l’ufficio dell’ONG CPS presso la quale sto svolgendo il mio anno di servizio civile: una grande casa a due piani con davanti un grande cancello verde ed una porta dello stesso colore. Al piano terra si trovano gli uffici e al primo piano invece le camere dei volontari.

Le abitazioni adiacenti sono tipicamente senegalesi, edifici bassi e squadrati costruiti intorno ad un patio. Anche le famiglie che ci abitano sono tipicamente senegalesi ossia numerose e proprietarie di una serie di animali come capre, polli e tacchini. Questi ultimi ogni tanto scavalcano il muro che separa le nostre case e razzolano con fare arrogante nel nostro giardino finché qualcuno non viene a recuperarli.

Non abbiamo mai avuto particolari problemi con i nostri vicini, l’unica eccezione è un episodio piuttosto spiacevole accaduto qualche mese fa e i protagonisti sono stati gli abitanti della casa dietro la nostra: qualche componente della famiglia decise di lanciarsi nel campo della speculazione ortofrutticola e così acquistò un grande stock di cipolle a prezzo stracciato nella speranza di poterle rivendere quando il prezzo fosse risalito. Si trattava di almeno una quarantina di sacchi da cinquanta chili ciascuno e, non avendo un magazzino dove metterli, i suddetti luminari dell’ortofrutta li sistemarono in cortile, sotto il sole, senza neanche avere l’accortezza di metterci un bancale o un asse per separarli dal terreno.

 

Ovviamente in poco tempo le cipolle cominciarono a marcire, spargendo nell’aria un tremendo fetore che arrivò fino a noi. In un paio di settimane l’odore di cipolle marce aumentò fino a diventare veramente insostenibile ed è allora che i nostri eroi cominciarono a separare i sacchi buoni da quelli andati a male. Purtroppo per loro era ormai troppo tardi e così un bel giorno ci svegliammo senza più sentire il fetido tanfo. Il mistero della sparizione dello stock venne presto risolto quando dalla finestra del bagno vidi che i sacchi erano stati svuotati nel mezzo del campo dietro casa, dimostrando che oltre a delle eccelse competenze agricole, i nostri vicini avevano pure uno spiccato senso civico.

Per fortuna nessuno degli altri vicini sembra avere altre velleità speculative nel settore ortofrutticolo e si occupano d’altro: uno di loro per esempio produce carbone. La sua “bottega” si trova subito a destra una volta usciti in strada, è dotata di alcuni divisori di vimini posti a semicerchio intorno ai quali tiene accatastati i ciocchi di legno che dalle prime luci dell’alba riduce in pezzi più piccoli a suon di ascia.

Proprio di fronte al carbonaio abita Drame, non sappiamo bene quale sia il suo mestiere, sappiamo però che è spesso in giro con il suo carretto e il suo cavallo, quest’ultimo si chiama Hatch ed è il cavallo più elegante del quartiere visto che gli hanno dipinto zampe, coda e criniera con dell’hennè. A destra della casa di Drame, all’angolo con la strada che corre perpendicolare alla nostra, si trova un tipico tangana: questi sonolocali minuscoli che servono soprattutto panini o piatti della cucina tradizionale a prezzi popolari. In genere sono gestiti da ruspanti ed espansive signore insieme alle loro figlie, nipoti o nuore. Questo non fa eccezione ma la proprietaria in questione si distingue per avere un carattere piuttosto burbero tendente allo scorbutico. Non parla francese e di recente ho scoperto che non è sposata, in quell’occasione uno dei clienti mi propose di prenderla in moglie.

La mattina vengono serviti caffè e i tipici panini che in Senegal sono considerati come i nostri cornetti: baguette condite con salsa di fagioli, di piselli o di tonno o anche con spaghetti in salsa di cipolle. Per noi italiani quest’ultimi sono un abominio ma, provare per credere, non sono niente male. Il mio preferito però è quello con salsa di fagioli ed un’altra salsa a base di maionese e spezie.

All’angolo opposto dell’incrocio c’è la boutique di Thierno: le boutique sono l’equivalente senegalese dei nostri negozi di alimentari e ci si può trovare un po’ di tutto. Sono aperte dalle prime luci dell’alba fino a notte inoltrata, domeniche comprese ed è veramente raro che siano chiuse. Molto spesso i boutiquier che le gestiscono vivono in una stanza nel retrobottega e mi sono spesso soffermato a pensare alla vitaccia che conducono. Thierno non ha più di trent’anni e viene dal nord del Senegal, nemmeno lui parla francese ma proprio per questo, per fare acquisti da lui sono stato costretto ad imparare alcuni termini utili in wolof come uova (neen), cipolla (soble), duro (deger) e menta (naana).

