Fiorucci Alvaro

48 – small

Pubblicato il: 23 dicembre 2012

Qualcuno di voi ricorda il cosiddetto “mostro di Firenze? Credo proprio di si, ed anche che non di “mostro” si trattava ma semmai di “mostri”. Ovviamente salvo credere ad una delle tante versioni alternative alla verità giudiziaria che, a distanza da tanti anni dagli omicidi, ancora fanno di Pacciani e compagni di merende i capri espiatori di non si sa quali complotti. Ma l’inchiesta sugli omicidi seriali, almeno secondo gli inquirenti, non doveva terminare con la cattura degli esecutori, rozzi, lontanissimi dal physique du rôle del serial killer, e quindi improbabili agli occhi di parte dell’opinione pubblica. Doveva proseguire con l’individuazione dei cosiddetti mandanti, ovvero i personaggi nell’ombra che avrebbero incaricato Pacciani e Vanni, ben remunerati, di procurarsi i feticci al probabile fine di farne uso durante riti esoterici e satanici. E’ in questo contesto che si inserisce la morte misteriosa del medico perugino Francesco Narducci. La vicenda è stata già raccontata con dovizia di particolari, e con una particolare attenzione agli elementi più tenebrosi, nel libro di Luca Cardinalini e Pietro Licciardi “La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e il mostro di Firenze”, edito nel 2007. Però da allora al 2012, anno di edizione del nostro “48 small”, ci sono state novità dal lato giudiziario, a cominciare dalla tesi demolitoria del G.I.P. Micheli, il quale ha letteralmente stroncato decenni di indagini. Ma andiamo per ordine.

Questa vuole essere una recensione del libro del giornalista Alvaro Fiorucci e davvero, allo stato degli atti giudiziari, appare difficilissimo anche soltanto sintetizzare il racconto di quanto accadde tra il 1968, anno dell’omicidio di Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, e le indagini intraprese dopo la misteriosa morte del dottor Narducci. In questo senso la memoria e un po’ di wikipedia potrà soccorrere per ricostruire vicende oggettivamente complesse ma poi ancor più complicate da depistaggi e teorie complottistiche di ogni risma che hanno voluto contestare le sentenze di condanna inflitte a Pacciani e ai merenderi di S. Casciano. Fiorucci nel suo libro – il 48 small fa riferimento alla taglia di Francesco Narducci –  con uno stile asciutto, fatto da periodi brevissimi, ha voluto riproporre la cronaca delle indagini sulla morte del medico perugino, già indagato per complicità negli omicidi seriali, con ampio uso della documentazione giudiziaria. In pratica: “dare voce all’incontro e allo scontro di due verità: quella giudiziaria e quella immaginata. E la prima sembra non riuscire a elidere la seconda”. E’ infatti una constatazione che la verità immaginata e quella giudiziaria ancora non riescano ad accordarsi, anche nella mente di chi ha ben poco da spartire con idee complottiste e crede semmai di fare esercizio di buon senso; anche in questo contesto fatto letteralmente di colpi di scena, agnizioni, omissioni, parole strozzate, omicidi, suicidi, sparizioni improvvise, occultismo, magia, trame che si intrecciano, conti che non tornano, e con magistrati e periti che si contraddicono e spesso si fanno la guerra. Ricordiamo, quanto meno a grandi linee, come morì Narducci e perché ancora si parla di doppio cadavere. Questi, giovane medico appartenente ad una facoltosa famiglia perugina, scomparve misteriosamente mentre si trovava a bordo della sua imbarcazione sul Trasimeno. La mattina aveva ricevuto una telefonata e  si era subito mostrato estremamente agitato. Poi, a metà pomeriggio, mentendo a familiari ed amici, si era recato al lago. Un corpo venne ritrovato quattro giorni dopo vicino alla riva, gonfio e apparentemente irriconoscibile. In gran fretta medici legali, procura e familiari riconobbero nel cadavere il giovane dottore scomparso, la morte per annegamento venne data per scontata e quindi le autorità presenti sul posto non fecero altro che riconsegnare il corpo alla famiglia per la sepoltura. Tutto sembrò finire lì, pur rimanendo in piedi inquietanti testimonianze che smentivano questa ricostruzione. Anni dopo però la magistratura perugina tornò sul caso e con la riesumazione, confrontando le dichiarazioni dei testimoni, l’unica foto scattata sul pontile in quel del 1985, e sulla base delle perizie, i p.m. si convinsero che dentro la bara ci fosse un corpo diverso da quello ripescato nel lago. E inoltre, in base all’autopsia, i periti della procura ritennero che la morte non fosse  avvenuta per annegamento ma semmai per strangolamento. Convinzione supportata dall’ulteriore constatazione che intorno all’indagine si siano mossi personaggi non soltanto perversi ma altresì altolocati, ben intenzionati a mettere il silenziatore alla vicenda e legati a quella massoneria che la famiglia Narducci conosceva bene.

