Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Tre Giorni nel Sud – Parte 1

Pubblicato il: 24 febbraio 2015

Azerbaigian mappaSegue qui la cronaca di un breve viaggio di tre giorni fatto a fine gennaio 2015 nella regione sud dell’Azerbaigian. Mete del viaggio sono state Lankaran, principale centro urbano della regione, situata sulla costa e a poche decine di chilometri dal confine con l’Iran; Lerik, paesotto di montagna a circa sessanta chilometri da Lankaran e famoso per l’alto numero di ultracentenari e infine Yardimli, altro piccolo paese di montagna noto per i bei paesaggi che si possono ammirare arrivandoci. Ad accompagnarmi in questo viaggio c’era Natasha, ragazza russa di ventun’anni che ho conosciuto quest’estate in Tunisia e che è venuta a trovarmi a Baku per circa dieci giorni. Il sud dell’Azerbaijan possiede poche attrazioni dal punto di vista architettonico o culturale, il suo punto di forza è la natura, estremamente rigogliosa per le abbondanti piogge e fortunatamente ancora intatta grazie all’assenza di petrolio e gas nel sottosuolo. Nonostante tutte le persone che abbiamo incontrato ci abbiano detto di tornare in primavera per poter vedere questa regione nel suo momento migliore, si è trattato di un viaggio interessante, insaporito da situazioni curiose e che ci hanno fatto capire molto sull’Azerbaigian e sulla sua popolazione. Una costante è stata la fortuna di avere con me una persona di madrelingua russa, il che è molto importante in posti come questi dove l’inglese serve a poco. Le conversazioni qui di seguito riportate si basano sulla mia povera comprensione del russo e sulle traduzioni fattemi da Natasha spesso in simultanea.

Lerik, mercoledì 28 gennaio 2015 ore 22:11

Il nostro viaggio inizia verso le dieci e quindici di martedì sera. Ci vestiamo, prendiamo i nostri zaini e ci dirigiamo alla stazione, vicinissima a casa mia. Il modo migliore per andare a Lankaran è il comodo treno notturno che parte da Baku alle undici e che dovrebbe arrivare alle sette di mattina. Il biglietto ci è costato solo otto manat (circa nove euro) e comprende pure cuscino e lenzuola per dormire. La stazione dei treni di Baku è forse uno dei luoghi più tristi su cui abbia mai posato gli occhi: l’edificio è di chiara costruzione sovietica e anche di giorno è sorprendentemente poco affollato, se si considera che si tratta della stazione centrale della capitale. Sopra l’entrata laterale campeggia una gigantografia di Heydar Aliyev, ormai defunto ex presidente dell’Azerbaigian, padre dell’attuale presidente Ilham Aliyev e unanimemente considerato padre della patria e fondatore del moderno Azerbaigian. Nella gigantografia è ritratto mentre visita l’interno di un vagone del treno. I muri della stazione hanno un colore grigio spento, per arrivare ai binari passiamo per un paio di corridoi e percorriamo un sottopassaggio, siamo le uniche persone in quel momento e i nostri passi risuonano davanti e dietro di noi. Quando risaliamo le scale del sottopassagio ci ritroviamo su una banchina, attorniata da due treni, gli unici fermi al momento nella stazione.