La prima volta che andai da lui per acquistare della menta mi ero fatto dire il termine da una collega prima di uscire e così arrivai tutto contento di poter sfoggiare una nuova parola. Purtroppo pronunciai “nana”, invece di “naana”, Thierno mi guardò incuriosito e poi si mise a ridere indicandomi un pacco di assorbenti chiamati appunto “nana”, che chiaramente non era quello che stavo cercando.

Proseguendo dritti lungo la stessa strada si passa di fianco ad un centro di formazione per personale alberghiero dopo il quale c’è un grande spazio aperto che ospita il Terrain Santessou: un campo da calcio affiancato da un’area più o meno della stessa dimensione dove si trova qualche albero. Nelle città senegalesi si ha sempre l’impressione che ogni spazio disponibile venga adibito a campo di calcio, ma questo in particolare è uno dei più conosciuti perché qui durante la stagione calcistica, ogni mercoledì, viene ad allenarsi la squadra Mbour Petite Côte, che attualmente milita nella serie A senegalese. Come tutti i campi della città è sabbioso, le porte sono storte e senza rete e gli unici punti di riferimento per delimitarlo sono le file di pneumatici mezzi sotterrati che lo circondano. Il terreno di fianco al campo da calcio viene spesso utilizzato per eventi pubblici come tornei di lotta senegalese, incontri di preghiera, manifestazioni politiche, una volta all’anno ci viene addirittura allestita una piccola fiera del bestiame.

Qui è dove vengo a correre la sera, verso le 19,30 quando il sole sta tramontando, dieci o dodici giri di campo, a seconda della giornata. Ovviamente un bianco che corre in pantaloncini corti non può passare inosservato e quindi sono ormai diventato noto come le sportif e ogni volta mi capita di salutare qualcuno dei commercianti che lavorano intorno al terrain. Tra questi c’è Madame Juma che ogni sera piazza un tavolino davanti alla porta di casa sua e vende le fataya: piccoli panzerotti piatti, ripieni di pesce secco e conditi con una salsa a base di concentrato di pomodoro e spaghetti tagliati cortissimi. Le sue sono tra le più buone della città, fa anche dei bignè al cocco, ma non sono allo stesso livello delle sue fataya. Juma è una tipica corpulenta maman senegalese dalla voce squillante e se non vai da lei almeno una volta alla settimana quasi si offende e ti chiede dov’eri finito.

Continuando dritti si arriva fino alla National, strada principale di Mbour ed una delle poche vie asfaltate. Tra queste, chiamate in gergo locale “goudronné”, appunto “asfaltato”, c’è pure quella dall’altra parte del terrain. Anche qui ci sono numerose botteghe tra cui anche un barbiere dove sono andato un paio di volte a tagliarmi i capelli: la stanza sarà al massimo quattro metri quadrati e a parte la sedia, lo specchio, la macchinetta ed una bottiglia di gel non c’è molto altro, nemmeno uno strumento che ritenevo indispensabile per un barbiere come le forbici. In un paese dove tutti hanno più o meno lo stesso tipo di capelli e quasi nessuno li porta lunghi in effetti i barbieri spesso non ne hanno bisogno. Io ero il primo bianco a cui tagliava i capelli, la prima volta ha fatto un lavoro onesto e mi ha chiesto mille franchi, un prezzo normale. La seconda volta invece ha fatto un lavoro pessimo e mi ha pure chiesto il doppio, duemila franchi. La volta successiva quindi ho deciso di cambiare e dopo aver chiesto consigli in giro sono andato da Boubacar, che ha la bottega sulla stessa strada, poco più avanti, verso la National: anche lui non ha usato le forbici e me li ha tagliati molto più corti di quello che avevo chiesto, tuttavia ha fatto un gran bel lavoro, preciso e definito, chiedendomi alla fine mille franchi.

Proprio di fianco al mio ex barbiere si trova un piccolo fast-food decorato da una piccola palizzata blu che di notte si nota subito per le luci natalizie che lo illuminano. Il menu esposto fuori promette bignè, panini, carne e molto altro, in verità l’unico alimento in vendita sono le fataya grandi: come le loro controparti più piccole, si tratta di panzerotti triangolari di pastella fritta e ripieni. La sua versione complète prevede uova, insalata, salsa di cipolle, fegatini, ketchup e maionese. Costa cinquecento franchi (circa ottanta centesimi) e da quando sono arrivato non è passata settimana senza che ne prendessi almeno una. La maggior parte delle volte dietro al bancone c’è una signora che non si fa scrupolo nel riempire la fataya fino alla sua massima capienza, altre volte invece c’è sua figlia che purtroppo è un po’ meno generosa.

