Lucchetti Leandro

Bora scura

Pubblicato il: 1 ottobre 2017

Se vogliamo prendere per buona la definizione proposta dall’Historical Novel Society allora anche “Bora scura” di Leandro Lucchetti, seppur per il rotto della cuffia, potrà essere catalogato tra i “romanzi storici”. Quello che piuttosto ci sentiamo di affermare è che l’opera dello scrittore triestino Leandro Lucchetti non è assimilabile ad un romanzo politico, se inteso alla stregua di esercizio di propaganda o a qualcosa sfacciatamente di parte. Da questo punto di vista il brano riportato in quarta di copertina dice già molto: – In Montenegro ammazzavamo la povera gente che stava con i partigiani… – aveva continuato Petro – …Qui ammazziamo la povera gente che sta con i fascisti! – Adesso ammazzi dalla parte giusta! – aveva detto, cinicamente, Vissious, quasi scherzando. – Non dire stronzate! – era sbottato Petro – Non mi andava di fare il macellaio con la divisa da Alpino e non mi va di fare il macellaio col fazzoletto rosso al collo!”.

“Bora scura” spalanca agli occhi del lettore una tale vastità di argomenti, luoghi, situazioni, con le parole e le ossessioni di personaggi per ideologia e cultura spesso agli antipodi, che, secondo noi, la narrazione di oltre 1500 pagine risulta giustificata. Stiamo parlando, come recita giustamente il titolo, di una saga che, dalle prime immagini del Montenegro del 1941, presto torna al ricordo della Trieste del 13 luglio 1920, per poi proseguire con quanto accaduto nei pressi del confine orientale d’Italia, in particolare in Carnia, durante il ventennio, la guerra e  il  primo dopoguerra. “Saga”, se vogliamo essere pedanti, viene anche intesa –  almeno nella sua accezione moderna –  come “vicissitudini di un collettivo sociale con radici comuni”. E i problemi, per lo più letali, in quello scorcio di Italia o di Yugoslavia, si sono manifestati proprio a causa delle “radici comuni”, pretese o negate, che hanno generato un’infinità di lutti e che Lucchetti, senza edulcorare alcunché, ha voluto rievocare nel suo romanzo. Si ricordano le peripezie, tra le tante, di Petro, prima alpino in Montenegro, poi partigiano; dei fratelli Radetic durante e dopo il tentativo di assimilazione forzata da parte del Fascismo (Matej è orgoglioso della sua etnia croata mentre Aloisio, almeno inizialmente, sceglie di essere italiano); di Loris che, a dieci anni e in occasione dell’incendio del Narodni dom, si rende conto della militanza fascista del padre; del tenente Mario Divoti, di origine borghese, prigioniero dei russi, poi convertito alla causa comunista, partigiano e infine coinvolto suo malgrado nello scontro tra comunisti stalinisti e comunisti titini; di Berto, partigiano tormentato dall’omicidio di Ombretta, che tradisce, milita tra i fascisti e poi, suo malgrado, si ritrova ancora tra i partigiani, fino ad un epilogo comune a molti dei personaggi presenti in “Bora scura”. Figure di ribelli, miliziani, militari, semplici montanari, cittadini che si barcamenano tra bande rivali, una più spietata dell’altra; ai quali si accompagnano donne, anche molto giovani, a volte carnefici, più spesso vittime di violenza, comunque imprescindibili per comprendere le vendette e i voltafaccia di coloro che abitavano il confine orientale.

