Roth Joseph

La leggenda del santo bevitore

Pubblicato il: 20 novembre 2017

È questo l’ultimo scritto di Joseph Roth. Fu pubblicato nel 1939, poco tempo dopo la scomparsa dello scrittore e ne “La leggenda del santo bevitore”, fatalmente, si ritrova molto della vita del suo autore. Un racconto che, per il suo contenuto delicatamente morale e a tratti fantastico, ricorda un po’ una parabola.

Parigi, 1934. Andreas Kartak è un clochard che dorme sotto i ponti della Senna. È un bevitore e vive di poco. La sua esistenza, un giorno, viene stravolta dall’incontro con uno sconosciuto che ha appena vissuto l’esperienza della conversione: “Deve sapere che sono diventato cristiano dopo aver letto la storia della piccola Teresa di Lisieux. E adesso sono particolarmente devoto a quella statuetta della santa che è nella cappella di Santa Maria di Batignolles…“.

Andreas riceve in dono dal misterioso signore duecento franchi. Al suo generoso benefattore il clochard, che è un uomo d’onore, garantisce che si sdebiterà presto: consegnerà i duecento franchi ricevuti tanto altruisticamente al sacerdote della cappella in cui si trova la statua di Santa Teresa. A questo bizzarro ed inaspettato incontro ne fanno seguito altri. Andreas è catapultato in una sorta di miracolosa sequela di eventi che lo portano a staccarsi, anche se per poco, da quella realtà di emarginazione e squallore in cui è abituato a vivere. Ha dei soldi: può bere quanto vuole, può mangiare ciò che gli piace, può cercare delle donne.

In questo circolo di inspiegabili eventi c’è spazio per la comparsa di persone che spuntano inaspettatamente dal passato del protagonista: Caroline, la donna che ha amato e per la quale è finito in prigione; Kanjack, un suo vecchio compagno di classe, ora divenuto un calciatore ricco e famoso; Woitech, minatore esule come Andreas e come Andreas ormai povero ed alcolizzato.

Kartak vuole tener fede alla promessa fatta allo sconosciuto. Vuole davvero sdebitarsi e consegnare i duecento franchi alla santa, ma ogni volta qualcosa o qualcuno lo allontana dal suo proposito. Andreas è un uomo di cuore, forse perfino eccessivamente ingenuo. Lascia che le circostanze e le persone lo trascinino altrove. Si avvicina al suo scopo e si smarrisce ogni volta, in un gioco di incastri mancati e di rimandi annunciati. L’ombra dell’alcol lo segue costantemente ed ostinatamente: nel corso di tutta la vicenda lo ritroviamo quasi sempre ubriaco. L’epilogo della storia è amaro e, al contempo, delicato e commovente.

Il “santo bevitore”, scrive Roth. Perché Andreas è un santo senza saperlo, come ce ne possono essere tanti. Vittima di un destino che lo ha portato a consumarsi in una città non sua, a vivere miseramente in strada, a far parte della famiglia dei più disperati. Eppure consapevole della sua dignità e della sua onestà, quindi fiducioso nei miracoli e nel loro ingiustificato ripetersi, felice della fortuna che, ogni volta, dissipa come farebbe un bambino.

Roth ed Andreas si somigliano. Entrambi estranei a una realtà che non appartiene loro. Entrambi provenienti da un Impero, quello asburgico, oramai disfatto e conquistato dai nazisti. Dissipati e consumati dall’abuso di alcol eppure magicamente attaccati alla vita e ai suoi inspiegabili eventi. Pieni di speranza e sicuri del proprio valore, nonostante l’indifferenza di chi li guarda, li giudica e li giudica male.

Nella prima pagina del libro c’è un disegno che ritrae Joseph Roth appoggiato al bancone, accanto a bottiglia e bicchiere. È stato realizzato da Mies Blomsma ed è datato Parigi novembre 1938. Riporta un significativo appunto dello scrittore: “Ecco quel che sono veramente: cattivo, sbronzo, ma in gamba“.

Edizione esaminata e brevi note

Joseph Roth nacque a Brody, in Galizia orientale, il 2 settembre 1894. Apparteneva ad una famiglia ebraica. Studiò germanistica e filosofia a Leopoli prima e a Vienna poi. Prese parte alla Prima Guerra Mondiale come volontario e venne fatto prigioniero dei russi. Al termine del conflitto lavorò come giornalista a Vienna, Berlino e Francoforte. Nel 1933, a causa dell’avvento di Hitler, lasciò la Germania e si trasferì a Parigi dove morì, alcolizzato, il 27 maggio 1939.

Joseph Roth, “La leggenda del santo bevitore”, Adelphi, Milano, 2006. Traduzione di Chiara Colli Stuade. Titolo originale: “Die Legende vom heiliegen Trinker”, 1939.

Nel 1988 “La leggenda del santo bevitore” è divenuto anche un film per la regia di Ermanno Olmi.

  • andrea brancolini

    Ho visto il film, un paio d’anni fa, molto bello. Film che vinse il Leone d’Oro a Venezia, con una grande interpretazione di Rutger Hauer. Olmi ha questo tempo narrativo lento, disteso, in cui ogni scena è come un quadro. Da quel che leggo, il film è abbastanza fedele al romanzo, tranne che per il calciatore, che sullo schermo diviene un pugile. Lascio una lunga sequenza: https://www.youtube.com/watch?v=8VS-8hnvbXw

    • Maria Tortora

      Io credo di non averlo mai visto.
      Forse dovrei…

      • andrea brancolini

        Secondo me merita una visione. Il video che ho lasciato è abbastanza lungo per far capire il passo del film. I pochi (mea culpa) film di Olmi che ho visto mi sono sempre piaciuti, anche se mi mettono alla prova (in fondo son cresciuto a film d’azione), e hanno una fotografia splendida. Ricordo il film su Giovanni dalle Bande Nere, l’ultimo sulla prima guerra mondiale, Torneranno i prati.