Bonnefoy Miguel

Zucchero nero

Pubblicato il: 22 febbraio 2018

A suo tempo avevo letto “Il meraviglioso viaggio di Octavio“, primo, convincente romanzo di Miguel Bonnefoy, scrittore in lingua francese di padre cileno e madre venezuelana. Avevo amato lo spirito meraviglioso, magico e commovente che aveva animato la vita e il viaggio di Octavio. Ora, a distanza di qualche anno, ho tra le mani “Zucchero nero”, opera seconda dello stesso scrittore che ha saputo confermare di possedere il talento di un buon narratore, dotato di originalità, di grande immaginazione ma, soprattutto, di possedere un profondo legame con la terra che ha generato i suoi avi: il Venezuela. Un paese ricco e povero allo stesso tempo, una terra rigogliosa ma troppo spesso spogliata, una nazione ricca ma depredata senza particolari scrupoli. In “Zucchero nero” ho ritrovato la stessa fiabesca magia e lo stesso spirito picaresco del primo romanzo, anzi in questo secondo lavoro Bonnefoy inizia la sua storia proprio con il racconto del naufragio del celebre pirata Henry Morgan: una delle parti migliori dell’intero romanzo.

La leggenda narra che il vascello di Henry Morgan sia rimasto bloccato tra le mangrovie delle paludi dei Caraibi: “… una nave naufragata in mezzo a una foresta, incastrata tra le cime degli alberi. Era un vascello con diciotto cannoni e vele quadre, la cui poppa era andata a infilarsi tra i rami di un mango, a molti metri d’altezza. A tribordo, i frutti pendevano dalle sartie. A babordo, le fronde avviluppano lo scafo. Intorno era tutto secco, del mare rimaneva soltanto un po’ di sale tra le assi. Niente onde, niente maree“. Nessuno sa spiegare come il vascello del gallese sia finito così lontano dal mare. Tutti i sopravvissuti a bordo della nave capiscono, però, che il mare non sarebbe mai venuti a prenderli così come sanno che il capitano Henry Morgan mai si sarebbe separato dal suo carico di gioielli, oro, pietre preziose e altre ricchezze trafugate durante i suoi viaggi e le sue avventure da bucaniere. Siamo nella seconda parte del seicento e in quella terra caraibica, così lussureggiante e straordinaria il tesoro di Morgan viene sepolto assieme al veliero ormai sventrato, all’ostinato capitano e al suo malridotto equipaggio.

Tre secoli più tardi, quando più o meno tutti avevano perso memoria di Morgan e del suo veliero approdato tra gli alberi, proprio su quelle stesse terre, sorge un villaggio e, nel villaggio, c’è anche la fattoria di Ezequiel e Candelaria Otero. I due coniugi vivono di quel che producono, proprio come fanno tutti. Il destino offre loro la possibilità di divenire genitori in età piuttosto avanzata e la figlia, Serena Otero, si è abituata presto a vivere con due anziani, circondata da vecchi mobili e tanti silenzi. La ragazza ama osservare il paesaggio e, col tempo, inizia a catalogare e disegnare le piante e i fiori che la foresta le mette a disposizione. “Alta e leggera, Serena non aveva niente della durezza contadina. I capelli erano chiari, la bocca sensuale, il corpo talmente sottile da smuovere le nature più recalcitranti. Attorno a lei si stringeva tutta una corte di giovani ammiratori, ma le galanterie la annoiavano, e Serena Otero, fino al giorno della sua morte, sognò ben altri orizzonti“. Serena sogna e sogna un uomo che la seduca e la circondi di passione, uno sconosciuto che la scelga tra mille e la porti via dalla monotonia dei suoi giorni.