Sono personaggi che, in vita o al momento di morire, al di là dei propri pregiudizi, scoprono di condividere qualcosa in comune: tutto nato da un incontro casuale, da conoscenze inaspettate; oppure, per fare un esempio, da Grazietta, la giovanissima prostituta sarda che prima ha a che fare con Matej, poi negli anni si trasforma in donna rispettabile, diventa la donna di Aloisio, fugge dalle violenze comuniste e naziste, torna al suo antico mestiere e poi ancora ridiventa donna rispettabile con Loris. Come in ogni romanzo storico che si rispetti il verosimile si combina con fatti storici accertati e spesso occultati da interessi di parte: scorrono le immagini di quanto combinato dagli alpini del “Tagliamento”; i primi infoibamenti; la Risiera di San Sabba, l’OZAK e la repressione poliziesca di Odilo Globočnik e dei suoi scherani; i massacri perpetrati dalle SS italiane, dai cetnici, dai domobranzi e dagli ustascia; le scorribande dei fascisti e dei comunisti titoisti nel territorio di Trieste; le imprese della banda Collotti e della banda Staffè, diverse per colore politico ma molto simili in quanto ad efferatezze; le sanguinose rappresaglie delle truppe tedesche; l’invasione dei cosacchi al servizio dei nazisti; le Brigate Garibaldi che collaborano con l’esercito di Tito ma nel contempo si dimostrano ostili alle formazioni di Giustizia e Libertà e alla Brigata Osoppo, fermamente anticomunista; l’occupazione di Trieste da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, vissuta da molti cittadini al pari dell’occupazione nazista; le vendette dell’immediato dopoguerra e tutti quelli che salirono sul carro del vincitore intenti, senza troppo penare, ad uccidere i loro ex compagni d’arme; la strage di Vergarolla; l’esodo forzato degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, accolti in patria dagli insulti degli stalinisti; lo spaventoso gulag titino dell’isola Calva.

Insomma, la rappresentazione di violenze efferate che non si spiegano soltanto con la contrapposizione nazismo-comunismo o fascismo-libertà od ancora con la lotta di classe. Le popolazioni del confine orientale evidentemente dovevano scontare rancori che venivano da molto lontano e che, fin da prima della guerra, si erano consolidati in speculari nazionalismi. Così Petro, ancora nelle vesti di alpino: “uomini che odiano da secoli…che non considerano il nemico un essere umano ma un animale da macellare” (pp.124). Un sentire che minava alla radice il decantato internazionalismo comunista e che faceva dire a Vuk che “il popolo era composto da croati, sloveni e italiani comunisti. Tutti gli altri erano fascisti e collaborazionisti” (pp.413). Con queste premesse la lotta di liberazione dal nazifascismo si complicava: “Il Partito Comunista Triestino ha, purtroppo, due anime, una è bianca rossa e verde, l’altra amoreggia con l’Osvobodilna Fronta sloveno”. Situazione ben chiara a Iumbo, amico di Loris e lucido pessimista che replica al segretario del partito comunista: “- Proprio cussì!- ha risposto Frausin – La priorità no xe la questione nazional ma sconfiger al nazifascismo! Dopo parleremo! – Dopo se la ciapemo int’el cul, caro mio!” (pp. 85 – vol. II).

Speranze mal riposte anche quelle di Mario Divoti che “conosceva bene il problema, lo viveva sulla sua pelle, lui che era istriano dell’etnia italiana, in perenne e insanabile contrasto con l’etnia slava. E pian piano s’insinuò in lui l’idea che, effettivamente, uno stato sovranazionale a regime comunista con eguali diritti e doveri per ogni popolo che lo componeva, potesse essere la soluzione dei problemi istriani” (pp. 151 – vol. II). Pure illusioni e difatti gran parte delle pagine di “Bora scura” sono dedicate alla descrizione di una guerra su più fronti, resa ancor più cruenta a causa del nazionalismo e dalle rivendicazioni etniche: presupposti per innumerevoli tradimenti nei confronti dei commilitoni e dell’ortodossia internazionalista. La storia, peraltro vera, del Capitano Casini è emblematica: “gli aveva fatto avere un dispaccio in cui denunciava come gli fosse ormai chiaro che i partigiani croati combattevano i tedeschi e i fascisti non per liberare l’Istria ma per annetterla alla Jugoslavia” (pp.189 – vol. II). Situazioni che si andavano a incancrenire negli ultimi mesi del conflitto: “Il Corpo Volontari della Libertà, braccio armato del CLN, deve assolvere a questo non semplice compito: combattere i nazisti e contemporaneamente sbarrare il passo agli slavi di Tito, resistendo fino al sopraggiungere dell’Esercito Alleato” (pp. 25 – vol. III).