Proseguendo lungo il goudronné si arriva alla boulangerie, il panificio del quartiere che però per la maggior parte della giornata è senza pane. Questo perché fanno soprattutto consegne porta a porta e quando tirano fuori il pane dal forno lo caricano subito sul loro camioncino per portarlo via. Nel fine settimana però il loro bancone si riempie di dolci e dolcetti a base di cocco, cioccolata ed uvetta, tutti molto buoni, anche se non proprio economici. Davanti alla boulangerie la sera si può trovare Madame Gnagna (non sono sicuro che si scriva così ma questo è quello che ho capito quando mi ha detto il suo nome), specializzata in accra, bignè fritti di farina di fagioli. Hanno un bellissimo colore dorato e vengono serviti con maionese e la stessa salsa di pomodoro e spaghetti delle fataya.

Seguendo ancora la strada asfaltata si costeggia il piccolo marché ngelao, parola wolof che significa “vento”. Qui ci si trova un po’ di tutto, frutta verdura, carne, pesce, boutique di alimentari, sarti, calzolai e molto altro. Ci sono pure una serie di tangana che durante il giorno cucinano i classici piatti senegalesi: ceebu jen, riso con verdure e pesce, yassa, riso bianco con salsa di cipolle e pesce e mafe, una sorta di stufato di pesce e verdure condito con salsa d’arachidi. Durante il fine settimana capita spesso che io e le mie colleghe veniamo qui con i nostri piatti per portarci una porzione a casa, costa cinquecento franchi, è abbastanza buono e le quantità sono generose. Anche qui il locale è gestito da una signora e da qualche altra ragazza più giovane e bisogna cercare di non soffermarsi troppo su alcuni dettagli igienici, per esempio sulla signora che per impiattare le verdure le taglia con le unghie o sull’acqua del secchio che viene usata per lavare sia i piatti che le mani.

Proseguendo fino alla fine del mercato ci si imbatte in una larga laterale dove si trova il tangana di Madame Rama Diaw, la mia paninara preferita: la sua bottega è una piccola baracca di metallo sulla strada, è aperta solo di sera, su un tavolo sono sistemate una quindicina di pentole di acciaio grezzo con tutti gl’ingredienti, un fornello posizionato per terra le permette di cucinare anche altro su richiesta o di scaldare il caffè. Ogni volta che vengo qui prendo sempre lo stesso panino e così, pur non parlando francese, Rama ha cominciato a chiedermi, “comme d’habitude?”, “il solito?”. Questo sarebbe un panino con salsa di piselli, patatine ed un uovo sodo. Quando non ho voglia di piselli li faccio sostituire con salsa di fagioli. Costa cinquecento franchi ed è un pasto più che abbondante.

Se si torna indietro fino alla boulangerie e s’imbocca la strada sterrata che conduce verso casa, sulla destra s’incontra la boutique di Drame: simpatico ed onesto signore che una volta mi sconsigliò addirittura di prendere il pane da lui perché era del giorno prima. Sul muro della bottega campeggiano una cartolina del Golfo di Napoli portata da un precedente volontario e una di una gondola portata dal sottoscritto. Davanti alla boutique di Drame si trova un fabbro che in genere è intento a lavorare su scheletri di letti o di divani. Come tutti i fabbri senegalesi, per saldare si protegge gli occhi con normalissimi occhiali da sole.

Il resto della strada è costellato principalmente da sarti: uno di loro Ndiogu, fa una corte spietata ad una mia collega che adesso cerca in tutti i modi di non dover passare davanti alla sua bottega o almeno di farlo con me per evitare seccature. Una volta Ndiogu ci fermò lo stesso per chiacchierare e tra un complimento e l’altro la definì addirittura Miss Thiocé Est, aggiungendo poi che se dovesse lasciare il Senegal di sicuro piangerà, cosa che non farà quando me ne andrò io.

In fondo alla strada e proprio di fianco alla sede della CPS c’è Chez Tin, l’unico bar del quartiere: il Senegal è un paese pieno di problemi, ma la tolleranza religiosa non è uno di questi e la presenza di un bar nel bel mezzo di un quartiere musulmano ne è una grande testimonianza.

Il bar è uno dei tipici localacci dall’aspetto malfamato che si possono trovare in tutto il Senegal: un’unica grande stanza con sedie di ferro, qualche tavolo traballante, un bancone con esposte una decina di bottiglie impolverate. Da qui si può accedere ad un piccolo patio interno all’ombra di un grande mango dove l’atmosfera è più piacevole e sui muri ci sono pure un paio di murales di paesaggi senegalesi.

