Paris Renzo

Ultimi dispacci della notte

Pubblicato il: 13 giugno 2009

Mea culpa. Sono nata e vivo a pochi chilometri da dove è nato Renzo Paris, ma non lo ho mai letto prima d’ora. “Ultimi dispacci della notte”, un libro di dieci anni fa, è giunto adesso tra le mie mani. Una storia che porta a Celano, un paese della Marsica che conosco soprattutto per via del Castello Piccolomini, Museo Nazionale d’Arte Sacra, che visito di frequente. Si affaccia sull’ormai prosciugato Lago del Fucino. Un contesto che almeno un po’ mi appartiene: i miei nonni, negli anni trenta e quaranta, hanno lavorato quella terra sottile e pallida che i Torlonia hanno voluto tirar fuori dalle acque del lago. Erano contadini alle dipendenze del Principe anche loro, fino a quando il latifondista non lasciò la conca del Fucino in mano ai residenti.

Leggere “Ultimi dispacci della notte” mi ha riportato, inevitabilmente, alla “Fontamara” di Silone. Anche se qui c’è un’altra nostalgia, un’altra furia, un altro piccolo ed ostinato mondo fatto di suggestioni pagane e devozione cattolica. Perché in queste terre i miti più antichi di serpenti e maghi si sono fusi e confusi senza troppa fatica con i martiri cristiani e le preghiere di Chiesa.

L’evento che Paris racconta è accaduto realmente. Nel 1923 a Celano, Francesco Tomei, detto “je Pelúse”, un piccolo brigante noto per le sue scorribande nelle campagne circostanti, venne linciato dalla folla. Un fatto violento che rientra più nella leggenda tracciata dalle parole che nella storia lasciata per iscritto, uno di quegli avvenimenti che la memoria di un paese sa tramandare come monito e favola. E’ così che lo scrittore aveva sentito raccontare de “je Pelúse” durante la sua infanzia, ed è da quella cronaca orale che il romanzo comincia.

La mattina del 30 dicembre 1923 il sacrestano avverte il parroco don Giacomo Garbati che “hanno rubato ai santi Martiri”: le urne contenenti le reliquie dei santi Simplicio, Costanzo e Vittoriano sono state trafugate dalla Chiesa. La profanazione è avvenuta di notte ad opera di ignoti. La notizia corre in fretta. Raggiunge il medico del paese, Dompichele Maruso, il giovane maestro, Auclide Mirolla, e anche Karl Ripert, un giovane studente tedesco arrivato a Celano per studiare l’astruso dialetto del luogo.
Mentre il prete, che ricorda molto da vicino, per debolezza di carattere e comportamenti schivi, il famoso don Abbondio manzoniano, denuncia il fatto ai Carabinieri, i “cafoni” montano la loro furiosa reazione. Prete, medico, maestro, studente: il furto delle sacre urne è per ognuno di loro motivo di riflessione e preoccupazione. Conoscono la gente del posto, sanno che un sacrilegio simile potrà comportare reazioni incontrollate ed imprevedibili.

Nella storia si inserisce anche Secondino Tranquilli, è così che Paris lo chiama, perché questo è il suo nome vero. Qui, nella sua terra, Ignazio Silone è solo Secondino, fratello di Romolo. Il giovane che, subito dopo il terremoto del 1915, è stato costretto a lasciare Pescina, il paese natale, ed è ora ricercato per le sue attività sovversive. La “bugia” romanzesca fa tornare Secondino Tranquilli a Celano proprio in quel 30 dicembre 1923, insieme alla sua compagna tedesca Gabriella Seidenfeld. Una personaggio, quello di Silone, che arricchisce la vicenda ed introduce un elemento notevole, prezioso. Silone, infatti, sembra vivere, in questo frangente, una sorta di crisi: Fino a quel momento non aveva confessato a Gabriella le sue incertezze, i suoi timori riguardo alla vita clandestina, anche perché Gabriella non ne mostrava alcuno. Lo amava proprio nel suo abito di rivoluzionario tutto d’un pezzo, del barbaro violento e sensuale, venuto da un Sud martoriato, che però era solo una delle sue maschere.

La folla dei cafoni, intanto, si muove da sé. Procede inarrestabile, tra sospetti e accuse, nella sua caccia al ladro fino a quando lo trova, grazie a una soffiata. I complici hanno tradito Tomei. Lo scovano in un fienile: Francesco Tomei si era alzato in piedi rassegnato, pregando la forza pubblica di proteggerlo da quella folla imbestialita. Non oppose nessuna resistenza, non tentò di fuggire, quando i carabinieri gli misero le manette ai polsi. Sembrava consapevole del destino che lo attendeva fuori di quel fienile.
Infatti un destino spietato fa di Tomei cibo della ferocia della folla celanese. Il ladro è punito in maniera disumana, il suo corpo trafitto e martoriato dalla cieca vendetta di chi non ragiona e non vuole farlo. E’ la potenza inarrestabile di questa sconvolgente onda umana l’autentica protagonista del romanzo. E’ lì, nella verità di un linciaggio storicamente documentato, che Paris si sofferma per descrivere lo spirito che ha animato, in quel giorno d’inverno, la gente del suo paese.

Ho letto con amore questo libro. Vi ho trovato parole di un dialetto familiare. Luoghi, luci, suoni che conosco. E’ una sensazione profonda e molto forte. E’ quella che ti lega per sempre ad un posto, quella che scorre lucida tra le righe di Paris. Si scorge il suo affetto per la madre e per la terra, per storie lontane e sfumate, ma corpose e vere. Uno scrivere pulito, liscio e sentito. Un libro che, come quelli di Silone, che non posso che amare profondamente, lascia un segno.

Edizione esaminata e brevi note

Renzo Paris nasce a Celano, provincia de L’Aquila, nel 1944. Trasferitosi a Roma molto giovane, Paris ha intrattenuto rapporti di amicizia con alcuni tra i più importanti scrittori e poeti italiani: Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Giorgio Manacorda, Alfonso Berardinelli, Franco Cordelli, Alberto Moravia. Docente di letteratura francese, romanziere, saggista, poeta, critico e traduttore di autori come Apollinaire, Corbière e Prévert. Tra i suoi scritti più significativi: “Cani sciolti” (1973), “Frecce avvelenate” (1974), “Cattivi soggetti” (1988), “Le luci di Roma” (1991), “Ultimi dispacci della notte” (1999), “La croce tatuata” (2002), “I ballatroni” (2005), “La vita personale” (2009). Collabora con “Pulp” e col “Corriere della Sera”.

Renzo Paris, “Ultimi dispacci della notte”, Fazi Editore, Roma, 1999.