Dando per scontato quindi  che conosciate almeno in parte quanto accadde in quell’ottobre del 1985 sul Trasimeno, non è esercizio ozioso riproporre qualche passaggio di tratto da un provvedimento del Tribunale del riesame in merito alla questione del doppio cadavere di Narducci, che, pur confermando una bocciatura nei confronti della procura di Giuliano Mignini, così si esprime: “Va da sé che la tesi del doppio cadavere, a giudizio del collegio, costituisce un punto fermo, francamente insuperabile né minimamente contrastato da elementi di segno contrario nella misura nella quale il coacervo delle deposizioni raccolte, tutte concordanti, si è saldato con gli esiti degli accertamenti autoptici ed antropometrici, ove questi ultimi non sono ad oggi neppure messi in discussione sul piano scientifico”. Provata anche la contraffazione dei certificati di morte: “laddove la prima mano ebbe ad indicare quale giorno dell’evento il 9 [ottobre], la seconda mano ha cancellato il 9 scrivendo il numero 8 […] ebbe a cancellare col bianchetto..” (pag. 229). Lo stesso procuratore generale della Cassazione Giuseppe Febbraio, come scrive Fiorucci, in merito alla vicenda fa capire come l’omicidio di Francesco Narducci sia nato negli ambienti del mostro “ma non è certo che a commetterlo siano state le stesse persone che hanno ammazzato le coppiette” (pag. 244).

Anche quando il pubblico ministero Mignini chiese l’archiviazione di uno dei due rami dell’inchiesta e il proscioglimento con formula dubitativa degli indagati, presunti mandanti, presunti esecutori, presunti fiancheggiatori, fu perché non aveva abbastanza carte da giocare nel processo ma non certo per mancanza di convinzione. Per non parlare della consueta mannaia: la prescrizione. Il giudice Marina De Robertis, sempre come riportato da Fiorucci, nel prendere atto delle richieste dei p.m., e pur apprezzando il loro lavoro investigativo, scrisse: “I reati inerenti al doppio cadavere […] sono iscritti per prescrizione avuto riguardo alla data di commissione degli stessi. Infatti il reato più grave è un reato istantaneo e permanente che si consuma nel momento in cui viene posta in essere la condotta istantanea” (pag. 313). Ma dalle carte, pur con tutti i proscioglimenti che si vuole, si evince un dato di fatto: “è stato un omicidio ma non è stato trovato il colpevole” (pag. 315). Quindi non un suicidio e tanto meno una disgrazia, come invece sostenuto a gran voce dai familiari di Narducci, indagati dai p.m.

Il libro di Fiorucci ha poi il merito di spiegare le ulteriori vicende giudiziarie che videro contrapposte le procure di Firenze, Perugia, Genova e che hanno temporaneamente messo nei guai Michele Giuttari e lo stesso Mignini. Con qualche spunto forse inedito e tale da mostrare quanto fastidio abbiano dato certe indagini che toccavano famiglie importanti e facoltose. E’ il marzo 2000: “due signore ben imparentate inviano al Viminale un fax per sapere a che punto è la pratica di allontanamento dalle indagini di questo signore [n.d.r. Giuttari] che si interessa tanto alla loro villa di San Casciano che, figuriamoci, ritiene sede di strani riti. E che, oltretutto, cerca cerca e non trova nulla” (pag. 248). Questo lo stato degli atti fino al 2010 quando entra in scena il G.I.P. Micheli; il quale fa piazza pulita di anni ed anni di indagini. Con un eloquio ironico, se non pesantemente sarcastico, il magistrato stronca punto per punto le ricostruzioni dei colleghi ed in particolare del pubblico ministero Mignini, facendo rilevare come in fondo sulla morte di Narducci siano state costruite leggende metropolitane e come i suoi colleghi abbiano ragionato fuori da ogni logica. Centinaia di pagine che disconoscono sia i rapporti tra Narducci, i compagni di merende ed indagati come il farmacista Calamandrei, sia le pressioni da parte degli ambienti massonici volte a mettere la mordacchia all’inchiesta. Una sequela di stroncature senza appello salvo un passaggio che i lettori più accorti potranno aver colto ben prima di terminare la lettura del libro: “Certo è che qualche frequentazione fiorentina ce l’aveva, forse anche con persone a loro volta impelagate con quella storia, e soprattutto è di vistosa evidenza che la drammatica teoria dei duplici omicidi si interruppe dopo la sua morte. Ragioni di sospetto, dunque ce n’erano e ce ne sono ancora, magari a fondare un’ipotesi investigativa su cui lavorare. Ben altra cosa sono, lo si ripete per l’ennesima volta, le chiacchiere” (pag. 356).