I fogli di carta attaccati ai finestrini delle carrozze ci dicono che il nostro treno è quello sulla destra. Mostriamo i nostri biglietti ad un poliziotto, che ci indica la nostra carrozza, la numero diciassette. Arriviamo e ci avviciniamo a quello che sembra essere il capotreno: un signore di circa sessant’anni con baffi bianchi simili a quelli dell’attuale presidente, baffi che possono essere considerati una via di mezzo tra quelli di D’Alema e quelli di Hitler. Sono molti gli uomini locali oltre i quarant’anni che portano questo tipo di baffi e, anche se non ne ho mai avuto conferma, sospetto che si tratti proprio di un’influenza presidenziale. Oltre che per i baffi, il capotreno, che in verità è più un capovagone, si caratterizza per una pancia di notevoli dimensioni. Con fare frettoloso ci chiede di fargli vedere i passaporti. Io gli do la carta plastificata che è il mio permesso di soggiorno, il quale in teoria dovrebbe valere più del passaporto in quanto conta come una mezza cittadinanza azera, o almeno questo è quello che mi hanno detto quando me l’hanno consegnata. Lui lo guarda, se lo rigira tra le mani e poi usando le sue indubitabili doti di osservatore dichiara con disappunto che quello non è un passaporto. Vedendo che costui non sa nemmeno cosa sia un permesso di soggiorno, ripenso a tutta la fatica che ho fatto per ottenerlo e allora mi sale un certo sentimento di disappunto verso la burocrazia locale. Dopo aver registrato i nostri nomi su un foglio ci fa salire sul treno. Appena entriamo noto alla mia destra il sistema di riscaldamento del vagone: una stufa a carbone. Le pareti sono in legno, il corridoio è stretto, dallo stile e dai cartelli in russo si capisce che pure il treno appartiene al periodo sovietico. Entriamo nel nostro compartimento, ci sono quattro cuccette e un piccolo tavolino vicino al finestrino. Il capotreno ci dice di sistemarci e di sederci. Il caldo nel vagone e in particolare nel nostro compartimento è soffocante, ci togliamo in fretta giacche e felpe, restando solo in maglietta, ma fa caldo lo stesso e con dispiacere noto che non si può nemmeno aprire il finestrino. Dopo qualche minuto il capotreno torna da noi e ci dice che se vogliamo può fare in modo che non venga nessun altro in quel compartimento. Oltre ad affermare tutto questo in russo, lo dice rivolto verso di me, quando ormai è chiaro che io il russo non lo so. Evidentemente l’essere l’uomo della situazione mi qualifica quale interlocutore privilegiato nonostante il problema linguistico. Naturalmente questo favore non è gratis, Natasha gli chiede quanto vuole e lui ci dice quindici manat (più o meno diciassette euro). Entrambi non siamo molto entusisati all’idea di trovarci a condividere quel poco spazio che abbiamo con altri due sconosciuti azeri e quindi accettiamo, Il capotreno ne sembra soddisfatto e ci dice che ripasserà più tardi. Quando se ne va io sono leggermente sorpreso da questa semi-innocente forma di corruzione, tuttavia Natasha mi racconta che lei ha spesso usato treni notturni in Russia e la situazione è esattamente la stessa, mi preannuncia pure che tra un po’ l’uomo ci chiederà se vogliamo un tè, qualche biscotto e magari pure la colazione domani mattina. In effetti lei sembra abbastanza a suo agio nel nostro compartimento, mi mostra come alzare le due cuccette superiori che non ci serviranno, mi fa vedere dov’è l’interruttore della luce e mi aiuta a mettere le lenzuola che il capotreno ci ha appena dato.

