Divertito Stefania

Amianto. Storia di un serial killer

Pubblicato il: 11 marzo 2012

“Secondo me, è un esempio d’inganno perpetrato da mestatori ai danni di una popolazione ignara. La gente scende in piazza se ha paura di morire, e ha paura perché qualcuno ha detto anche una sola fibra di amianto può ucciderti. Una bufala. Dichiaro di non essere minimamente preoccupato. Francamente, fa quasi ridere”. Così scrive Rosalino Sacchi, già ordinario di Geologia nell’Università di Torino e – guarda caso – già responsabile degli studi geologici per il progetto Tav, in merito al pericolo amianto conseguente ai tanto contestati lavori per l’alta velocità in quel della Val di Susa.

Sappiamo cosa sta succedendo: gran parte dei media racconta di due gruppi che si fronteggiano. Da una parte le persone moderne, pratiche, che guardano al futuro; dall’altra gli estremisti e dei cavernicoli cretinetti che col loro egoismo impediscono lo sviluppo del paese. Questa la vulgata propalata appunto da quei media che ripetono il mantra del “si fa perché si deve fare”, omettendo risposte circostanziate a quelle domande altrettanto circostanziate che non sembrano proprio provenire da poveri e ignoranti montanari. Stesso tono sembra cogliersi in questo intervento dell’accademico prestato al progetto Tav, tra il suo “ridere” e il non mostrarsi minimamente preoccupato. Quindi, ad essere coerenti, dovrebbe far ridere l’allarme di coloro che avvertono come non esista una soglia di sicurezza per quanto riguarda il mesotelioma pleurico o peritoneale (tumore maligno da amianto). In altri termini se una bassa concentrazione nell’aria di una fibra/litro può mettere al riparo dal rischio di ammalarsi di asbestosi (accumulo di amianto nei polmoni), questo non succede necessariamente con i citati tumori: a rigore anche soltanto venire a contatto con una fibra può causare la malattia. Così fin dal 1986 l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “L’esposizione a qualunque tipo di fibra e a qualunque grado di concentrazione nell’aria va pertanto evitata”.

Dopo aver letto “Amianto. Storia di un serial killer” mi sono chiesto: ma l’autrice, Stefania Divertito, come potrebbe prendere le affermazioni di questo accademico prestato alla Tav? A domanda retorica risposta scontata, almeno per chi ha letto il libro: s’incazzerebbe. Pensiamo ad alcune righe tratte dalla quarta di copertina: “non c’è una dose minima al di sotto della quale possiamo essere sicuri di non ammalarci. Lo ha ribadito la Commissione europea il 14 aprile 2009”. Un’incazzatura spontanea in tutti coloro che, anche grazie all’opera edita dalle Edizioni ambiente, hanno coscienza di cosa vuol dire amianto. Stefania Divertito, con lo stile diretto e appassionato di cronista investigativa che abbiamo già apprezzato nel più recente “Toghe verdi”, in questa sua opera edita nel 2009 ci racconta dell’amianto che, pur messo fuori legge in Italia fin dal 1992 (L. 257/92), continua e continuerà a far danni sia perché il periodo di latenza tra il momento dell’esposizione al minerale e la comparsa della malattia può essere molto lungo, sia perché per decenni c’è stata una sottovalutazione colpevole, se non dolosa, del problema da parte delle istituzioni e dei datori di lavoro.

Le vittime sono e saranno migliaia e non per pura fatalità. Il titolo del libro parla di un “killer” che è sicuramente l’amianto in quanto tale, minerale pericolosissimo e letale, ma va inteso anche come il comportamento umano che, in nome della produzione, del profitto, ha condannato a morte quei lavoratori che si sono trovati a maneggiarlo e a respirarlo; ed anche i semplici cittadini, non coinvolti nella produzione industriale, che hanno avuto la sfortuna di vivere vicino luoghi o persone contaminate. Soltanto in Italia ogni anno muoiono circa 4.000 persone a causa di mesoteliomi e asbestosi: vittime designate sia perché presenti nelle fabbriche che producevano Eternit (marchio registrato di fibrocemento) o nelle navi della marina militare, sia perché nate e vissute vicino una discarica abusiva o tettoie non bonificate.  “Amianto. Storia di un serial killer” è quindi la storia, o meglio le storie, di coloro che, armati di incrollabile tenacia, hanno combattuto per ottenere, nel gran marasma della giustizia italiana, una semplice pensione, proprio nel paese record dei falsi invalidi, e gli indennizzi dovuti a seguito delle malattie e dei decessi dei propri familiari. “Uno sguardo in giro”, prima dell’epilogo, mostra una panoramica di cosa accade negli altri paesi del mondo, i progetti di bonifica andati a buon fine, le lobby che premono per minimizzare il problema.

E’ vero che con la sua opera” Stefania Divertito ha voluto raccontare la via crucis di coloro che sono entrati in contatto con le fibre killer, l’ottusità della burocrazia, il menefreghismo della classe politica, e non specificatamente gli effetti del minerale sulla popolazione e sui lavoratori intenti a trapanare una montagna, ma una cosa l’abbiamo capita: con buona pace di Rosalino Sacchi, se si parla di amianto, fosse anche in riferimento alla Val di Susa, non c’è proprio nulla da ridere.

 

Edizione esaminata e brevi note

Stefania Divertito, nata a Napoli nel 1975, è giornalista d’inchiesta specializzata in tematiche ambientali. Responsabile della cronaca nazionale per il quotidiano Metro, collabora con alcuni periodici nazionali. Per la sua inchiesta sull’uranio impoverito durata sette anni ha vinto nel 2004 il premio Cronista dell’anno indetto dall’Unione cronisti italiani. Ha pubblicato il libro-reportage Il fantasma in Europa (2004, con Luca Leone) e Uranio il nemico invisibile (2005). Per VerdeNero ha scritto Toghe verdi (2011)

Stefania Divertito, Amianto. Storia di un serial killer,  Edizioni ambiente (collana Verdenero inchieste), Milano 2009, pag. 200. Prefazione di Alessandro Sortino.

Luca Menichetti, per Lankelot, marzo 2012