Coloro che speravano in un comunismo capace di sedare le pulsioni nazionalistiche, Divoti in primis, alla fine si dovranno ricredere, o quanto meno dovranno fare i conti con il loro fallimento. Anche la situazione di Trieste diventa emblematica: “venivano prelevati [ndr: dalla polizia jugoslava] anche componenti del CNL e partigiani che avevano sempre proclamato la loro italianità e la loro avversione agli slavi titini” (pp-172 – vol.III).  Lo stesso Mario Divoti, ancora in Istria, poco prima di subire sulla sua pelle la strumentalizzazione etnica dello scontro Stalin-Tito, vivrà un grande cambiamento interiore: “si era del tutto disamorato della politica ma aveva rispetto per Tito, anche se molto meno per i funzionari di partito che prima di esser comunisti erano nazionalisti sfegatati. Mario però aveva addosso il peccato originale: era uomo di scuola sovietica” (pp.417 – vol.III). Un peccato che gli impedirà di riconciliarsi con i genitori al momento dell’esodo degli italiani e che, insieme a Vissious, lo porterà a subire una sorte simile a quella imposta a coloro che finivano in disgrazia col regime sovietico. Da questo punto di vista l’Isola Calva divenne un autentico paradosso: “lager creato con i cominformisti per supposti stalinismi era organizzato secondo i modelli dei lager staliniani perché i cervelli dell’UBDA erano stati addestrati, prima della rottura, dai maestri dell’NKVD sovietica” (pp.419 – vol. III). Alla fine anche Vissious, l’ex commissario politico duro e puro, dovrà prendere atto di alcune verità: “nel gelo lucido della sua solitudine gli era chiaro che un comunista non poteva raccontare ad altri comunisti in buona fede che c’erano comunisti che usavano gli stessi metodi dei nazisti” (pp. 469 – vol. III).

Molto diversa la sorte del triestino Loris, prototipo di italiano medio, che, almeno fino ai primi mesi del 1945, “non era mai stato fascista ma neppure aveva mai contrastato, se non a parole, il regime”. Prima di giungere ai “giorni della Madrepatria” intorno a lui si concretizzeranno vendette e inaspettati ricongiungimenti: dopo aver tanto rischiato, per lui e per la sua famiglia allargata, una prospettiva di vita borghese, tutt’al più inframmezzata da innocue trasgressioni. Come anticipato, se è vero che in “Bora scura” incontriamo partigiani e fascisti che combattono in Carnia, in Istria, in Montenegro, in Croazia, con momenti di vita in Sardegna, Africa, Unione Sovietica, proprio i collegamenti tra i vari personaggi rendono la lettura di queste millecinquecento pagine tutt’altro che faticosa. Oltretutto le tormentate psicologie, soprattutto di coloro che si sono ritrovati a rinnegare le proprie convinzioni politiche, ritrovando dignità (Matilde) o andando incontro alla morte (Berto) secondo noi sono state ben delineate. Coerente con questo approccio demitizzante è il realismo nel raccontare le nefandezze degli uomini e delle donne in guerra. E’infatti un confine orientale dove non esistono realmente eroi senza macchia e senza paura: il recente passato di gran parte dei protagonisti è compromesso da qualche crimine, e quindi il romanzo potrà essere letto come una parabola del fanatismo ideologico e della violenza gratuita. Anche il sesso, presente in molte pagine del romanzo, se da un lato potrà rappresentare una sorta di nota di colore – retaggio forse del Lucchetti regista e sceneggiatore di film di genere – spesso appare strumento di sopraffazione e di annientamento. Un modo alternativo di uccidere il nemico, anche senza divisa; perché, ci ricorda l’autore, “non si facevano prigionieri, non si usava in quella triste guerra fra italiani: i militi fascisti fucilavano i partigiani comunisti, i partigiani comunisti fucilavano i militi fascisti, tragicamente accumunati dell’odio che li consumava” (pp. 378 – vol. II).

Edizione esaminata e brevi note

Leandro Lucchetti, nato a Trieste nel 1944, ha un passato di aiuto-regista e sceneggiatore.  In seguito regista  di un’opera prima d’autore, “Maledetta Euridice!” (1982) e di cinque altri film di genere, nel 1985 è entrato in Rai e si è specializzato nella realizzazione di documentari e programmi culturali. Nel 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, un noir: «Amorosi sensi» (Fuorilinea Editore).

Leandro Lucchetti, “Bora scura. La saga del confine d’oriente”, Robin (collana: “Robin&sons”), Torino 2017, pp. 1600.

Luca Menichetti.  Lankenauta, ottobre 2017