Io da povero europeo abituato a treni diurni cerco di non sembrare troppo spiazzato da una situazione che mi è praticamente nuova. Puntuale alle undici il treno parte, all’inizio penso che abbia un’accelerazione piuttosto lenta, poi capisco che in verità quella è la velocità di crociera, decisamente più lenta di quella a cui sono abituato. Inoltre è chiaro che pure le rotaie non sono delle più recenti: da noi ormai le rotaie sono abbastanza moderne quando il treno si muove è più raro sentire il caratteristico “tu-tum tu-tum, tu-tum tu-tum” delle ruote di ferro che passano sopra le congiunzioni. Su questo treno invece il rumore c’è e ovviamente cambia frequenza al variare della velocità del treno. Come previsto da Natasha, il capotreno torna da noi dopo qualche minuto, gli consegno i quindici manat che gli dobbiamo e lui allora si siede a chiacchierare di fianco a Natasha. A quanto pare da giovane è stato in Russia e ha pure visitato San Pietroburgo, dove abita Natasha. Ora lavora come tassista, ma ogni tanto opera pure sui treni. Vuole sapere cosa andiamo a fare a Lankaran e quando scopre che siamo turisti ci dice che avremmo fatto meglio ad andare in primavera, perché adesso non è molto bella. C’informa pure del fatto che, se vogliamo tornare a Baku col treno, non serve che compriamo il biglietto, basta che andiamo direttamente da lui, al vagone diciassette, quando il treno passa per Lankaran la sera. Alla fine ci chiede se vogliamo un tè e noi accettiamo di buon grado. Dopo cinque minuti ci porta un paio di tazze di tè, qualche zolletta di zucchero ed un piattino con le fette di limone più malandate che io abbia mai visto. Gli do due manat e lui ci augura una buona notte. Beviamo il nostro tè e chiacchieriamo per un po’prima di dormire. Con piacere noto che la cuccetta non è eccessivamente corta e che posso stare disteso comodamente nonostante il mio metro e novantatre di altezza. Malgrado quest’inaspettata comodità passo la notte praticamente sveglio, i miei tentativi di addormentarmi falliscono di fronte al ritmico rumore delle ruote unito a quelli che provengono dal corridoio. Tuttavia questo mi permette di osservare come il treno si fermi ogni quarto d’ora e spesso non all’interno di stazioni, per motivi che sfuggono alla mia comprensione. Inoltre la scarsa velocità è decisamente frustrante per chi è abituato agli Italo o alle Frecce di Trenitalia. La notte passa tra una giravolta e l’altra nella mia cuccetta. Considerando che l’orario previsto di arrivo era alle sette di mattina abbiamo impostato la sveglia alle sei e un quarto. Al trillare della suoneria ho l’impressione di aver dormito mezz’ora, Natasha invece sembra più riposata. Facciamo colazione con qualche dolcetto che abbiamo comprato a Baku, fuori dal finestrino è ancora buio e si vedono poche luci. Alle sette noi saremmo pronti per scendere, ma il capotreno, vedendo che la porta del nostro scompartimento è aperta, con la faccia e la voce di uno che si è appena svegliato, ci dice che manca ancora un’ora all’arrivo. La cosa mi solleva un po’ dal momento che il pensiero di scendere dal treno ancora col buio non mi alletta per niente. Quando i primi raggi del sole salgono dall’orizzonte vediamo che il paesaggio è più verdeggiante di quello semi-desertico che si trova attorno a Baku. Si tratta di una grande pianura che fornisce all’Azerbaigian una buona parte delle sue risorse agricole, i terreni sono infatti resi fertili dal clima favorevole caratterizzato da estati temperate, inverni mai troppo freddi e piogge abbondanti e costanti durante tutto l’anno. Quando il capotreno ci dice che mancano dieci minuti all’arrivo usciamo nel corridoio e dai finestrini sull’altro lato del vagone vediamo che la ferrovia corre a pochi metri dalla costa: qui una stretta spiaggia dalla sabbia scura presenta qualche bungalow e qualche bar che d’estate probabilmente vengono usati dai bagnanti locali. Intorno alle otto arriviamo a Lankaran. La stazione praticamente non ha una banchina, c’è solo un edificio di fianco ai binari, tra i quali cresce un manto d’erba di un bel verde acceso. Il capotreno ci abbassa la scaletta e ci saluta. Il treno riparte quasi subito, la sua destinazione finale infatti è Astara, piccola città al confine con l’Iran. Lankaran è uno dei principali centri urbani dell’Azerbaijan, nel paese è famosa fondamentalmente per la produzione di tè, per i bei giardini e per aver dato i natali ad Hezi Aslanov, un generale dell’Armata Rossa che combatté nella Seconda Guerra Mondiale. Quando arriviamo la città è coperta dalla nebbia, ma non fa eccessivamente freddo. C’incamminiamo lungo quella che sembra la strada principale per cercare un bar dove fare colazione. Davanti alla stazione c’è una piazza con al centro una statua proprio di Aslanov, sotto gli alberi che ci sono a poca distanza dalla piazza, vediamo una mucca distesa per terra che ci guarda con aria sorpresa, come se anche lei ci volesse chiedere cosa ci facciamo a Lankaran. Dopo cinque minuti di cammino troviamo un piccolo bar arredato in stile moderno. Il ragazzo al bancone è seduto a guardare la televisione e quando entriamo cerca di ricomporsi in fretta mettendosi la camicia nei pantaloni. Con davanti due sorprendentemente accettabili cappuccini e un paio f

ette di torta diamo un’occhiata alla mia guida dove c’è una mappa di Lankaran. Il piano è visitare la città, cosa che prevediamo non ci porterà via molto tempo e poi in tarda mattinata trovare un bus o un taxi che ci porti a Lerik, un paese tra le montagne a circa sessanta chilometri da Lankaran. Finiamo la nostra colazione ed usciamo di nuovo nella nebbia. Camminiamo per dieci minuti e siamo praticament

e già nella periferia, le strade sono tranquille e le case intorno sembrano di vecchia costruzione, a differenza che nel centro città dove ci sono condomini nuovi, i più alti edifici della zona. Proseguendo vediamo la prima attrazione di Lankaran: una grande costruzione di mattoni e dalla pianta rotonda, una specie di tozza torre.