Il gestore del bar si chiama Martin: un uomo magro, quasi secco, sulla sessantina e di etnia mandingue ed è il cliente più assiduo del suo stesso bar, infatti lo si trova spesso seduto ad uno dei tavoli, con davanti una bottiglia di gin o di vino, spesso ormai vuote. Martin è un tipo simpatico e piuttosto loquace: ormai mi ha preso in simpatia, perché è qui che vengo ogni settimana a comprare qualche birra da portare a casa e a restituire i vuoti della settimana precedente. Ogni volta che lo incontro mi stringe calorosamente la mano e mi regala qualche perla di saggezza da poter raccontare: per esempio capitai al bar il giorno dell’Ascensione e lo trovai seduto al tavolo con degli amici. Gli chiesi se era andato a Messa e mi rispose che aveva fatto di meglio, come Gesù, era salito in cielo, solo che poi era ritornato perché aveva sete.

La moglie di Martin non è meno simpatica di lui: si chiama Khady, durante il giorno è spesso in spiaggia dove vende arachidi, la sera invece può capitare di trovarla dietro al bancone mentre il marito tiene compagnia agli altri avventori. Se mi vede per strada non perde mai occasione per chiamarmi e per dirmi che è passato un po’ di tempo da quando sono andato a prendere qualche birra, il che in gergo locale vuol dire “dove cavolo sei finito? Che accidenti di cliente fisso sei?” Ogni volta devo spiegarle che preferisco mantenere il mio consumo di birra sotto un certo limite.

Capita pure di trovare il figlio maggiore di Martin e Khady dietro il bancone: un ragazzone alto quasi due metri e dallo sguardo intelligente, studia a Dakar, ma durante le vacanze torna qui per dare una mano ai genitori, per loro fortuna non sembra aver ancora preso il vizio del padre di fare compagnia ai clienti.

Quest’ultimi non sono molti e ormai mi conoscono di vista. Si tratta di abitanti del quartiere, chiaramente cristiani e il loro rapporto con l’alcool sembra essere un po’ differente dal nostro: spesso vengono in compagnia ma capita pure di vederne molti da soli, ordinano un mezzo litro di gin e se lo bevono da soli per poi alzarsi barcollanti e tornare a casa. Il gin sembra essere la bevanda che va per la maggiore da Chez Tin e lo si può comprare come si fa da noi con il vino, un quarto di litro, mezzo litro, o direttamente la bottiglia. Si tratta del famoso e famigerato Gin Capitain, il più economico in circolazione, la cosa più sorprendente però è che viene consumato liscio, nessuno s’immagina di allungarlo con un succo o qualche altra bibita.

Durante i primi mesi della mia permanenza qui mi faceva quasi paura andarci, tuttavia dopo averci preso qualche birra in compagnia di un amico ho constatato che l’atmosfera è tranquilla e nessuno viene a romperti le scatole come invece spesso succede in altri locali. Alcuni avventori magari cercando scambiare due parole per sapere chi sei e cosa fai, ma sono semplicemente curiosi. Fa eccezione quella sera in cui un giovane che abita nelle vicinanze mi offrì della polvere di teschio di cammello per migliorare le mie prestazioni sessuali.

Chez Tin ha decisamente l’aspetto di un locale malfamato, in verità è solo un tipico bar senegalese: sembra quasi una taverna di quelle di cui si legge nei libri dove uomini stanchi delle loro vite vanno a cercare un nascondiglio temporaneo dai problemi che li rincorrono. Una sorta di rifugio dove nessuno li giudica e dove l’unica preoccupazione che hanno è il livello di gin nei loro bicchieri.

Thioce Est non è certo il quartiere dei miei sogni, i blackout sono praticamente quotidiani, anche l’acqua talvolta ha delle interruzioni e ogni volta che piove per strada si formano delle enormi pozze ed il terrain diventa un lago, per non parlare poi delle frequenti feste notturne: battesimi, matrimoni, incontri di preghiera, circoncisioni, in tutte queste occasioni gli organizzatori montano un tendone per strada, offrono la cena agli ospiti e poi chiamano qualche gruppo locale con tamburi e percussioni che spesso accompagna un griot, una sorta di cantastorie che si esibisce al microfono in performance che, per quando culturalmente interessanti, assomigliano molto al suono che farebbe un gatto con la colite davanti ad un microfono acceso.

Thiocè Est, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti è un bell’esempio di tipico quartiere urbano senegalese, ha i suoi punti di riferimento, i suoi equilibri ed i suoi attori che conoscono a memoria la loro parte e la recitano ogni giorno, creando una quotidianità che per loro è normale quieto vivere, ma che per me invece è un vero e proprio spettacolo.

Francesco Ricapito       Luglio 2017