Romagnolo Raffaella

La masnà

Pubblicato il: 20 febbraio 2018

Maznà: «bambino». Da prov. a. masnada «servidorame; famiglia; prole» (da lat. mediev. *mansionata, derivato di lat. mansionem «dimora»). ATTILIO LEVI, Dizionario Etimologico del dialetto piemontese, 1927. Una nota che si trova all’inizio del romanzo, il secondo della carriera per Raffaella Romagnolo. Masnà, dunque, in dialetto piemontese sta per bambino o bambina. Una creatura ingenua, innocente, incapace di scegliere e giudicare. E di “masnà” in questo libro ce ne sono almeno tre: Emma, Luciana ed Anna. Nonna, figlia e nipote. Una piccola saga di famiglia declinata al femminile che si snoda lungo un sessantennio, dalla metà degli anni ’30 alla metà degli anni ’90 del Novecento in Monferrato. Una combinazione di esistenze e di condizioni di genere che, nei decenni, si modificano e si evolvono inesorabilmente. Tre figure di donna che attraversano buona parte del secolo scorso mettendo in luce mutamenti di status ma anche variazioni nel modo di interpretare il mondo e se stesse.

Emma giunge giovanissima alla casa dei Francesi così denominata perché “molti anni addietro dei fratelli si erano spinti a lavorare oltre frontiera“. Emma è andata in sposa a Genio, il figlio zoppo del Ferroviere, padre e padrone di una tenuta e di una famiglia che governa come un despota. Siamo nel 1935 e le donne, come voleva il Duce, avevano un posto solo: “il vero posto della donna, nella società moderna, è attualmente, come per il passato, nella casa“. Emma arriva dai Francesi senza conoscere neppure l’uomo con cui rimarrà tutta la vita. Si accontenta di rivestire al meglio il suo ruolo di nuora sottomessa e silente. Non calcola e non sceglie perché non è mai stato suo compito farlo. La sua esistenza è nella cura della casa, del marito, della vigna, della terra e dei due figli, Mario e Luciana, che Genio le fa mettere al mondo. L’unica volta in cui Emma decide da sé è quando nasconde Carlin dla Moisa, amico d’infanzia di suo fratello Sandro. Nell’estate del 1944 “Emma si ritrovò in cucina Carlin dla Moisa, con la camicia abbottonata storta, la faccia da lavare della notte e una pistola in mano. A vederselo davanti nella penombra, lei sulla porta, lui, dentro, uomo fatto, lì per lì non lo riconobbe, e si spaventò“. A quei tempi la casa pullulava di sfollati, gente che fuggiva dalla guerra a cui il Ferroviere aveva affittato alcune stanze. Carlin è ricercato dai fascisti ed Emma, senza farne parola con nessuno, né con Genio né tanto meno col Ferroviere, pensa di nasconderlo nella dispensa della cucina “«Mesura» ripeteva intanto, tutta sudata per la gran fatica, e dentro pensando mi ’t mas, ti ammazzerei. Mezz’ora che serviva a svegliare i suoi, dar da mangiare, trovare una scusa per allontanarli, spostare di nuovo la credenza e farlo uscire da quella cucina. Per sempre. E guai se tornava!“. Un segreto, quello dell’aiuto offerto a Carlin, che Emma si terrà ben stretto nel silenzio della propria anima per tutta la vita con la colpa ad accompagnare il ricordo di un atto (l’autonoma decisione) che non si sarebbe mai perdonato.