Uno sconosciuto, in casa Otero, arriva sul serio. Si chiama Severo Bracamonte ed è un cercatore di tesori. Armato di tanti sogni, qualche lontana leggenda e diverse mappe tracciate da chissà chi, è convinto di poter ritrovare il prezioso tesoro di Morgan. Ci mette forza ed impegno ma tutto quello che riesce a scovare tra gli alberi e il fango della foresta è una statua di marmo della dea Diana. Col tempo Serena, inizialmente scettica, si avvicina a Severo per il puro gusto di provare a sedurre un uomo ma da quel gioco di incanto e fascinazione si arriva al matrimonio. Severo e Serena ereditano la fattoria degli Otero e l’uomo, abbandonata l’idea di arricchirsi con l’oro di un pirata, pensa di poter far soldi coltivando canna da zucchero e producendo rum. E ci riesce pure: è capace, tenace e pieno di iniziativa. La terra non lo delude e il rum nemmeno. Serena, invece, si porta dentro il vuoto di una maternità che non si decide ad arrivare. Non bastano i balsami né i minerali della costa né il sangue dei lamantini, il ventre della donna resta piatto e silente. Saranno un incendio e un cane di nome Oro a portare a casa Bracamonte una bambina salvata dalle fiamme e chiamata, proprio per questo, Eva Fuego a cui è destinata una ricchezza immensa ma anche una sorte beffarda.

Come ogni fiaba anche “Zucchero nero” ha la sua morale, una morale che è collegata al destino e alla storia del Venezuela. La ricerca della ricchezza materiale, come rilevato, diviene per molti un obiettivo esistenziale. C’è chi la insegue scavando nella foresta alla ricerca di tesori perduti e chi la crea coltivando canna da zucchero e distillando rum. La ricchezza accresce il prestigio personale e il potere di chi la detiene, non vi è dubbio. Bonnefoy però si sofferma su chi non si accontenta e confonde la prosperità con l’avidità ovvero con quella smania irrefrenabile che induce chi ha già molto a voler avere sempre di più, senza misura, senza regole. Ed è qui che ci si perde, è qui che arriva lo sfaldamento di ogni morale e di ogni lealtà. Ma nella fiaba dello scrittore non manca, com’è giusto che sia, una sorta di legge divina o fato malizioso che, in un modo o nell’altro, azzera tutto quasi a voler consentire a chi rimane di poter riprendere le giuste misure. La fortuna e la sfortuna si accavallano e sfumano di continuo nella vita e in letteratura, che della vita è specchio e moltiplicazione. Leggere “Zucchero nero” è come immergersi in un sogno esotico, in una dimensione che è un po’ miraggio, un po’ peripezia, un po’ leggenda. Le vite dei personaggi scorrono veloci, non c’è tempo per soffermarsi sui dettagli, ci si deve precipitare negli eventi lasciandosi travolgere dalle vertigini di una storia rigogliosa come le foreste che racconta.

Edizione esaminata e brevi note

Miguel Bonnefoy è nato a Parigi nel 1986 da padre cileno e madre venezuelana. È cresciuto in Francia ma anche in Portogallo e in Venezuela. La sua scrittura si ispira ai grandi autori sudamericani. Nel 2013 ha ricevuto il Prix du Jeune Écrivain de langue française per il racconto “Icaro”. Si occupa della produzione di eventi culturali per il comune di Caracas ed è anche professore di francese presso l’Alliance Française. “Il meraviglioso viaggio di Octavio” (66thand2nd, 2015), primo romanzo di Bonnefoy, è uscito in Francia nel gennaio del 2015 e si è aggiudicato il Prix Edmée de la Rochefoucauld per l’opera prima. Inoltre è stato finalista del Prix Goncourt du premier roman. Nel 2018, sempre 66thand2nd, traduce e pubblica in Italia “Zucchero nero”, il nuovo romanzo di Bonnefoy.

Miguel Bonnefoy, “Zucchero nero“, 66thand2nd, Roma, 2018. Traduzione dal francese di Francesca Bononi. Titolo originale “Sucre noir” (2017).

Pagine Internet su Miguel Bonnefoy: Sito ufficiale / Wikipedia / Pagina 66thand2nd