Oliva Franco

De finitudine

Pubblicato il: 7 gennaio 2018

Quanto possa significare una frase come “La finitezza specchio del nulla” – lo scrive lo stesso Massimo Frana, curatore dell’opera – è probabilmente il nucleo centrale della ricerca di Franco Oliva. Ne è scaturito un libro di non facile lettura, non fosse altro per aver voluto concentrare le innumerevoli riflessioni in meno di duecento pagine: in sostanza un excursus sull’umana finitezza che ha coinvolto, con uno sguardo interdisciplinare, non soltanto la storia della filosofia in quanto tale ma, altresì, il pensiero teologico, la mistica, la letteratura, la fisica, la psicologia. Una finitezza che sembra rivelarsi innanzitutto nei limiti dei ricercatori e degli intellettuali. Il pensiero filosofico, scrive Oliva, apparirebbe impotente a “trovare un ordine di significazione valido per i diversi livelli” e quindi “si imbatte nel concetto più contradditorio e controverso che sia riuscito a partorire: quello del Nulla” (pp.43). Ed inoltre: “muovendo da tale inestricabile groviglio, la filosofia non cessa, dunque, di affannarsi alla ricerca di un solido fondamento su cui erigere la negazione del Nulla” (pp.47). Un groviglio che si evidenzia proprio in virtù del gran numero di citazioni presenti in “De finitudine” e che non si limitano, come anticipato, alla pura speculazione filosofica. Una “finitudine” che quindi ha molto a che fare con lo sguardo multidisciplinare dell’autore e con i limiti della ricerca intellettuale: da un lato leggiamo che “la stessa fisica quantistica sottolinea la mancanza di un’unica teoria esplicativa dell’universo”, “le scienze biologiche considerano alcuni aspetti estranei ai processi chimici e organici alla stregua di fattori meramente ingiuntivi”, mentre “la filosofia […] si rivela incapace di suggerire una qualsivoglia visione coerente del mondo che fuoriesca dalle secolari costrizioni del pensiero speculativo” (pp.98). Ed anche quella che viene considerata una possibile via di fuga, ovvero un approccio più ampio di quello veicolato dal linguaggio verbale, lascia aperti ulteriori e irrisolvibili interrogativi.

Non è casuale, infatti, che i capitoli di “De finitudine” si concludano con ulteriori domande – non necessariamente retoriche – dell’autore. Di fronte poi al “groviglio”, complicato da evidenti fraintendimenti linguistici di antichi e moderni luminari, è probabile che, alle prese con “Dell’anima” (cap. VI) e con frequenti citazioni di Freud e Russel, si possa ritrovare qualche coordinata più consueta. Come c’era da immaginarsi è però soltanto una sensazione fugace perché, anche in presenza delle più recenti teorizzazioni della fisica, si affacciano all’orizzonte interrogativi nuovi ed ancor più inquietanti. Leggiamo: “Le leggi della cosiddetta ‘teoria M’ ammettono, infatti, la possibilità di diversi universi (la pluralità di mondi pensati da Talete?) regolati da leggi visibili diverse, a seconda di come lo spazio interno è avvolto su se stesso. Non solo. Non è neppure più ipotizzabile l’esistenza di una sostanza infinita e l’indeterminazione alle stesse leggi di natura o, più in generale, ad ogni teoria deterministica fondata sulla fede nell’esistenza di un qualche ordine dell’universo” (pp.157).

Tutti elementi che, almeno, fanno comprendere l’approccio di Oliva al problema o, per meglio dire, ai problemi. Del resto Frana, nella sua nota, ha scritto chiaramente che l’autore ha inteso percorrere “in tutta la sua estensione la questione della finitezza, non tralasciando alcuna forma in cui essa è stata declinata” e che, per di più, “sornione e luciferino”, ha voluto “lasciare il lettore con un senso di spaesamento” (pp.6). In questo senso il termine “oziose” presente nel titolo lo possiamo interpretare alla luce del “sornione”: non certo questioni che prendono forma da attività intellettuali ai minimi termini, semmai esattamente l’opposto e, messo da parte il “superfluo, vano, inutile” (cit. dizionario Treccani), “l’inconcludente” si svela semmai come inconoscibile e inconcluso. Le definizioni di “finitezza” e di “nulla” rimangono incerte proprio in rapporto alla presenza di un rinnovato dialogo tra la scienza, la fisica e la filosofia, “secondo una consuetudine originaria”. Risultano quindi coerenti gli ultimi spunti di riflessione proposti dal “sornione” Oliva nel ricordare la scoperta nell’agosto 2012: una stella distante 3,9 miliardi anni luce da noi, più grande della massa solare tra 500 mila e 5 milioni di volte, era stata letteralmente risucchiata nel campo gravitazionale di un buco nero, “un non-luogo (il Nulla?) dove le leggi della fisica a noi note collassano” (pp.183). A quel punto davvero difficile parlare di “ozioso” alla stregua di indolenza e futilità.

Edizione esaminata e brevi note

Franco Oliva, scrittore italiano. Si è occupato negli ultimi decenni di temi che vanno dalla geopolitica all’economia, collaborando riviste come “Quaderni radicali”, “Rassegna Radicale” ed “Avvenimenti”. Dopo una lunga esperienza lavorativa in Somalia, ha pubblicato un saggio-inchiesta sulla polirica italiana del dopoguerra nell’ex colonia (“Somalia”, Editori Riuniti, 2002). Altre sue opere: “La fine ingloriosa di un mito- Appunti sulla democrazia” (2009), “Fede, Ragione e Potere- Un universalismo per il terzo millennio” (2012). Collabora attualmente con la rivista “Slavia”.

Franco Oliva, “De finitudine. (Sulla nozione di finito e su altre questioni oziose)”, Zambon editore, Milano 2017, pp. 190. A cura di Massimo Frana.

Luca Menichetti. Lankenauta, gennaio 2018