Luciana, sua figlia, è una “masnà” quanto Emma. Le si prospetta un futuro lontano dai lavori di fatica e polvere a contatto con la terra perché Luciana va a lavorare presso la rinomata Sartoria Fratelli Bondiglio che produce camicie, “ne produce migliaia, in cinque taglie tre colori e due modelli; è possibile trovarle nei migliori negozi e nei grandi magazzini di città“. Può passare dal reparto stireria, dove lavora da tempo, alla più comoda e prestigiosa Sala Finizioni in cui si attaccano bottoni e si fanno asole. Un bel salto di qualità, non c’è dubbio, “la Sala Finizioni è a un passo dalla Sala Modelli. Quante hanno varcato quella soglia per uscirne modelliste o addirittura sarte. Sarte finite. Una l’ha persino sposato, un Bondiglio, e adesso beata lei guadagna e comanda“. Ma Luciana ha anche un fidanzato, un certo Franco Cermelli che a modo suo le ha chiesto di sposarlo. Dovrebbe solo entrare in casa e dire ai suoi genitori che il signor Bondiglio vuole portarla in Sala Finizioni e che è troppo presto per sposarsi. Basterebbe decidersi ma Luciana indugia, rimanda, si fa ingolfare da tutt’altro e il suo futuro in Sala Finizioni finisce prima ancora di cominciare. Quella sera accetta di sposare un uomo che neppure ama, almeno che non ama come si amano i protagonisti dei romanzi o dei film. Luciana, ripercorrendo il destino di sua madre “masnà”, non si impone lasciando che sia il destino a comandarle la vita e un matrimonio ad annientare quel briciolo di emancipazione che pareva coinvolgerla.

Anna è la figlia di Luciana e di Franco, genitori sempre troppo presi dalla gestione e dai debiti messi su per aprire un ristorante in città. Anna è per lo più insieme a nonna Emma che, ormai vedova, ha lasciato la casa dei Francesi per andare a vivere in un appartamento dove continua a rendersi utile in ogni modo. Anna è diversa da sua madre, Anna deve avere tutto sotto controllo, è organizzata e metodica. Niente a che vedere col caos e le continue dimenticanze di sua madre. Anna è una studentessa modello che della “masnà” avrà poco o nulla. Il tempo trascorre e negli anni ’90 Anna arriva alla laurea, Dottoressa in Fisica magna cum laude. Un traguardo che nessuno, nella sua famiglia, aveva mai raggiunto. Al personaggio di Anna il compito, dunque, di riscattare le sorti di una nonna e di una madre rimaste “masnà” per tutta la vita. Ad Anna il ruolo di donna decisa ed intraprendente, capace di lottare per ottenere quel che ritiene sia giusto andando anche contro l’indolenza abulica di sua madre.

Un romanzo corposo, “La masnà”, che si legge con discreto impegno: tante le ricorrenze in dialetto piemontese e tante le divagazioni spazio-temporali che ingrossano la narrazione. Lo scrivere della Romagnolo è interessante ed accurato ma posso comunque immaginare la fatica di quei lettori che hanno avuto difficoltà nell’orientarsi attraverso le innumerevoli digressioni, le svariate riprese, i salti temporali, le descrizioni minuziosissime e le capillari analisi di dettagli apparentemente senza rilevanza. Eppure qui ogni elemento ha il suo peso e la sua corretta posizione in una combinazione che funziona. Le tre donne sono il fulcro dell’intera saga dove i ruoli maschili esistono nella loro costante marginalità. La Romagnolo racconta la vicenda di donne normali ma, nel contempo, descrive mutamenti che hanno trasformato la società da contadina a cittadina facendo comunque rilevare che, nonostante tutto, un ritorno alla casa delle origini è necessario ed inevitabile per non perdersi nel presente, per riconoscersi e capire chi si è e da dove si arriva.

Edizione esaminata e brevi note

Raffaella Romagnolo è nata a Casale Monferrato nel 1971. Il suo primo romanzo si intitola “L’amante di città” (Fratelli Frilli, 2007) a cui, nel 2012, ha fatto seguito “La masnà”, pubblicato per Piemme e divenuto anche uno spettacolo teatrale. Segue “Tutta questa vita” (Piemme 2013, finalista al Premio Peradotto). Nel 2018 il suo romanzo “La figlia sbagliata” (Frassinelli) è tra i finalisti del Premio Strega.

Raffaella Romagnolo, “La masnà“, Edizioni Piemme, Milano, 2012.

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