Si dice che Stalin da giovane venne imprigionato qui per qualche tempo. Facciamo un giro intorno alla costruzione, ma non ne siamo particolarmente colpiti. Più avanti vediamo che la strada attraversa un vecchio ponte di ferro. Natasha insiste per andare a vedere. Di fianco al ponte vediamo una gigantografia di Heydar Aliyev, una vera costante anche nei luoghi più remoti del paese. Di fianco al ponte stradale c’è quello pedonale, cui la nebbia conferisce un aspetto decadente, che lo rende molto affascinante. Lo attraver

siamo, sulla destra la nebbia si dirada e vediamo le montagne in lontananza, si tratta dei monti Talysh, i quali segnano il confine tra l’Azerbaijan e l’Iran. Non sono molto elevati e non hanno neve sulle cime. Facciamo un rapido giro sull’argine per scattare un paio di foto e poi torniamo indietro verso il centro città. Passiamo di fianco al museo di storia, che però è chiuso e attraversiamo un parco pubblico con la crescente impressione che probabilmente senza nebbia e nella stagione giusta questa città abbia sicuramente di più da offrire. Dopo altri dieci minuti ci ritroviamo di nuovo dalle parti della stazione, passiamo davanti ad un grande giardino, che funge da memoriale dei massacri compiuto dai soldati armeni ai danni della popolazione azerbaijana durante

la guerra del Nagorno-Karabakh negli anni Novanta. Un paio di pareti riportano i nomi delle vittime, alcune iscrizioni sono tradotte anche in inglese e una attira la mia attenzione.

Mi avvicino per controllare e, anche se non è decisamente il luogo adatto, mi scappa una risata. Chiunque abbia tradotto le iscrizioni in inglese voleva scrivere qualcosa su tutte le vittime rimaste sconosciute, che in inglese si dice “unknown”, tuttavia sul monumento la scritta dice “unknowen”, un banale errore su un verbo irregolare. Faccio notare la cosa a Natasha e pure lei si mette a ridere. Lasciamo lo sgrammaticato memoriale e ci ritroviamo di nuovo nella piazza davanti alla stazione dove c’è la statua di Hezi Aslanov, la attraversiamo e sulla parete laterale di un palazzo per matrimoni vediamo quella che è celebrata come la figura simbolo della città: si tratta di un altorilievo di metallo raffigurante una posse

nte figura femminile, che in una mano regge una tazza di tè e nell’altra una spada.

Figure simili si possono trovare anche in altre parti del paese e simboleggiano l’equilibrio tra gentilezza, ospitalità e forza. Un concetto che si può applicare a tutto il paese, ma che è particolarmente appropriato a Lankaran essendo questa la città del tè ed essendo il tè il principale simbolo di ospitalità. Scattiamo qualche foto e poi ci dirigiamo verso l’edificio più famoso di Lankaran: il Mayak. Nulla più che una bassa e tozza torre bianca che una volta fungeva da faro. Lo stile è lo stesso della torre di Stalin e sembra che pure questo sia stato usato come prigione per un certo periodo.

Oggi l’abbassamento del livello del Mar Caspio l’ha ormai reso inutile, ma resta comunque l’edificio simbolo della città. Secondo la nostra mappa, di fianco alla stazione c’è un ponte che passa sopra la ferrovia e che porta alla spiaggia. Ci dirigiamo in quella direzione, il ponte in questione è un vecchio rudere malmesso che perde pezzi a vista d’occhio e che a malapena ha qualche parapetto. Sembra tuttavia ancora in grado di reggere due persone, saliamo e lo attraversiamo, la scalinata dall’altra parte è ancora più malmessa della prima e un paio di blocchi di cemento che fungono da scalini sono ormai storti. Con cautela riusciamo a scendere sani e salvi. Là vicino un gruppo di uomini ci guarda con stupore, dall’altra parte dei binari pure un poliziotto è attirato dalla nostra presenza, ma non sembra volerci fermare. Percorriamo gli ultimi cento metri che ci separano dalla spiaggia passando di fianco a quello che sembra un vecchio bunker sovietico ormai abbandonato. La spiaggia in sé è larga una ventina di metri, la sabbia ha un colore nero e ha la consistenza del terriccio.

Vicino vediamo un paio di baracche di legno che probabilmente d’estate fungono da bar per i bagnanti locali. A ridosso dell’acqua ci sono numerosi pietroni evidentemente posizionati là apposta. In lontananza vediamo qualche barca di pescatori che si muove in direzione di alcune boe che segnalano la presenza delle reti. Per terra notiamo numerose scritte romantiche fatte con sassi e conchiglie. Il tema più comune sono due iniziali con in mezzo il segno più ed incorniciate da un grosso cuore. A quanto pare a Lankaran il gesto più romantico che un giovane innamorato può fare per la sua amata è costruire una di queste composizioni di sassi e conchiglie. Ci sediamo per qualche minuto a riposarci, Natasha si avvicina all’acqua e, nel tentativo di scattare una foto delle onde che s’infrangono sui pietroni, viene colpita in pieno da un getto di spruzzi.

Per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/L%C9%99nk%C9%99ran

Francesco Ricapito, Febbraio 2015