Nella speranza che gli inquirenti sappiano distinguere fantasie di mitomani, chiacchiere e reali spunti investigativi, qualche lettore – legittimamente – potrebbe rimanere stupito da questo passaggio tra le righe di un papiro fatto di centinaia di pagine e mirato a stroncare le tesi di Mignini. Una svista, un lapsus, una nostra interpretazione sbagliata? Ad oggi non lo sappiamo. Sappiamo semmai che la faccenda del doppio cadavere e della morte di Narducci non finisce qui. Il pubblico ministero, anche proprio prendendo spunto da questo passaggio scritto da chi, con le sue stringenti argomentazioni, voleva affondare l’inchiesta, si è rivolto alla Cassazione. Il motivo? “La totale assenza della motivazione richiesta per una sentenza di non luogo a procedere al termine dell’udienza preliminare, sostituita da una ricostruzione del tutto personale e di merito della vicenda, operata dal GUP, in violazione dei limiti che la legge pone ai poteri del Giudice dell’udienza preliminare”. Alla Suprema Corte sono stati inviati centinaia di faldoni, con un’appendice inedita. Luciano Malatesta, classe 1967, figlio di quel Renato trovato morto impiccato con i piedi per terra (morte per la quale sono stati accusati Pacciani e Vanni) e di quella Maria Sperduto più volte violentata dai compagni di merende, fratello di Milvia Malatesta, incaprettata e uccisa col figlio Mirko, nel 2010 si presentò davanti a Mignini e disse. “Mi ricordo che un giorno del 1980, prima che morisse mie padre […] sopraggiunse un’auto di colore chiaro a bordo della quale c’era un giovane piuttosto distinto che era il medico perugino Francesco Narducci […] io ho avuto dei colloqui con [omissis] dopo aver tentato di fare pressioni su di me perché non parlassi […](pag. 382). Così Fiorucci al termine del suo libro: “Questa è una storia di convinzioni contrapposte. Che non sono cambiate per ventisette ani e non cambieranno neppure nei prossimi ventisette. Qualunque cosa succeda nelle aule di giustizia, la verità giudiziaria, cioè quella concreta, sarà sempre inseguita da quella immaginata, cioè suggestiva. E continuerà a sentirne i morsi” (pag. 384). Morsi o non morsi, sperando che logica giudiziaria e buon senso non si dimostrino poi così distanti, già sappiamo che i pubblici ministeri non sono intenzionati a demordere e la vicenda potrà avere ulteriori sviluppi. Come disse qualcuno: “E non finisce qui”.

Edizione esaminata e brevi note

Alvaro Fiorucci, laureato in sociologia, giornalista professionista, vice-caporedattore della Rai, collaboratore del quotidiano «la Repubblica», è stato tra i fondatori dell’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria e dell’Associazione Stampa Umbra e consigliere della Federazione Nazionale della Stampa. Ha pubblicato anche “Le Donne Trafficate”, un romanzo-inchiesta sul commercio internazionale degli esseri umani.

Alvaro Fiorucci, 48 – small. Il dottore di Perugia e il mostro di Firenze, Morlacchi Editore, Perugia 2012, pag. 386

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2012

Recensione già pubblicata il 23 dicembre 2012 su ciao.it e qui parzialmente modificata.